«Un'uniione federale in una Europa plurale»

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«Un'uniione federale in una Europa plurale»

Messaggio Da Erasmus il Dom Ago 07, 2016 7:03 pm

«Il premier Renzi ha invitato la cancelliera Merkel e il presidente Hollande ad un incontro a Ventotene per il prossimo 22 agosto. 
Ventotene è l'isola dove Altiero Spinelli e Ernesto Rossi elaborarono (nel giugno del 1941) il Manifesto per un'Europa libera e unita.
Si tratta di una buona iniziativa? 
Sì, se il suo scopo è quello di preparare il terreno per il rilancio dell'integrazione europea.
No, se invece il suo scopo è quello di consolidare un direttorio (di Germania, Francia e Italia) all'interno di una pericolante Unione europea. 
Ogni direttorio, anche se vi fa parte l'Italia, è antitetico al progetto di unione tra eguali celebrato proprio dal Manifesto di Ventotene.» 
[Sergio Fabrini su "Il Sole 24 ore" di oggi dom. 7 agosto 2016]


Superfluo che io dica che sono pienamante d'accordo.


Aggiungo solo che è ... una specie di consolazione per me, federalista europeo da sempre ( o megio: da più di 60 anni ) e ovviamente deluso da questa fasulla Unione Europea coacervo di governi nazionali , trovare qualche opinionista che ha un peso ben maggiore del mio che la pensa come me.
Insomma: come sempre le idee migliori trovano spazio in menti poco rilevanti per numero ma molto rilevanti per qualità.


Si dice spesso che l'idea di una autentica unione federale di stati europei è un'utopia.
OK.  Ammettiamo pure che OGGI l'idea di  "Stati Uniti d'Europa" sia un'utopia.
Ma che cos'è un'utopia? 
E' appunto "Il luogo che non c'è", qualcosa di assolutamente nuovo rispetto al reale.
Ma nella storia sono pur avvenuti cambiamenti tanto profondi da essere ritenuti irrealizzabili dai più prima che avvenissero.
Il federalismo come quello europeo (e come quello propugnato a livello mondiale dal [URL=http://www.wfm-igp.org]WFM[/URL] è effettivamente una "rivoluzione culturale". Il suo eventuale successo aprirà la strada alla creazione di strutture politiche ancora ritenute "utopiche"
–––––––––
Trascrivo integralmente l'articolo di cui ho già citato l'esordio.
––––––––
Il Sole 24 Ore, 7 agosto 2016

LA NUOVA SFIDA DI VENTOTENE

Un'Unione federale in un'Europa plurale

Sergio Fabbrini

Il premier Renzi ha invitato la cancelliera Merkel e il presidente 
Hollande ad un incontro a Ventotene per il prossimo 22 agosto. 
Ventotene è l'isola dove Altiero Spinelli e Ernesto Rossi elaborarono 
(nel giugno del 1941) il Manifesto per un'Europa libera e unita. Si 
tratta di una buona iniziativa? Sì, se il suo scopo è quello di 
preparare il terreno per il rilancio dell'integrazione europea. No, se 
invece il suo scopo è quello di consolidare un direttorio (di Germania, 
Francia e Italia) all'interno di una pericolante Unione europea. Ogni 
direttorio, anche se vi fa parte l'Italia, è antitetico al progetto di 
unione tra eguali celebrato proprio dal Manifesto di Ventotene.

Per questo motivo, a quell'incontro, sarebbe necessario che l'Italia 
andasse con un'idea sul futuro dell'Europa. Un'idea che sia coerente 
con lo spirito di quel Manifesto, ma che tenga presente i cambiamenti 
intervenuti nel nostro continente nei successivi 80 anni. Cambiamenti 
che hanno portato alla crisi del progetto di integrazione e di cui 
Brexit è l'epitome. Per fare ciò occorre un approccio politico che 
ridefinisca in modo nuovo la narrativa, le politiche e le istituzioni 
dell'Europa di domani.

Cominciano dalla narrativa. All'inizio, il progetto di integrazione 
venne giustificato da un'aspirazione inequivocabile: «Basta con le 
guerre tra gli Stati europei». Si ritenne anche che la pace (garantita 
dalla Nato) sarebbe stata tanto più al sicuro quanto più fosse stata 
sostenuta dal benessere economico, dal welfare sociale e dalle libertà 
politiche (promosse dall'Ue). Su queste basi si è proceduto 
all'integrazione, prima, dei Paesi dell'Europa occidentale e, poi, dei 
Paesi dell'Europa meridionale e orientale. La Ue è stata però sconfitta 
dal suo successo. La teleologia di uno sviluppo inevitabile verso gli 
Stati Uniti d'Europa è stata drammaticamente smentita dall'esito del 
referendum britannico del 23 giugno scorso. L'allargamento a quasi 
tutti i Paesi del continente ha aumentato la disomogeneità, in termini 
di prospettive e condizioni, tra i suoi stati membri.

Che ci piaccia o meno, l'Europa è un continente plurale, dove paesi con 
storie ed identità diverse interpretano diversamente le necessità della 
cooperazione transnazionale. L'Europa plurale richiede l'elaborazione 
di una narrativa diversa dal passato. Una narrativa che preservi e 
rafforzi ciò che abbiamo in comune (l'alleanza militare e il mercato 
unico), ma che riconosca le prospettive che ci differenziano. In 
particolare tra i paesi che hanno una visione esclusivamente economica 
e i paesi che hanno o sono costretti a perseguire una visione politica 
dell'integrazione. Narrative diverse che, tuttavia, dovranno 
svilupparsi all'interno di una condivisa cultura liberale del mercato 
aperto e dello stato di diritto. 

Passiamo ora alle politiche. Se l'Europa è plurale, allora occorre 
riconoscere che ci sono paesi che vogliono o hanno bisogno di andare 
verso l'unione politica e paesi che vogliono ritornare ad essere la 
comunità economica precedente al Trattato di Maastricht del 1992. Le 
politiche comuni da perseguire nella seconda non possono essere le 
stesse della prima. Per quanto riguarda la comunità economica, la base 
deve essere l'Atto Unico Europeo del 1986 arricchito di quelle 
politiche che si sono rivelate necessarie per il funzionamento di un 
mercato aperto e competitivo. Una comunità economica richiede una 
politica della competizione ma non richiede l'adozione di una politica 
estera o di sicurezza comuni, né richiede una comune politica 
dell'ordine interno o della immigrazione. Non richiede neppure una 
singola politica monetaria, una volta stabiliti rapporti di scambio 
equilibrati tra diversi regimi valutari. Per quanto riguarda invece 
l'unione politica, la sfida è molto più complessa. Non solo perché 
occorrerà stabilire le condizioni della partecipazione dell'unione 
politica e dei suoi membri al mercato unico. Ma anche perché qui si 
tratta di costruire un sistema costituzionalmente anti¬centralistico, 
cioè un'unione federale e non già uno stato federale. Un'unione 
federale non implica, di per sé, il trasferimento della sovranità dagli 
stati al centro. Piuttosto essa si basa su una separazione della 
sovranità, distinguendo tra le politiche e risorse nazionali e le 
(poche e limitate) politiche e risorse condivise a livello 
sovranazionale. L'unione politica dovrà avere una sua politica della 
sicurezza e della difesa (con una sua capacità militare e di 
intelligence), una sua politica dell'ordine e della giustizia, una sua 
politica dell'immigrazione e del controllo delle sue frontiere. E 
ovviamente dovrà avere una sua moneta, collegata ad una politica di 
bilancio sostenuta da risorse fiscali propriee non trasferite dagli 
stati membri. In queste politiche, l'autorità centrale non è delegata 
dagli stati, né le risorse per gestire le sue competenze sono 
trasferite da queste ultimi. La convergenza economica tra i suoi stati 
membri è auspicabile, ma non è la condizione indispensabile per 
l'esistenza dell'unione. Uno stato membro può fallire senza mettere in 
discussione l'intera unione, se quest'ultima dispone di una capacità 
fiscale autonoma e di istituzioni di governo per perseguire politiche 
anticicliche, se ciò è il volere dei cittadini che le legittimano 
elettoralmente.

Vediamo infine le istituzioni. Se è vero che l'Ue è divisa al suo 
interno tra paesi con una visione politica ed altri con una visione 
economica dell'integrazione, allora è poco plausibile ritenere che essi 
possano condividere lo stesso impianto istituzionale. Se si vuole 
disintegrare e integrare nello stesso tempo, allora occorrerà creare 
due ordini istituzionali distinti. Certamente, una comunità economica 
richiederà anch'essa l'esistenza di organismi sovranazionali che 
garantiscano il rispetto delle fondamentali quattro libertà economiche 
in tutti i paesi che vi partecipano. Tuttavia, si tratta di organismi 
leggeri e con funzioni delimitate. Invece, per quanto riguarda l'unione 
politica, occorrerà andare oltre il Trattato di Lisbona del 2009 e i 
trattati intergovernativi approvati successivamente. Qui, sì, che la 
finalità dell'unione sempre più stretta deve essere condivisa da chi ne 
vuole far parte. Qui, sì, che le istituzioni debbono avere una 
legittimazione democratica. Qui, sì, che la separazione tra istituzioni 
esecutive (legittimate a prendere decisioni nelle politiche di sua 
competenza) e legislative (legittimate ad approvare o meno quelle 
decisioni) deve essere costituzionalizzata. Non può essere come avviene 
oggi in cui, in particolare nell'Eurozona, il Consiglio europeo dei 
capi di governo prende decisioni a nome dell'unione, nonostante i suoi 
membri siano legittimati esclusivamente dal proprio elettorato 
nazionale. Non può stupire che, sotto la pressione della crisi, quelle 
decisioni siano state imposte dai paesi più forti (e dalla Germania in 
particolare). È bene ricordare l'esperienza del secondo Reich tedesco 
(18701918). Quest'ultimo, nonostante fosse una confederazione di 25 
stati sovrani ma essendo privo di organismi centrali legittimi, venne 
di fatto dominato dallo stato più forte, la Prussia. Tant'è che il 
cancelliere e l'imperatore di quest'ultima erano anche il cancelliere e 
l'imperatore del Reich. Per evitare che il cancelliere tedesco divenga 
anche il capo dell'unione, occorre ritornare a Montesquieu (1689¬1755), 
secondo il quale la confusione dei poteri produce inevitabilmente 
rapporti di dominio. Occorre identificare un potere esecutivo e, 
contemporaneamente, un separato potere legislativo con cui 
controllarlo. In un'unione di stati e di cittadini, quel potere 
esecutivo, seppure unitario, dovrà avere due teste, una che emergerà 
dai governi nazionali e l'altra dalla maggioranza del legislativo. La 
competizione tra le due teste stabilirà poi chi sarà il leader 
legittimato a prendere decisioni (che il legislativo dovrà poi 
approvare) a nome dell'intero organismo. Se un'unione federale, 
contrariamente ad uno stato federale, non potrà essere centralizzata, 
nondimeno i cittadini dovranno avere la possibilità di incidere sulle 
decisioni delle sue autorità politiche, partecipando sia alla scelta 
del suo potere esecutivo che alla formazione di quello legislativo. 
Insomma, in un'unione politica, non può esserci posto per un direttorio 
(seppure allargato).

La costruzione di un'Europa plurale richiederà creatività, intelligenza 
e leadership. L'incontro di Ventotene può essere utile per iniziare il 
percorso. Sarebbe anche necessario che i sei paesi fondatori dell'Ue 
concordassero una dichiarazione di intenti sulle caratteristiche di 
un'Europa plurale. La celebrazione dei 60 anni dei Trattati di Roma, il 
prossimo 25 marzo 2017, potrebbe essere l'occasione per far partire un 
progetto di integrazione adeguato alla complessità dell'Europa di oggi, 
eppure coerente con lo spirito del Manifesto di Ventotene di 80 anni 
fa.
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Re: «Un'uniione federale in una Europa plurale»

Messaggio Da Epoch il Mar Ago 09, 2016 10:48 am

Speriamo... Ma mi sa che con un Azzeccagarbugli come Renzi il tutto si risolverà in un modo per continuare con l'andazzo attuale.

Non vedo gente in grado di rilanciare l'idea di un'Europa Federale.
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Re: «Un'uniione federale in una Europa plurale»

Messaggio Da ART- il Gio Ago 25, 2016 3:17 pm

Concordo con Epoch... da gente del genere non verrà fuori proprio nulla di concreto.
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Re: «Un'uniione federale in una Europa plurale»

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