Migranti, migliaia di processi a rischio. "Nessuno sia giudicato a sua insaputa"

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Messaggio Da Verci il Mer Lug 26, 2017 10:56 am

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MILANO - Non si può processare chi non sa di essere imputato. Lo afferma un'ordinanza del giudice Guido Salvini, della Prima sezione penale del Tribunale di Milano, sul caso di un 29enne algerino accusato di possesso di banconote false. L'uomo non ha fissa dimora. All'apertura del fascicolo, nel 2014, è stato affidato a un avvocato d'ufficio, che non sa dove si trovi il suo assistito né ha avuto contatti con lui. Eppure, su indicazione della polizia giudiziaria, è domiciliato presso il suo studio, dove riceve gli atti processuali. Scrive il giudice: "Vi è da chiedersi se da tale elezione di domicilio, del tutto formale se non fittizia, possa ricavarsi la prova della conoscenza da parte dell'imputato della celebrazione dell'udienza a suo carico". Dal momento che "quello che si celebrerebbe è un processo a un 'fantasma'", dispone che le udienze siano sospese (insieme ai tempi di prescrizione del reato) fino a quando la polizia giudiziaria non riuscirà a raggiungere l'imputato, informandolo del processo.

La portata dell'ordinanza potrebbe essere molto più ampia del singolo caso. Si legge che "situazioni identiche a quella ora esaminata si presentano con molta frequenza in questo Tribunale". Sono infatti centinaia, a Milano, i processi aperti con imputati irreperibili. Quasi sempre stranieri, accusati di reati come furto, ricettazione, occupazione di immobili e resistenza a pubblico ufficiale, che non prevedono l'arresto obbligatorio. Un giudice veterano illustra l'orientamento prevalente: "Una volta che viene indicato un difensore, e il domicilio è stabilito presso il suo studio, è l'imputato a doversi informare sull'evoluzione del processo". Quindi, si va avanti fino a sentenza. Secondo la stima di un presidente di sezione penale, si tratta del 15 percento di tutti i processi che si celebrano a Milano di fronte al giudice monocratico. Sono esclusi i procedimenti in cui l'imputato viene arrestato ed è quindi consapevole di quello che lo aspetta.

L'ordinanza, emessa lo scorso 14 luglio, cita una sentenza di Cassazione del 24 gennaio scorso, che afferma come l'elezione di domicilio presso il difensore d'ufficio di per sè non prova la conoscenza del processo. E fa riferimento a due pronunciamenti della Cedu - del 2004 e del 2007, relativi a condanne di stranieri - che censurano la tendenza dei Tribunali italiani a portare a processo imputati ignari, violando l'articolo 6 della Convenzione europea sui diritti dell'uomo, che disciplina il giusto processo e il divieto di discriminazione. Eppure, ovunque in Italia, si registrano a migliaia ogni anno le condanne a imputati introvabili. Processi in cui il difensore non ha elementi per difendere il proprio assistito, né una sua procura per scegliere riti alternativi (rito abbreviato o patteggiamento), e in molti casi finisce per accettare che la decisione si basi sul fascicolo del pubblico ministero.

Sulla questione è intervenuto il decreto Orlando di riforma della giustizia, in vigore dal prossimo 3 agosto, che consentirà agli avvocati di non accettare l'elezione di domicilio se non riterranno di potere davvero sostenere la difesa. Con la linea promossa da Salvini si schiera intanto la Camera penale di Milano, associazione dei penalisti. La presidente Monica Gambirasio commenta: "In caso di incertezza della conoscenza del processo non rimane che sospenderlo. Così si risparmiano anche risorse economiche della giustizia, già limitate".

Per il sistema della della giustizia significa ammettere l'impossibilità di raggiungere l'imputato, e rinunci a punire i reati. Una scelta impopolare. "Bisogna poi rendere conto alla società del fatto che un possibile colpevole viene di fatto graziato perché non si è stati in grado di trovarlo", dice un giudice.

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