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Messaggio Da animalo il Ven Set 13, 2013 3:34 am

L'ultimo atto della todisca, ormai avvolta nella tela onirica di un delirio d'onnipotenza, può rappresentare su base annua una frazione non trascurabile di pil; inoltre avrà conseguenze importanti sui possibili investimenti stranieri in italia (ricordo che già nel 2010 gli investimenti stranieri in francia erano il triplo di quelli in italia). Sempre sperando che a qualche testa d'uovo non spunti l'ideuzza della nazionalizzazione.
Il voto della giunta sull'ineleggibilità e decadenza del porco di mercoledì non esaurirà il problema: esso dovrà essere successivamente ratificato dall'aula, e qualora, in qualsivoglia maniera, si dovesse andare al voto segreto credo che neanche l'oracolo di delfo darebbe una risposta. 
La legge sull'imu e quella probabile sul mancato aumento dell'iva avranno come conseguenza il superamento a fine anno del tetto del 3% del deficit del bilancio pubblico.
Tutto ciò senza considerare il cadavere in via di putrefazione negli armadi del min.tesoro: un debito contratto nei primi anni 2000 sulla base di derivati strutturati, le cui perdite potrebbero variare tra i 15 e i 20 MILIARDI di euro (i principi contabili dei dottori commercialisti prevedono di conteggiare queste perdite "virtuali" perchè non ancora in essere con opportuni accantonamenti in bilancio, cosa che il governo italiano si è sempre ben guardato dal fare).
Non bisogna infine dimenticare l'uso improprio del capitale della cdp (è una spa controllata dal ministero del tesoro) ed in essa confluiscono i sudati risparmi che i poveri babbioni affidano alle poste.
Dulcis in fundo ricordo che a luglio il debito pubblico aveva già superato i DUEMILASETTANTA MILIARDI, e questo per il debito ufficiale, mentre il fabbisogno dello stato era raddoppiato rispetto all'anno precedente.
Infine mi piace ricordare la semplice e realistica cura proposta nel settembre 2011 da un economista libero e non ideologizzato:
Nouriel Roubini valutò allora che l'unica via d'uscita per l'italia, senza sacrificare la ripresa, fosse la svalutazione del debito pubblico nella misura del 25%.
(domani sarà molto più elevata, con un rapporto debito/pil nell'ordine del 133/134%)

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Messaggio Da Verci il Ven Set 13, 2013 5:26 am

Rubini aveva ipotizzato la svalutazione dell'€uro per risolvere il problema dei maggiori costi dei prodotti europei, favorirne l'esportazione (e con essa l'occupazione) e diminuire, in tal modo, il debito pubblico. Tuttavia questa apparentemente semplice misura non è mai stata considerata dalla BCE e dalla politica ufficiale. Bisognerebbe capire i motivi.

Più che sulle nazionalizzazioni si sta pensando di vendere quote delle aziende statali più produttive (vedi ENI ed ENEL). Un tempo si era paventato addirittura di svendere demanio ed immobili dismessi (vedi ex caserme et similia), ma non sembra ancora attuata una fase di questo tipo.

Nell frattempo, assistiamo attoniti all'acquisto da parte dei multinazionali straniere di storiche imprese italiane:

Certo, non mancano i casi di aziende nostrane che fanno shopping all’estero acquisendo altri marchi, come ha fatto per esempio Barilla comprando la francese Harry’s e la svedese Wasa, o Luxottica acquisendo lo storico marchio americano Ray-Ban. Si tratta però di rare eccezioni in un mare di cessioni. Qualche esempio? Bulgari ceduto alla Luis Vuitton Moet Hennessy (Lvmh), già proprieraria di Emilio Pucci, Acqua di Parma e Fendi; Gucci e Pomellato acquisita da Kering (ex Ppr) già a capo di marchi come Fnac e Puma con un carrello ricco di italiane come Dodo, Bottega Veneta, Brioni e Sergio Rossi. Il lusso sembra essere il settore prediletto per la spesa folle delle holding straniere, ma non va meglio neanche alle aziende dell’alimentare, altra eccellenza tutta italiana che finisce in mani altrui.

Unilever, celebre multinazionale anglo-olandese, nel tempo si è accaparrata Algida, Bertolli (poi ceduto alla spagnola Sos Cuetara, specializzata nel settore visto che già controlla Carapelli e Sasso), Santa Rosa e Flora. Lactalis, da parte sua, ha acquistato la Parmalat e i marchi Galbani e Invernizzi, Cademartori, Locatelli e Président; la Nestlé si è regalata Buitoni e Sanpellegrino, Perugina, Motta, l’Antica Gelateria del Corso e la Valle degli Orti; la Peroni è finita ai sudafricani di SABMiller mentre si è mosso addirittura l’oligarca Rustam Tariko, proprietario della banca e della vokda Russki Standard, per acquisire Gancia. Il Made in Italy può davvero ancora essere considerato ‘prodotto della cultura italiana’?

http://www.qnm.it/soldi-carriera/made-in-italy-le-aziende-italiane-finiscono-nelle-mani-degli-stranieri-post-114781.html[/size]
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Messaggio Da animalo il Ven Set 13, 2013 2:56 pm

Se ben ricordo il suggerimento di Roubini riguardava la svalutazione del 25% del debito pubblico italiano (una forma di ristrutturazione del debito, eventualmente allungando le scadenze e mantenendo invariato il tasso). Ciò avrebbe provocato immediatamente uno choc molto forte ma al tempo stesso avrebbe permesso politiche monetarie espansive anticicliche con benefici effetti sull'economia reale.
Per quanto riguarda l'acquisto di marchi italiani preferisco porre l'accento sui marchi del lusso da parte di gruppi che possono effettuare risparmi sinergici, in quanto in italia è sempre mancato quello spirito imprenditoriale che riconosce la necessità di unirsi per fronteggiare le sfide globali.
L'ultimo esempio è la Sergio Tacchini, le cui produzioni italiane sono state abbandonate dall'acquirente.
Per risponderti compiutamente devo riconoscere la mia contrarietà alla vendita di quote dei cosiddetti gioielli di famiglia: queste società sono produttive, hanno un'alta redditività e distribuiscono buoni dividendi al ministero del tesoro. Il rischio che il loro ricavato vada a finire almeno in parte alla spesa corrente è alto, ed il prezzo ricavabile in una situazione di bisogno sarebbe inevitabilmente inferiore agli utili distribuiti nel tempo ed attualizzati.

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