Sulla felicità...anzi sull'infelicità.

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Messaggio Da Samael il Sab Mar 23, 2019 6:26 am

Da un essere umano, che cosa ci si può attendere? Lo si colmi di tutti i beni di questo mondo, lo si sprofondi fino alla radice dei capelli nella felicità, e anche oltre, sin sopra la testa, tanto che alla superficie della felicità salgano solo bollicine, come sul pelo dell'acqua; gli si dia di che vivere, al punto che non gli rimanga altro da fare che dormire, divorare dolci e pensare alla sopravvivenza dell'umanità; ebbene, in questo stesso istante, proprio lo stesso essere umano vi giocherà un brutto tiro, per pura ingratitudine, solo per insultare. Egli metterà in gioco perfino i dolci e si augurerà la più nociva assurdità, la più dispendiosa sciocchezza, soltanto per aggiungere a questa positiva razionalità un proprio funesto e fantastico elemento. Egli vorrà conservare le sue stravaganti idee, la sua banale stupidità- per l'uomo nulla è più difficile da sopportare di una lunga serie di giorni felici-.
E' giunta l'ora di farla finita con la favola millenaria secondo cui felicità, beatitudine e serenità sono mete desiderabili della vita. Troppo a lungo ci è stato fatto credere, e noi ingenuamente abbiamo creduto, che la ricerca della felicità conduca infine alla felicità.
Anni addietro vi fu una trasmissione televisiva nella quale quattro emeriti rappresentanti di diverse discipline e visioni del mondo non riuscirono ad accordarsi su questo concetto apparentemente scontato, e questo nonostante gli sforzi dell'oltremodo ragionevole (e paziente) moderatore.
Ciò non dovrebbe sorprenderci. Riguardo all'essenza della felicità ci sono sempre state opinioni diverse, Terenzio Varrone contava 289 interpretazioni, e così anche Agostino. Tutti gli uomini vogliono essere felici, dice Aristotele.
C'è una storiella ebraica in cui il figlio annuncia al padre la propria intenzione di sposare la signorina Katz. Il padre obietta che la signorina Katz non ha dote e il figlio ribatte dicendo che solo con lei potrà essere felice. Al che il padre chiede :" Essere felice, e che cosa ne ricavi?:"
Già soltanto la letteratura universale avrebbe dovuto da lungo tempo renderci diffidenti. Disgrazia, tragedia, catastrofe, crimine, colpa, follia, pericolo : ecco la materia delle grandi creazioni. L'Inferno di Dante è di gran lunga più geniale del suo Paradiso; lo stesso vale per il Paradiso perduto di Milton, in confronto al quale il Paradiso riconquistato è del tutto insipido; il Faust I commuove alle lacrime, il Faust II fa sbadigliare.
Parliamoci chiaro: cosa e dove saremmo senza la nostra infelicità? Essa ci è, nel vero senso della parola, dolorosamente necessaria.
Nel regno animale, ai nostri cugini di sangue le cose non vanno certamente meglio. Si osservino anche soltanto i mostruosi effetti di quella vita nello zoo che pur protegge tali magnifiche creature dalla fame, dal pericolo, dalla malattia, facendone gli equivalenti animali dei nostri nevrotici e psicopatici.
Al nostro mondo, che rischia di essere sommerso da una marea di istruzioni per essere felici, non si può rifiutare più a lungo un salvagente.
La comprensione di tali meccanismi e processi non può continuare a essere il dominio gelosamente sorvegliato della psichiatria e della psicologia.
Il numero di coloro che, con competenza e consapevolezza si costruiscono la propria infelicità può sembrare relativamente grande. Infinitamente più elevato è però il numero di quelli che, anche in questo campo, hanno bisogno di consiglio e aiuto.
A questa altruistica intenzione non manca però un significato politico. Al pari di un direttore di zoo lo stato sociale si è assunto il compito di assistere il cittadino dalla culla alla bara, rendendo la sua vita "sicura e traboccante di felicità". Questo però è possibile solo attraverso una sistematica "educazione" dei cittadini all'inettitudine sociale, con la conseguenza che nel mondo occidentale crescono a dismisura le spese pubbliche per i servizi sociali e l'assistenza sanitaria.
Si contano nel nostro paese circa 10 milioni di ammalati ed il consumatore di farmaci medio assume durante la sua vita circa 36.000 pastiglie, facendo riferimento all'anno 2.010 gli Istituti di cura pubblici hanno ospitato più di 9 milioni di degenti ed il consumo di medicine vendute in farmacia è aumentato di 4 volte e di 8 volte quello di beni e servizi per la salute. (Rispetto a 4 anni prima).
Pensiamo a cosa succederebbe se questa tendenza alla crescita si arrestasse o addirittura diminuisse: enormi ministeri e altre colossali organizzazioni crollerebbero, interi settori dell'industria andrebbero in fallimento e milioni di persone resterebbero senza lavoro.
Lo stato sociale ha un così pressante bisogno dell'indigenza e dell'infelicità della popolazione, che questo compito non può essere affidato ai dilettanteschi e isolati tentativi dei pur bene intenzionati cittadini. Anche qui, come in tutti gli altri aspetti della vita moderna, c'è la necessità di una direzione statale. Tutti possono essere infelici, ma è il rendersi infelici che va imparato, e a ciò non basta certamente qualche sventura personale.
Eppure, nella stessa letteratura specifica, soprattutto quindi quella psichiatrica e psicologica, le indicazioni pertinenti e le utili informazioni sono alquanto rare e solitamente del tutto casuali.
Ci sono delle lodevoli eccezioni come , ad esempio la nostra Mara Selvini con il " Il Mago Smagato", nel quale la celebre psichiatra dimostra come il macrosistema "Scuola" necessiti, per evitare ogni cambiamento e andare avanti come sempre, del fallimento della psicologia scolastica, o ancora il lavoro di Dan Greenburg "How to make yourself Miserable" con l'allegato "How to be a Jewish mother"; importante lavoro salutato dai critici come indagine onesta e sincera "che ha reso possibile a centinaia di migliaia di essere umani di condurre un'esistenza realmente vuota".
Ecco la basilare importanza dell'infelicità.

Samael
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