Dopo il "Brexit", morte e rinascita dell'Europa?

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Dopo il "Brexit", morte e rinascita dell'Europa?

Messaggio Da Verci il Ven Lug 01, 2016 11:41 am

Il 23 giugno 2016 rimarrà come data di morte del progetto europeo contenuto nei trattati di Maastricht, Lisbona e Nizza, un progetto neoliberale su cui i popoli europei avevano manifestato forti resistenze in varie forme e occasioni. Resta da capire se il referendum inglese possa essere anche la data di nascita di un nuovo progetto europeo, più vicino a quello del trattato di Roma e agli ideali dei padri fondatori.

Palesemente, il "Brexit" è stato una risposta alla paralisi, un tentativo dei cittadini inglesi di riprendere in mano il proprio destino. Non occorrono manuali di Scienze politiche per capire che i sistemi "postdemocratici" in cui viviamo (la definizione è di Colin Crouch) sono paralizzati e incapaci di decidere, tanto negli Stati Uniti quanto nell'Unione Europea. Sulle sponde del Mediterraneo, tutti si rendono conto che l'Unione Europea non è in grado di decidere sull'accoglienza ai profughi siriani, non è in grado di riavviare la crescita economica, di combattere i paradisi fiscali o di proteggere i più deboli tra i propri cittadini. Non è in grado, soprattutto, di garantire standard democratici minimi: le regole sul debito valgono per i più deboli, non certo per i più forti, la solidarietà europea non va al di là del programma Erasmus, mentre il chiacchiericcio sulla  nomina di un ministro delle Finanze dell'Unione sarebbe risibile se non fosse tragico (quale sarebbe la sua legittimità democratica?).

Negli Stati Uniti, mentre in Gran Bretagna si votava, giovedì la Corte Suprema ha bocciato il piano dell'amministrazione Obama per facilitare l'integrazione di milioni di immigrati, una decisione a parità di voti, 4 favorevoli e 4 contrari, perché mancava il voto del nono giudice, che Obama ha nominato ma che la maggioranza  repubblicana in Senato rifiuta di confermare. La Corte, dove prima o poi arriva qualsiasi scelta politica più importante di ridipingere le strisce pedonali, resterà a organico incompleto almeno per un altro anno, se non di più. Nel frattempo il Congresso dominato dai repubblicani può solo fare ostruzionismo e bloccare qualsiasi provvedimento: neppure la strage di Orlando è riuscita a fare approvare elementari misure di buon senso come vietare la vendita di armi a chi è mentalmente instabile o sospettato di legami con il terrorismo. 

Le cose non vanno meglio a Bruxelles, diventata da tempo il braccio armato di un neoliberalismo tanto più feroce quanto incapace di offrire speranza per il futuro, una Santa Alleanza che fa rimpiangere quella di Metternich e dello Zar. Ieri, quindi, hanno vinto le "antiche libertà inglesi" e ha perso la tecnocrazia europea. Gli slogan delle élite sulla catastrofe economica imminente in caso di uscita della Gran Bretagna non hanno convinto gli elettori. Il referendum inglese è stato una prova che i sistemi politici nazionali possono ancora funzionare nell'epoca della globalizzazione e del dominio dei mercati finanziari, quanto meno se vi trovate a Londra e non ad Atene. Si vedrà nei prossimi mesi se questo tentativo di riappropriazione della sovranità nazionale è davvero possibile. 

Certo, il voto inglese lascia il Regno Unito nelle mani di personaggi poco raccomandabili come Nigel Farage e Boris Johnson ma qui si capirà se Jeremy Corbyn e i nuovi laburisti saranno all'altezza della situazione, se sapranno riaprire il dialogo con i perdenti, con i lavoratori che negli ultimi anni hanno votato massicciamente per Farage e, giovedì, per l'uscita dalla UE (basta guardare una carta sociodemografica e sovrapporla a una con i risultati del referendum per capirlo).

L'uscita della Gran Bretagna può anche essere l'ultima speranza per resuscitare il progetto europeo del manifesto di Ventotene, alla cui crisi Londra ha contribuito in maniera determinante fin dall'epoca di Margaret Thatcher. È stato il primo ministro inglese, fin dal 1979, a volere un'Europa "alla carta", cioè una zona di libero scambio in cui però la Gran Bretagna conservava il diritto di rifiutare ogni regolamentazione che giudicasse contraria ai suoi interessi, dalle protezioni sociali al trattato di Schengen sulla libera circolazione delle persone. Non solo: la Thatcher inventò il celebre slogan "I want my money back!", ottenendo il rimborso di gran parte di quanto il suo paese avrebbe dovuto versare come contributo al bilancio comunitario. Oggi, infatti, la Gran Bretagna paga poco più della metà di paesi con una popolazione e un prodotto lordo comparabile, come la Francia e l'Italia. E, infine, Londra ha sempre sostenuto il rapido allargamento a Est dell'Unione, con il prevedibile risultato di rendere ingestibili i meccanismi di governo dell'Europa a 28 paesi. 

Questa Europa, infettata dal virus del neoliberalismo, non poteva in prospettiva che suscitare reazioni xenofobe e sogni di rivincita nazionale alimentati dall'abbandono dei lavoratori al loro destino: è assolutamente stupefacente la cecità e l'opportunismo delle élite trasnazionali di fronte al governo parafascista di Viktor Orban in Ungheria, di fronte al governo clericale e autoritario della Polonia, di fronte a un candidato di estrema destra che ha mancato per un soffio la conquista della presidenza in Austria e al fatto che il primo partito francese è oggi il Front National di Marine Le Pen. 

L'Europa di oggi non ha nulla a che fare con quella sognata da Altiero Spinelli e, con ogni evidenza, è destinata alla catastrofe, certamente nella forma di una serie di richieste di deroghe alle regole comuni, in alcuni casi di vera e propria uscita, per quanto alto sia il prezzo da pagare, in particolare per i membri della zona euro. 

Ora che "l'impensabile" è avvenuto e la Gran Bretagna se ne va, occorre guardare lucidamente in fondo all'abisso spalancato di fronte a noi prima che sia troppo tardi. Un'Europa di governi nazionalisti e autoritari l'un contro l'altro armati, come negli anni Trenta, è perfettamente possibile: quando i popoli sono alla disperazione un maestro di Predappio o un imbianchino austriaco da acclamare come salvatori della patria si  trovano facilmente.

Chi volesse guardarsi intorno con attenzione scoprirebbe che tra il 2000 e il 2015 ben 27 paesi (ventisette!) hanno abbandonato la democrazia attraverso golpe militari come in Egitto e in Tailandia o attraverso lo svuotamento dall'interno delle istituzioni costituzionali, come in Ungheria e in Turchia.

Che le democrazie liberali siano irreversibili è una pericolosa illusione.

Fabrizio Tonello

Fabrizio Tonello è professore di Scienza politica presso l’Università di Padova. 
Ha lavorato negli Stati Uniti, alla University of Pittsburgh e alla Columbia University. 
Tra i suoi libri: La politica come azione simbolica (Franco Angeli, 2003), Il giornalismo americano (Carocci, 2005), Il nazionalismo americano (UTET, 2007), L'età dell'ignoranza (Bruno Mondadori 2012).
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Re: Dopo il "Brexit", morte e rinascita dell'Europa?

Messaggio Da Erasmus il Lun Lug 04, 2016 2:10 am

Verci ha scritto:Il 23 giugno 2016 rimarrà come data di morte del progetto europeo contenuto nei trattati di Maastricht, Lisbona e Nizza, un progetto neoliberale su cui i popoli europei avevano manifestato forti resistenze in varie forme e occasioni. Resta da capire se il referendum inglese possa essere anche la data di nascita di un nuovo progetto europeo, più vicino a quello del trattato di Roma e agli ideali dei padri fondatori.

Palesemente, il "Brexit" è stato una risposta alla paralisi, un tentativo dei cittadini inglesi di riprendere in mano il proprio destino. Non occorrono manuali di Scienze politiche per capire che i sistemi "postdemocratici" in cui viviamo (la definizione è di Colin Crouch) sono paralizzati e incapaci di decidere, tanto negli Stati Uniti quanto nell'Unione Europea. Sulle sponde del Mediterraneo, tutti si rendono conto che l'Unione Europea non è in grado di decidere sull'accoglienza ai profughi siriani, non è in grado di riavviare la crescita economica, di combattere i paradisi fiscali o di proteggere i più deboli tra i propri cittadini. Non è in grado, soprattutto, di garantire standard democratici minimi: le regole sul debito valgono per i più deboli, non certo per i più forti, la solidarietà europea non va al di là del programma Erasmus, mentre il chiacchiericcio sulla  nomina di un ministro delle Finanze dell'Unione sarebbe risibile se non fosse tragico (quale sarebbe la sua legittimità democratica?)



Non ho nemmeno voglia di leggere tutto.
Già l'esordio mi trova in totale disaccordo!
a) Palesemente cosa?  Tutti i "poll" davano la vittorioa del "Remain".
Quindi non c'è niente di palese!
b) Chi l'ha detto che il "Progetto Europeo" doveva essere per forza comprensivo dell'inclusione dell'UK?
I federalisti spinelliani no di certo. Eppure ancor oggi (anzi: oggi molto più di ieri) Altiero Spinelli è considerato "padre" dell'idea stessa di integrazione dell'Europa. [Oggi, i federalisti impegnati nelle istituzioni europee fan parte del "Gruppo Spinelli", presieduto da Verhostadt, ex premier belga e attuale leader dell'ALDE, il 3° gruppo per numerosità dopo PPE (popolari, democristiani) e S&D (socialisti e democratici).
I federalisti hanno da sempre considerato un "peccato originale" l'apertura all'ingresso dell'UK prima di un vero inizio di integrazione politica.
Lasciando fuori i federalisti (poco numerosi ... anche se questo non vuol dire che hanno torto e che la democrazia esige che prevalgano gli altri anche se hanno torto!), da sempre ci sono stati politici favorevoli alla partecipazione dell'UK alla CEE (soprattutto tra politici più atlantisti che europeisti) ed altri sfavorevoli. Abbiamo dimenticato il "veto" assoluto francese all'epoca di de Gaule?
Ma ci sarebbe anche altro da ricordare! Ossia: un mare di cose attestanti l'intenzione PERPETUA dell'UK  non di integrarsi ma piuttosto di PRESIEDERE ad un equilibrio di stati continentali affinché nessuno di essi (e tantomeno una nuova entità politica maggiore ed più grande di essi) possa diventare politicamente più forte dell'UK.
Di cose, tra le molte, ricordiamo almeno queste quattro
1) La CECA ( – la "Comunità Europea del Carbone e dell'Acciao", sviluppatasi nelle "Comunità Economiche Europee" [CEE] e queste (divenute  "la CEE" con l'atto di fusione)  nell'Unione Europea [UE] – è iniziata come  emanazione del "Consiglio d'Europa" (pattuito a Londra con la palese intenzione del governo britannico di sovraintendere all'equilibrio politico del continente) e dell'OCSE  (Organizzazione per la Collaborazione Economica Europea). Il Consiglio d?Europa prese sefde permenente a Strasburgo. E proprio in questa sede si riunì dapprima l'Assemblea della CECA (il "parlamentino dei Sei che divenne poi il Parlamento della CEE e quindi dell'UE). Anche nell'OCSE (con sede a Parigi), nata per gestire gli aiuti dell'ERP alla disastrata Europa, l'UK  manifestò la pretesa di sovraintendere all'equilibrio degli altri! L'UK non si pose tra i paesi "aiutati" ec onomicamente dall'ERP, bensì a fianco degli USA come se pèure condividesse l'erogazione di aiuti! La vastità dell'Impero britannico e l'inviolata "insularità" collocavano la Gran Bretagna in una posizione di "vincitrice" ben diversa da quella della Francia; e le davano l'illusione di restare "potenza" mondiale, quasi paritetica degli USA.
Insomma: fin da allora l'UK non aveva alcuna intenzione di integrarsi col resto dell'ìEuropa, bensì quella di sovrintendere all'equilibrio del continente restando la Gran Bretagna "al di sopra" delle parti europee. La CECA è nata aperta a tutti,in particolare all'UK. Ma l'UK non volle partecviparvi e anzi la prese a malvolere da subito!
2) Nel 1954 il governo britannico  esercitò enormi pressioni diplomatiche sulla Francia al fine di scongiurare la nascita della Comunità Europea di Difesa (CED), fomentando il pericolo di Riarmo Tedesco (e favorendo allo scopo quel pactum sceleris tra estrema destra (ipernazionalista) gaullista e  sinistra comunista filosovietica che affossò la CED). 
Quindi, in soli 39 giorni, la Gran Bretagna porto i Sei della CECA (gli stessi dell'abortito trattato CED) a pattuire il trattato Unione dell'Europa Occidentale (UEO in Italiano e francese, Western European Union [WEU] in inglese), alleanza sostanzialmente militare con palese prevalenza britannica, al punto che divenne inoperante in epoca gaullista riducendosi al quasi unico compito di controllare che il riarmo tedesco non superasse quanto permesso dallo stesso trattato. In Internet si trovano descrizioni encomiastiche dell'UEO; ma se si leggono attentamente vi si rileva senza dubbio che lo scopo dell'UEO era quello di tenere gli stati europei in condizioni di "cortigiani" delle politiche di intromissione (diretta o indiretta e proprio tramite l'UK) degli USA negli affari europei (come in Albania e in Iugoslavia)  e nelle regioni ex-colonie europeeancora sotto l'influsso ciulturale degli ex-cplonizzatori. Sostanzialmente un'alleanza inutile (tra paesi tutti nella NATO) col solo iniziale proposito di riconoscimento di una qualche supremazia britannica sugli altri stati dell'Europa continentale.
3) Nel 1960, di fronte al buon funzionamento delle CEE – alle quali l'UK rifiutò la partecipazione ignorando addirittura l'invito a partecipare alle fasi preparatorie – diede vita al trattato EFTA in precisa funzione anti CEE.
Ma quando divenne palese il fallimento dell'EFTA – si pensi che, nato nel 1960 con l'obiettivo di abbattimento dei dazi doganali, divenne operante solo nel 1966 senza mai raggiungere davvero quell'obiettivo – la Gran Bretagna scaricòl'EFTA per entrare nella CEE prima e nell'UE dopo.
Occhio: per quasi vent'anni (dall'ingresso nel 1973 fino a Maastricht nel 1991) continuò a frenare l'integrazione della CEE –per esempio affossando (definitivamente nel1986) il Trattato di Unione Europea spinelliano votato a stragrande maggioranza dal primo PE nel 1984)–  caldeggiò ulteriori allargamenti e  pretese privilegi economici (come il famoso "rebate", ossia la restituzione di eventuali contributi britannici in eccesso su quanto investito dalla CEE in UK stesso). Finse minori pretese col governo Major dopo il siluramento della Thatcher fatto dal suo stesso partito (per esersi lasciata "isolare" diplomaticamente).
4) Nell'UE la Gran Bretagna era dentro (e lo è ancora) solo con mezzo piede per quanto riguarda la cessione di sovranità. Famosi i suoi "opting out": no a Schengen, no alla moneta comune, no al riconoscimento della Carta dei diritti fondamentali., no  ai simboli europei, no al motto "uniti nelladiversità", ecc, ecc.  Ma era (ed è ancora) ben piazzata nelle eventuali decisioni. Fa parte dell'UEM (Unione economico-monetaria) anche se non ha adottato l'Euro. Ha lo stesso peso della Francia (e un po' maggiore dell'Italia) quanto a numero di deputati in PE, lo stesso peso della Francia e dell'Italia nelle decisioni a maggioranza qualificata in Consiglio, gode ancora del diritto di veto nelle decisioni all'unanimità, ha ancora un Commissario in Commissione Europea  (nonché vicepresidente di Juncker), dimissionario a parole ma non di fatto, in attesa della notifica ufficiale della richiesta di secessione dall'UE, notifica che ancora non c'è stata!). 
Il governo dell'UK, labourista o conservatore che fosse,  quando ha potuto ha operato pesantemente contro l'unità europea.
[In particolare, Blair si è schierato con gli USA in Iraq, trascinando dalla sua parte Polonia, Italia e altri stati, subito dopo aver firmato quel documento del Consiglio Europeo in cui si ribadiva che gli stati dell'UE dovevano restare uniti ed avere in proposito "una sola voce". Blair, durante la "Convenzione sul futuro dell'Unione", impose che nessuna parola con l'etimo di "federale" fosse usata. E dopo aver firmato a Roma  il trattato Costituzione Europea impegnandosi a farlo discutere dal parlamento britannico, seplicemente lo ignorò, come se non ci fosse stata nessuna Convenzione, né sottoscrizione britannica né  impegno per il dibattito parlamentare  di ratifica o no di quel trattato.]

I britannici, votando in maggioranza per il "Leave",  non hanno affatto inteso di riprendersi in mano "il proprio destino politico". Ha semplicemente prevalso il populismo (per la generale ignoranza degli inglesi in materia di istituzioni europee). 

Che poi il progetto europeo sia «un progetto neoliberale su cui i popoli europei avevano manifestato forti resistenze in varie forme e occasioni» è tutto da dimostrare!
Anzitutto, la maggioranza dei governi dei paesi dell'UE era di tendenze socialiste.
In secondo luogo, la politica è stata portata avanti dai governi praticamente nell'ignoranza dei loro "popoli" (dato che di vere questioni europee non si parla nemmeno in campagna elettorale per le elezioni del PE). In terzo luogo, se l'autore ha in mente i referendum francese e olandese che bocciarono  di poco il trattato "Costituzione europea", dimentica quelli spagnolo e lussemburghese che invece lo approvarono. [Idem dicasi per il trattato di Lisbona, dapprima bocciato in Irlanda (con referendum in cui la campagna per il NO è stata largamente finaziata da finanza internazionale, specie nord-americana, e in particolarte da fabbricanti di armi) fu poi  approvato  (con un successivo referendum con successo del SI' superiore al successo del NO nel precedente). 
[Il vincitore del 1° referendum, ha poi messo in atto una lista di candidati euroscettici alle successive elezioni europee per le quali  lui era il capo-lista.  Ma questa lista non ha conquistato nessun seggio, nemmeno nel collegio in rera candidato lui e credeva di vincere di sicuro].


E che dire della Repubblica Ceca, dove la gente è europeista ma c'è stato un Presidente della Repubblica (Vaclav Klaus) decisamente euro-fobo?
E che ditre dei  gemelli polacchi Kaczinsky?


Purtroppo il populismo nazionalista paga sempre bene. Se non fosse così, come si spiegherebbero le guerre del secolo scorso e l'avvento delle dittature in mezza Europa? (Italia, Germania, Russia, Spagna, Portogallo ... senza contare il regresso democratico ovunque, specie in Francia ma  Gran Bretagna compresa).
–––––––
Leggo in calce che l'autore sarebbe addirittura uno specialista di "scienza politica", formatosi alla Pittsburgh University e alla Columbia University.
Ancora una volta, dunque,  si conferma che gli americani di politica europea non sanno un tubo... e non interessa loro sapere!
 A loro interessa soltanto una qualche strategia che mantenga l'idea della necessità di una certa egemonia "filantropica" americana (e in questo sono abbastanza bravi!).
In particolare, per gli americani l'UK deve restare il tramite migliore per la loro intromissione nelle cose europee. Tutto il resto è accessorio. 
Ed allora ... prima l'esplicito favore per il "remain" e poi la descrizione di qualcosa di catastrofico non tanto per gli inglesi quanto per gli europei (che quindi farebbero bene a mantenere ancora stretti i legami con l'UK anche se uscito dall'UE).

L'ho già detto e lo ripeto. Per l'Unione Europea l'uscita dell'UK a lungo andare sarà un bene ... semprecché l'UE si decida a procedere e non si lasci irretire da altre forme di seduzione britannica.
Personalmente, poi, la vittoria del "Leave" sul "Remain" mi ha fatto un gran piacere! 
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Re: Dopo il "Brexit", morte e rinascita dell'Europa?

Messaggio Da ART- il Dom Lug 10, 2016 4:06 pm

Verci ha scritto:Il 23 giugno 2016 rimarrà come data di morte del progetto europeo contenuto nei trattati di Maastricht, Lisbona e Nizza, un progetto neoliberale su cui i popoli europei avevano manifestato forti resistenze in varie forme e occasioni.

Non andiamo d'accordo sul fatto che il problema non è avere il "neoliberalismo" o altro sistema economico: il problema fondamentale europeo è politico ed è la mancanza di unità d'Europa.

Verci ha scritto:Palesemente, il "Brexit" è stato una risposta alla paralisi, un tentativo dei cittadini inglesi di riprendere in mano il proprio destino.

I cittadini inglesi il proprio destino ce l'hanno sempre avuto in mano e la maggioranza dei suoi cittadini non ha votato in preda a una crisi di rigetto verso il neoliberalismo.

Verci ha scritto:Non occorrono manuali di Scienze politiche per capire che i sistemi "postdemocratici" in cui viviamo (la definizione è di Colin Crouch) sono paralizzati e incapaci di decidere, tanto negli Stati Uniti quanto nell'Unione Europea. Sulle sponde del Mediterraneo, tutti si rendono conto che l'Unione Europea non è in grado di decidere sull'accoglienza ai profughi siriani, non è in grado di riavviare la crescita economica, di combattere i paradisi fiscali o di proteggere i più deboli tra i propri cittadini. Non è in grado, soprattutto, di garantire standard democratici minimi: le regole sul debito valgono per i più deboli, non certo per i più forti, la solidarietà europea non va al di là del programma Erasmus,

Non occorrono manuali di Scienze politiche per capire che lamentarsi col senno di poi è troppo facile. Dov'era il nostro egreggio professore quando dieci, venti, trent'anni fa noi federalisti europei dicevamo che così conciata l'Europa non sarebbe stata comunque in grado di affrontare i problemi?

Verci ha scritto:mentre il chiacchiericcio sulla  nomina di un ministro delle Finanze dell'Unione sarebbe risibile se non fosse tragico (quale sarebbe la sua legittimità democratica?).

Ok, lasciamo tutto così senza neanche ipotizzare alternative, va bene così. Chi se ne frega di andare avanti con l'integrazione... tutto va ben, madama la marchesa. Poi però l'egreggio professore non torni fra qualche anno a lamentarsi di nuovo, o qui è la volta buona che partono i calci in culo!

Verci ha scritto:Le cose non vanno meglio a Bruxelles, diventata da tempo il braccio armato di un neoliberalismo tanto più feroce quanto incapace di offrire speranza per il futuro, una Santa Alleanza che fa rimpiangere quella di Metternich e dello Zar. Ieri, quindi, hanno vinto le "antiche libertà inglesi" e ha perso la tecnocrazia europea.

E' finito l'epico scontro: i nuovi eroi tipicamente socialisti che sono gli inglesi di oggi hanno vinto contro il mostro neoliberalista della "tecnocrazia europea" riuscendo a levargli la Gran Bretagna dalle fauci, con buona pace di tutto il resto che ovviamente non conta una ceppa (di...). Che geniale idea... magari dovremmo farlo anche noi, tanto chi se ne frega se l'intero sistema europeo ci casca addosso. Che vuoi che sia: l'importante è eliminare il neoliberalismo, il resto è optional.

Verci ha scritto:Gli slogan delle élite sulla catastrofe economica imminente in caso di uscita della Gran Bretagna non hanno convinto gli elettori. Il referendum inglese è stato una prova che i sistemi politici nazionali possono ancora funzionare nell'epoca della globalizzazione e del dominio dei mercati finanziari, quanto meno se vi trovate a Londra e non ad Atene. Si vedrà nei prossimi mesi se questo tentativo di riappropriazione della sovranità nazionale è davvero possibile.

Secondo questa visione del tutto ideologica della faccenda gli effetti deleteri dell'uscita della Gran Bretagna dall'UE in pratica non esisterebbero, sono stati tutti inventati dai cattivoni della non meglio definita "èlite" per spaventare la gente e difendere il neoliberalismo a loro caro, a cui la Gran Bretagna, in base a non si sa quale improvviso colpo di genio, si sarebbe sottratta uscendo dall'UE. Commovente, peccato che l'UK di oggi sia molto diversa da quella dei tempi della Tatcher e che la sostanza del dibattito sulla brexit sia basato su tutt'altre questioni.

Verci ha scritto:Certo, il voto inglese lascia il Regno Unito nelle mani di personaggi poco raccomandabili come Nigel Farage e Boris Johnson ma qui si capirà se Jeremy Corbyn e i nuovi laburisti saranno all'altezza della situazione, se sapranno riaprire il dialogo con i perdenti, con i lavoratori che negli ultimi anni hanno votato massicciamente per Farage e, giovedì, per l'uscita dalla UE (basta guardare una carta sociodemografica e sovrapporla a una con i risultati del referendum per capirlo).

No, i laburisti (quando riusciranno a tornare al potere, il che non è vicino) non avranno molto da ridire sul "neoliberalismo", perchè in questo sistema ci sguazzano pure loro: l'UK di oggi si basa troppo sulla finanza e troppo poco su tutto il resto perchè questa operazione possa avere successo. Nessuno in Gran Bretagna ha davvero interesse a cambiamenti radicali, non era l'UE il problema.

I "perdenti" saranno sfavoriti ulteriormente da questa genialata della brexit da loro così sostenuta, che per la semplice sconnessione dalla Gran Bretagna dal sistema europeo provocherà perdita di reddito e posti di lavoro. E questa volta la colpa non potrà più essere buttata sull' "Europa" cattiva fonte di ogni male della Terra: la cazzata l'hanno fatta loro e ne pagheranno come tutti gli altri una parte di conseguenze, mentre Farage si è dimesso e continuerà tranquillo a gestire i suoi affari personali e a divertirsi con le sue amanti, dopo aver condotto una campagna tutta incentrata sullo SPAURACCHIO DELL'IMMIGRAZIONE.

Si, perchè leggo qua e là che "non bisogna criminalizzare la brexit" e "non ha senso tuonare contro il populismo" ma vedo che si tace senza problemi sul fatto che questa campagna è stata giocata anche e soprattutto sulle regole di (non) accoglienza dei disgraziati che cercano scampo nel Regno Unito.

Verci ha scritto:Questa Europa, infettata dal virus del neoliberalismo, non poteva in prospettiva che suscitare reazioni xenofobe e sogni di rivincita nazionale alimentati dall'abbandono dei lavoratori al loro destino: è assolutamente stupefacente la cecità e l'opportunismo delle élite trasnazionali di fronte al governo parafascista di Viktor Orban in Ungheria, di fronte al governo clericale e autoritario della Polonia, di fronte a un candidato di estrema destra che ha mancato per un soffio la conquista della presidenza in Austria e al fatto che il primo partito francese è oggi il Front National di Marine Le Pen. 

No, prof. , la causa non è questa o comunque non è la principale: veniamo da anni di crisi economica a livello mondiale, e i fautori del brexit hanno vinto perchè hanno giocato con la paura dell'immigrazione. L'Europa è paralizzata perchè divisa: non può reagire alle minacce e rispondere alle necessità perchè ha 28 teste invece che una. Neoliberalismo o non neoliberalismo è lo stesso, sempre paralizzata rimarrà se deve decidere su tutto il fondamentale all'unanimità fra 28 o 27 stati.

Verci ha scritto:L'Europa di oggi non ha nulla a che fare con quella sognata da Altiero Spinelli e, con ogni evidenza, è destinata alla catastrofe,

Si, e questo anche per colpa di chi se ne strafotte di dargli un assetto geopolitico decente per inseguire ideologie!
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Re: Dopo il "Brexit", morte e rinascita dell'Europa?

Messaggio Da Erasmus il Mer Lug 13, 2016 1:33 am

Caro ART, ormai (come spesso è successo nella storia) chi ha ragione in sede teorica perde palesemente di fronte all'andazzo comune.
Da giovane mi chiedevo come potevano essere così fessi i nostri padri e nonni che nel giro di trent'anni si sono lasciati mandare al macello a milioni con l'ordine di massacrare a costo di farsi massacrare.
Se ci pensiamo bene, si vede che allora ha vinto chi aveva torto non solo moralmente (in quanto milioni e milioni di persone venivano usate come cxarna da macello), ma anche nelle tesi di scienza della politica (allora date per buone).
Quel che dicono i federalisti ... non solo non conta, ma è ignorato a priori. I dotti professorini che scrivono questi articoli non è che trascurano quel che dicono i federalisti europei. No: essi, dotti professorini, non sanno neanche che esiste un pensiero federalista. E se ti mettessi a discutere con qualcuno di loro sta sicuro che, se non ti  presenti dicendoti espressamente "federalista europeo", ti classifica in qualche tipologia di moda (una volta comunista o filo-imperioalista a seconda che iil professorino fosse anti-sovietico o anti-americano, oggi neoliberista o nostalgico di sinistra,ieri folo-global o anti-global).
Ormai ... sono vecchio e stanco. Dai piloti sangue no se ghe ne cava!(NB. In veronese i "piloti", plurale di "piloto", sono i paracarri]. 
Vedi ART che è inutile discutere (o per lo meno enormemente dispendioso rispetto all'infimo raccolto nel nostro tentativo di "evangelizzare" un popolo bue).

Caro Verci, l'articolo che hai pubblicato qua è il solito polpettone, con l'aria di essere critico, intelligente ed informato: in realtà un coacervo di luoghi comuni, di belle frasi ad effetto ma deboli ad una stringata analisi semantica.

In particolare,  vedo che i federalisti per l'autore non esistono nemmeno, per lo meno si ignora cosa hanno detto e continuano a dire nei loro commenti al processo di integrazione europea.
Eppure si nomina persino il Manifesto di Ventotene.

Ci sono anche delle emerite panzane (vuoi per crassa ignoranza dell'autore o per pozioni ideologiche settarie).
Per esempio:
«Le cose non vanno meglio a Bruxelles, diventata da tempo il braccio armato di un neoliberalismo tanto più feroce quanto incapace di offrire speranza per il futuro, una Santa Alleanza che fa rimpiangere quella di Metternich e dello Zar.»
Mi viene in mente Manzoni che, ai critici el suo romanzo, da alcuni criticato in un verso e da altri nel verso opposto, chiedeva di mettersi almeno d'accordo in anticipo!

In effetti, a sentire gente di destra, l'UE è un prodotto delle nostalgie di sconfitti "sinistrorsi", addirittura battezzata da qualcuno come "unione nazi-sovietica", e poi per anni (quando la maggioranza dei governi degli stati membri era tenuta da partiti sedicenti "socialisti") criticata come un rigurgito di populismo di sinistra. Ma pìer il nostro professorino è invece "il braccio armato di un neoliberalismo tanto più feroce quanto incapace di offrire speranza per il futuro».
Ma 'sto professorino sa cosa era storicamente il "braccio armato"? A me pare di no. 
E poi il paragone con la Santa alleanza post-napoleonica! Ma il professorino sa cosa vuol dire "rimpiangere"?

Eppure le cose sono molto semplici da capire!
L'UE è rimasta un coacervo di governi nazionali, ciascuno un po' "Cicero pro domo sua" (che deve addirittura mostrarsi in patria come difensore degli interessi nazionali là in sede europea, ché non succeda che altri difensori di loro interessi nazionali abbiano a soverchiare i suoi!

L'ho detto mille volte: il parlare di Bruxelles come quando si dice  "Washington" per intendere il volere della "Casa Bianca" è un falso colossale  perché non esiste un potere politico europeo, ma appunto un coacervo di governi nazionali quasi sempre incapaci  di mettersi d'accordo ... tanto che è un luogo comune il ripetere che l'UE  non sa parlare con  "una sola voce".
Prendiamo il problema "migranti". Non esiste una autorità in grado di decidere in proposito: ecco allora affiorare i governi nazionali con lerispettive posizioni in ordine sparso!
E k'affermazione che gli inglesi hanno inteso riprendere in mano il proprio destino? Questa frase avrebbe senso se, col restare in Unione Europea, il destino degli Inglesi fosse caduto in mano a qualcun altro che "destina" gli inglesi a qualcosa di brutto, di decisamente negativo (per loro). Ma dove sta questo cattivone che aveva in mano il destino degli inglesi? 
[A me pare, invece, che i governi britannici abbiano per secoli messo il naso nelle cose continentali per influenzare in loro favore il "destino" dei singoli popoli europei. Per non parlare poi del "destino" dei non–europei, cioè dello spietato  colonialismo (a volte davvero genocida, come in Noramerica ed in Australia) con lo scopo o di sfruttare immensi territori e centinaia di milioni di individui (certamente più poveri degli inglesi) in regioni a dimensioni continentali  – Nordamerica, India,  Africa , Australia e Oceania –o di conquista e mantenimento di una effettiva supremazia  con il controllo dei punti strategici chiave – Gibilterra, Cipro, Malta, Suez ...].
  Per favore: rimettere i piedi per terra! Altro che vittoria delle "antiche libertà inglesi" sulla "tecnocrazia europea" quella che sarebbe "infettata dal virus del neoliberalusmo"!  Se ha senso una  caratterizzazione  del neoliberalismo, questa è quella caratteristica della "city".  Fin dal suo ingresso in CEE la Gran Bretagna è portatrice di neoliberalismo. 

Insomma: se l'Europa va male, gran  parte del "merito" spetta proprio all'UK.
Se ne vada fuori dai piedi e, se cambia idea, rientri con propositi meno egocentrici!
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Re: Dopo il "Brexit", morte e rinascita dell'Europa?

Messaggio Da Epoch il Mer Lug 13, 2016 3:57 pm

Però... che pistolotti da parte di tutti...
non ho tempo di leggervi :(
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Re: Dopo il "Brexit", morte e rinascita dell'Europa?

Messaggio Da ART- il Dom Lug 17, 2016 2:38 pm

Beh, Epoch, in sostanza non facciamo tutti altro che ripetere sempre le stesse cose. Ormai è diventato più un rituale liturgico che non un discuetere seriamente delle cose (a meno che non siano eventi di attualità che vogliamo commentare).
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Re: Dopo il "Brexit", morte e rinascita dell'Europa?

Messaggio Da Epoch il Dom Lug 17, 2016 5:09 pm

Vero Art...
Sta diventando un disco incantato.
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Re: Dopo il "Brexit", morte e rinascita dell'Europa?

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