Dedicato a Mastro Titta (e a chi la pensa come lui in materia di politica europea)

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Dedicato a Mastro Titta (e a chi la pensa come lui in materia di politica europea)

Messaggio Da Erasmus il Mer Gen 27, 2016 12:58 am

Caro Mstro-Titta.
Non ho replicato, pur avendone motivo, nel thread da te aperto "Ripristino dei controlli alle frontiere scandinave"
Ma adesso ... pensa che il discorso tenuto da Giorgio Napolitano domenica scorsa contiene sostanzialmente quello che andrebbe detto con forza a chi, come te,  non ha paura del tramonto dell'idea dell'unità politica europea, anzi sembra quasi auspicarlo.
Nel citato thread tu mi fai notare che l'Europa non sta affatto andando verso l'integrazione politica. E quelli che, come me, sperano invece che l'unità politica si faccia perché credono che altrimenti l'Europa avrà perso per sempre il treno. tu tacci di utopia, tu tratti da "sognatori".

No, caro mio!
Un conto è il pronostico, un altro è la speranza, un altro ancora la lotta politica, anche nelle sconfitte.

Più volte mi sono detto pessimista sul futuro dell'Europa, nel senso che forse capirà dove stava la salvezza quando sarà troppo tardi.

Ma se accadrà  così, se ora sembra che ormai la federazione europea  sia solo un "sogno" (svanito per sempre), non significa che va bene così!
Se accettassimo per intrinsecamente buona la storia come si svolge nel tempo, che dire allora della prima metà del secolo scorso? Che dire della follia dei governi e della debolezza dei popoli che si sono docilmente lasciati condurre al macello?
Se accettasimo come ineluttabile la storia così come si svolge, che dire dell'impegno politico delle forze minoritarie? Che dire degli antifascisti italiani durante il ventennio mussoliniano? Che dire del dissenso sovietico in epoca staliniana? Che dire della "Primavera di Praga", della polacca  Solidarnosc in epoca brezneviana?

Insomma: se uno ha ragione sul piano logico, alla fine accetterà anche che la politica si svolga all'opposto delle sue idee; ma non per questo vuol dire che  è un'illuso. Illuso sarebbe se pensasse che ormai l'Europa è fatta, o che senz'altro si farà ... come se questo fosse automatico e non fosse invece necessaria una lotta politica serrata con la probabilità anche di perdere.
Infine ... la storia è spesso più lenta della vita di un  uomo!
Quanti anni ci ha messo l'idea di "democrazia" a diventare l'idea universale di un "valore" politico? Secoli non anni!

Mi scuso. Pensavo di dir molto meno e passare subito al copia/incolla del discorso di Napolitano.
Ma ormai ... "quod scripsi scripsi!"
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Venerdì scorso 22 gennaio 2016, nella sala Zuccari di palazzo Giustiniani (Roma), Giorgio Napolitano ha ricevuto il "Premio Altiero Spinelli" alla presenza del suo successore  Sergio Mattarella e di Pietro Grasso (attuale presidente del Senato).

In quell'occasione  ... Napolitano ha parlato da federalista europeo per una buona mezz'ora.

Trascrivo il discorso INTEGRALMENTE.

[NB. Sia su "L'Unità" che nel sito ISPI (di cui Napolitano è presidente onorario) ed in altri ancora manca la prolusione del discorso ... benchè nel sito ISPI e anche in altri si acceda al discorso "mutilato" da un link che annuncia  invece l'accesso al "discorso integrale".
Il testo integrale io l'ho avuto per e.mail dal presidente del MFE  Giorgio Anselmi  [che ho il merito d'aver io introdotto al Federalismo Europeo negli anni '70 ], il quale è la persona che ha materialmente consegnato il premio a Napolitano; e ha avuto il testo integrale del discorso direttamente dalla segreteria del "presidente emerito" Napolitano, dopo aver notato che il testo diffuso dalla stampa (e nel web) non corrispondeva (nella parte iniziale) a quanto egli stesso ricordava].
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Premio Altiero Spinelli
Intervento del Presidente emerito Sen. Giorgio Napolitano

Roma, Senato - 22 gennaio 2016

Sono molto grato al Presidente Anselmi e a tutti coloro che con 
esemplare tenacia tengono viva in Italia la nobile tradizione del 
Movimento Federalista.
Grato per un riconoscimento generosamente motivato che mi onora e che 
tanto più apprezzo in quanto è stato in precedenza conferito a uno dei 
più rispettati protagonisti italiani della costruzione europea, Carlo 
Azeglio Ciampi.
Grato ancor più per l'occasione che mi si offre di rendere omaggio alla 
figura di  Altiero Spinelli nell'imminenza del 30° della sua scomparsa.
E il fatto che abbiano voluto condividere questa occasione il Presidente 
della Repubblica Sergio Mattarella, e insieme con lui il Presidente del 
Senato, che ringrazio per il suo caloroso e non formale saluto, e il 
Ministro degli Affari Esteri, ha un significato che tutti possono 
intendere. Gliene siamo riconoscenti.
Insieme con loro saluto cordialmente tutte le autorità e personalità 
presenti, e con particolare affetto Renata Colorni, tanto cara ad 
Altiero e Ursula, come tutte le sue sorelle.

Sulle idee di Spinelli, sullo straordinario dispiegarsi del suo impegno, 
e dunque sulla sua eredità ho avuto modo, nel tempo, di esprimermi 
pubblicamente a più riprese,  a partire dall'intervento che tenni alla 
Camera nel primo anniversario della sua scomparsa.
Ancora di recente ho voluto ricordare, all'Università di Pavia, quanto 
io debba al suo insegnamento, e come assolutamente singolare sia stata 
la sua vicenda. La lunga e travagliata esperienza di Spinelli in carcere 
e al confino era culminata nella grande ideazione - insieme con Ernesto 
Rossi e Eugenio Colorni - del Manifesto di Ventotene. Caduto il 
fascismo, egli tornò finalmente libero, ma in assoluta solitudine 
politica. Iniziò dunque la sua lunga marcia forte soltanto del senso 
della sua missione.
 Ma per riflettere qui oggi sull'arduo cammino del processo di 
integrazione europea e sul modo di affrontare le scelte che ci stanno 
davanti, vorrei partire dall'ultimo messaggio che Altiero Spinelli, 
"giunto quasi (così scrisse) all'estremo dei miei anni" consegnò - marzo 
1986 - nella premessa a una seconda parte della sua autobiografia, poi 
rimasta solo abbozzata.
In quella "Premessa" egli evocò le sconfitte sue e del Movimento 
Federalista, e dunque della causa dell'unità europea. E volle dire :    
"Nessuna di quelle sconfitte ha però lasciato in me quel rancore contro 
la realtà che così spesso alligna nell'animo degli sconfitti. ... 
Bisogna sentire che il valore di un'idea, prima ancora che dal suo 
successo finale, è dimostrato dalla sua capacità di risorgere dalle 
proprie sconfitte. "
E in effetti, l'Europa unita, nel suo farsi da 65 anni a oggi, ha 
conosciuto non poche e non lievi crisi, e vere e proprie sconfitte.
Quando si dice che l'integrazione europea è avanzata attraverso crisi 
ricorrenti, ci si riferisce a vicende che non è possibile porre tutte 
sullo stesso piano.
Di certo, da un lato, vicende di tensione e di crisi nei rapporti tra 
Stati membri della Comunità e nei rapporti tra Stati nazionali e 
istituzioni europee. Tra le più note la crisi insorta negli anni '60 tra 
la Francia di De Gaulle e la Comunità (la cosiddetta crisi della "sedia 
vuota"). E, nella seconda metà degli anni '70, la crisi tra la Gran 
Bretagna guidata dalla Signora Thatcher, e la Comunità. Si trattò della  
polemica sul "giusto ritorno", con la poco flemmatica Primo Ministro 
britannica che urlò "voglio indietro i miei soldi" (I want my money back).
Quelle crisi nascevano non solo da interessi divergenti e da abnormi 
pretese nazionali, ma da visioni opposte dell'unità europea. E vennero, 
come poi altre, risolte attraverso compromessi, adattamenti, ambiguità, 
suscitando delusioni e insoddisfazioni nei più coerenti fautori 
dell'integrazione.
Altra, e ben più grave cosa, sono state le sconfitte : in quanto hanno 
interrotto o deviato, per un non breve periodo, il corso della 
costruzione europea.
La prima e più grave sconfitta fu quella del rigetto del Trattato CED 
nel 1954.  In che senso ne fu deviato il corso della costruzione europea ?
Ricordiamolo : la Comunità a Sei era stata delineata e varata nel maggio 
1950 con la Dichiarazione Schuman di altissima  ispirazione e visione 
politica.
Si partì, è vero, da una scelta che apparve tecnica : la messa in comune 
della produzione franco-tedesca di carbone e acciaio. Ma in effetti si 
intese intervenire su un punto "decisivo" anche se "limitato", cioè 
sulla "fabbricazione di strumenti bellici" di cui le vaste regioni 
francesi e tedesche erano state "più costantemente le vittime". 
L'obbiettivo esplicito nella Dichiarazione era di rendere "materialmente 
impossibile qualsiasi nuova guerra fra la Francia e la Germania".
E che cosa di più politico poteva esserci dell'obbiettivo della pace in 
Europa ?
La Comunità del Carbone e dell'Acciaio, introdotta nel 1951-52, fu 
concepita come "il primo nucleo concreto di una Federazione europea", 
così nettamente definita.
E infatti si decise subito dopo, nel 1953, di lanciare il progetto di 
Trattato istitutivo della CED, Comunità Europea di Difesa. Già la 
creazione di una difesa comune avrebbe presentato un alto valore 
politico in senso federale : e solo ora, forse, possiamo comprendere 
quanto fu grave il bloccare sul nascere quella scelta, destinata a 
rimanere a tutt'oggi un essenziale anello mancante della costruzione 
europea.
Ma decisiva, politicamente, fu l'iniziativa di De Gasperi, in stretta 
intesa con Spinelli - una straordinaria, emblematica collaborazione - di 
introdurre in quel Trattato l'articolo 38. Esso prevedeva un'Assemblea 
ad hoc, effettivamente riunitasi già nel marzo 1953, per adottare il 
"Progetto di Statuto di una Comunità politica europea", redatto in 117 
articoli. E oggi è impressionante vedere quanto lontano si fossero 
spinte le nuove leadership democratiche, rapidamente affermatesi in 
Italia e in Germania, nel prospettare a paesi sconvolti dalla dittatura, 
dalla guerra e dalla sconfitta, un orizzonte radicalmente nuovo. Lo 
fecero pur tra divisioni e opposizioni nei loro paesi, cogliendo le 
speranze dei popoli impegnati nell'immane compito della ricostruzione e 
aspiranti a un futuro migliore. Rispetto all'audacia di leader come De 
Gasperi e Adenauer, quanto appare avvilente l'angustia degli orizzonti e 
dei calcoli che tanto pesa oggi sulle decisioni degli Stati membri 
dell'Unione europea.
Ma il voto con cui l'Assemblea nazionale francese bocciò il Trattato CED 
nell'agosto 1954, ne fece crollare tutto l'impianto politico.
E divenne reale il rischio che si dissolvesse il processo di 
integrazione appena avviato e ancora fragilissimo.
Altiero Spinelli avvertì nel profondo quel rischio, e alla sconfitta non 
reagì "con rancore verso la realtà", ma mettendosi all'opera per salvare 
il cammino dell'integrazione europea. Si mise all'opera in stretta 
sintonia con l'altro grande ispiratore e stratega dell'unità europea, 
Jean Monnet.
Ma fu giocoforza deviare il corso della costruzione europea da politica 
a strettamente economica.
Un ambito molto importante ma in ultima istanza asfittico, in cui quella 
costruzione sarebbe rimasta a lungo costretta.
Sappiamo come se ne uscì, anche grazie a un forte contributo italiano : 
dalla Conferenza di Messina ai Trattati di Roma del 1957, che fondarono 
la  Comunità economica europea. E in quella dimensione, certo, furono 
conseguiti storici risultati di progresso per tutti, scanditi da 
richieste di adesione e ingressi di nuovi Stati nel processo di unità 
dell'Europa. Ma finalmente un nuovo grande passo avanti sul terreno 
politico fu compiuto nel 1979 con l'elezione diretta del Parlamento Europeo.
E di lì riparte il cammino di Altiero Spinelli che, eletto deputato, 
porta avanti un formidabile sforzo per  aggregare consensi attorno al 
progetto di Trattato istitutivo dell'Unione, portandolo trionfalmente 
all'approvazione del Parlamento di Strasburgo nel febbraio 1984. Sono, 
si badi, passati 30 anni  dalla sconfitta della CED ; e tuttavia 
sopravviene una nuova sconfitta per Spinelli, quella del tentativo di 
rendere operante il progetto approvato da un Parlamento Europeo privo di 
potere costituente.
Dai negoziati tra governi scaturì quell'Atto Unico con cui Spinelli 
polemizzò duramente, ma rimettendosi poi ancora una volta all'opera, con 
le ridotte energie e lo scarso tempo che gli restavano, per aprire la 
strada a quella che fu la graduale introduzione di elementi importanti 
del suo progetto nei successivi Trattati europei.
Dopo la scomparsa di Spinelli, fu il Trattato di Maastricht a segnare 
una svolta in senso federale, dando vita alla moneta unica, alla Banca 
Centrale Europea, con delega dunque, da parte degli Stati nazionali, 
della sovranità monetaria a istituzioni sovranazionali. Si trattò di un 
reale, rilevante approfondimento dell'unità europea, e nello stesso 
tempo si preparò il grande allargamento dell'Unione. Questo richiedeva 
però un nuovo impegno di rilancio ideale e di costituzionalizzazione di 
quella che stava per diventare una Unione a 25 e poi a 27 membri. Da 
molteplici discussioni ed elaborazioni feconde nacque il Trattato che 
stabiliva una Costituzione per l'Europa, firmato da tutti gli Stati 
interessati. Tuttavia - nuova drammatica sconfitta - fu ben presto 
affossato dall'esito dei referendum in Francia e nei Paesi Bassi. E ciò 
confermò ancora una volta quanto sia stato travagliato e spesso spezzato 
il cammino dell'Europa unita. E la grande novità dell'Unione monetaria 
rimase fatalmente indebolita, in quanto priva di pilastri politici. Essa 
non divenne, oltre che monetaria, anche Unione economica effettiva.
Quasi un decennio fa, sono poi intervenute a condizionare pesantemente 
le scelte dell'Unione europea, la crisi globale e le sue ricadute 
finanziarie ed economiche in Europa e in particolare nell'Eurozona.
Ci si è da allora concentrati inevitabilmente, ma con scarso respiro 
politico, su quelle angosciose problematiche comprensibilmente destinate 
a dominare le popolazioni, le opinioni pubbliche, le reazioni degli 
Stati membri. Si è puntato perciò affannosamente, in chiave 
intergovernativa, a sancire, com'era d'altronde necessario, maggiore 
concertazione e disciplina nelle politiche di bilancio. Ma quelle 
decisioni non hanno toccato le politiche economiche nella loro più ampia 
accezione e dimensione.
E scelte rimaste nel quadro di quel che è stata definita l'austerità, 
hanno mostrato la corda. Bisogna perciò andare oggi avanti sulla via di 
una più complessiva integrazione e di una visione pienamente politica. 
In questo senso si sono elaborate nuove proposte (quelle, in 
particolare, dei Presidenti delle istituzioni europee) : ma il passo è 
lento, le esitazioni e contraddizioni molte, e a complicare 
drammati-camente il quadro interviene la crisi migratoria, e con essa 
emerge una crisi degli stessi fondamenti ideali dell'Unione,  dei 
consensi dei cittadini-elettori, degli equilibri politici nazionali, e 
della funzionalità degli assetti istituzionali europei.
Più crisi, diciamo pure, sfociate in un solo intricato coacervo di 
rischi e di sfide. E' a sciogliere quei nodi critici che si deve oggi 
lavorare, e l'Italia deve contribuire, ispirandosi al sempre vivissimo 
messaggio ed esempio di Spinelli.
Il che significa combattere le spinte centrifughe e i rigurgiti 
nazionalistici che davvero minacciano come non mai l'edificio e il 
futuro della costruzione europea. E se questa vacillasse, noi europei - 
i nostri paesi tutti, senza eccezione - saremmo relegati ai margini 
dello sviluppo mondiale, e della ricerca di un nuovo ordine mondiale.
Sono queste le inoppugnabili nuove motivazioni del progetto di unità 
europea : in quanto dettate imperativamente dai cambiamenti avvenuti 
nelle realtà e nei rapporti di forza mondiali, che conferiscono 
drammatica verità alle profetiche parole di Jean Monnet nel 1976 :
"...oggi, i nostri popoli debbono imparare a vivere insieme sotto regole 
e istituzioni comuni liberamente consentite se vogliono raggiungere la 
dimensione necessaria al loro progresso e restare padroni del loro 
destino. Le nazioni sovrane del passato non sono più il quadro in cui 
esse possano risolvere i problemi del presente."
Altro che rientro nei confini degli Stati nazionali, altro che rilancio 
delle sovranità nazionali, come predicano gli euroscettici,  gli 
eurodistruttori. Ed è tempo, aggiungo, di reagire al vilipendio 
continuato che viene rozzamente da quella parte nei confronti delle 
conquiste dell'integrazione e unità europea. Reagirvi non solo sul piano 
della verità storica ma anche valorizzando i passi avanti che pur in 
questo così tormentato periodo si sono fatti.
Ne citerò alcuni. Il ruolo assunto dalla BCE a tutela della moneta 
unica, per la tenuta e la ripresa delle nostre economie; le tappe già 
raggiunte sulla via dell'Unione Bancaria. La maggiore unitarietà e 
incisività della politica estera e di sicurezza comune al fine della 
felice soluzione della crisi in l'Iran, della paziente ricerca di intese 
per la Siria e in Libia, e contro la maggiore complessiva minaccia, 
quella del terrorismo fondamentalista islamico.
E' necessario accompagnare a motivate insoddisfazioni e critiche per il 
presente stato dell'Unione Europea, l'attenzione a non avallare mai 
nessun catastrofismo. E' questo il compito di tutte le forze europeiste.
E ora parliamo pure dell'Italia, senza sfuggire a un'attualità che per 
più versi ci preoccupa. Vorrei dire a tale proposito solo quel che 
l'esperienza storica e l'insegnamento di Spinelli suggeriscono. Tra Roma 
e Bruxelles non c'è nessuna resa dei conti in vista, se non nei titoli a 
sensazione di qualche giornale. Non  possono esserci "rese dei conti" 
tra un paese, l'Italia, che si è identificata col processo di 
integrazione europea fin dal suo primo avvio, e un'istituzione, la 
Commissione, in cui l'Italia ha sempre visto il fulcro - insieme con il 
Parlamento di Strasburgo - di un'Europa sovranazionale.
Possono e debbono esserci - oltre le escandescenze polemiche e nel 
reciproco rispetto - confronti e chiarimenti obbiettivi concentrati 
sulle effettive divergenze da superare. Intese ragionevoli certamente si 
raggiungeranno, anche sull'interpretazione, applicazione e 
semplificazione di regole importanti, e  innanzitutto con la Commissione.
L'Italia ha, nel tempo, dato alla Commissione di Bruxelles, in funzioni 
di guida o di alta responsabilità, uomini di sicura tempra europeista. 
Innanzitutto non dimentichiamolo, lo stesso Altiero Spinelli, 
Commissario dal 1970 al 1976. E l'Italia ha anche espresso, al livello 
europeo, non pochi civil servants e rappresentanti diplomatici di grande 
valore.
Né sono certo mancati, tra i governanti dell'Italia repubblicana, esempi 
di dignità e autorevolezza nei rapporti con le istituzioni europee. Sono 
rimaste agli atti tracce dell'apporto decisivo dell'Italia, in 
particolare di alcune Presidenze di turno italiane, in momenti cruciali 
per l'avanzamento della costruzione comune.
L'Italia è stata, e più che mai resta, portatrice delle istanze e delle 
soluzioni più avanzate per il progresso dell'integrazione e dell'unità 
europea. Lo è stata e lo sarà di concerto con i suoi partner egualmente 
motivati in seno alle istituzioni europee quali sono e quali si 
evolveranno. Di questo indefettibile impegno è espressione e presidio al 
livello più alto il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, come 
ha mostrato con il suo forte discorso a Strasburgo e con il quotidiano 
manifestarsi del suo e nostro europeismo.
E' in questa luce che i nostri partner debbono vedere le riserve su 
decisioni non condivise e le sollecitazioni critiche che l'Italia 
esprime. Comunque, il nostro paese è chiamato a rivolgersi sempre di 
più, e con adeguata capacità propositiva, verso obbiettivi di carattere 
generale e non solo di specifico interesse nazionale. Quel che non si 
deve smarrire è il grande filo originario della ricerca e affermazione 
dell'interesse comune europeo, del consolidamento di una "solidarietà di 
fatto" e di una reciproca fiducia tra tutti gli Stati dell'Europa unita.
E nel momento attuale, di così inquietanti spinte centrifughe, è 
indispensabile tener fermo innanzitutto il legame storico tra i paesi 
fondatori, e specialmente tra i maggiori, Italia, Germania, Francia. 
Questo resta il perno decisivo per reggere ogni scossa, per spingere più 
avanti l'unità europea, e anche per far sì che gli stessi obbiettivi 
indicati dai "5 Presidenti", e gli impegni enunciati dalla Commissione, 
dal piano di investimenti in progetti comuni europei all'Energy Union, 
si realizzino, non restino a mezz'aria.
Si deve a questo fine perseguire una stretta intesa tra le leadership 
dei paesi maggiori e più consapevoli ; ed essa deve innanzitutto 
corrispondere alla drammatica priorità del governo dei flussi migratori. 
Per rendere finalmente esecutive le linee di comportamento già definite, 
per combinare e non contrapporre accoglienza e sicurezza, specie sul 
fronte della vigilanza contro il terrorismo, non minando il fondamentale 
impianto della Convenzione di Schengen, non mettendo a repentaglio 
l'irrinunciabile conquista della libertà di circolazione delle persone 
in Europa.
E non esitiamo a guardare anche ai progressi più audaci verso un'Unione 
politica, un'Unione fiscale, un governo comune delle politiche di 
ripresa e sviluppo economico, fino a istituzionalizzare - attraverso 
chiarimenti anche all'interno dell'Eurozona - l'area dei paesi che 
intendono procedere verso una sempre più stretta integrazione, regolando 
i loro rapporti con gli altri Stati membri dell'Unione Europea.
Tali progressi  possono trovare consenso nei cittadini, tra i quali, nei 
maggiori tra i paesi fondatori, resiste nel profondo un sentire europeo; 
possono trovare consenso se rinascerà una forte volontà politica 
unitaria, basata su quel discorso che è finora mancato, un discorso di 
verità  senza reticenze e dissimulazioni sui rischi estremi che corre 
l'Europa nel mondo di oggi e di domani.
E' tempo di liberarci dai reciproci pregiudizi e dagli stereotipi, come 
quello di un Nord Europa virtuoso e di un Sud che ne è la palla al 
piede. Ed egualmente quelli di una Germania dominante e di un'Italia 
poco affidabile. Nel nostro paese stiamo, su diversi piani,  sciogliendo 
contraddizioni e superando ritardi strutturali di antica data. E in 
quanto allo spettro di un'Europa tedesca (che solo Hitler poté 
concepire), nessuno Stato membro, per quanto possa esserne obbiettivo ed 
evidente il peso, potrà mai dominare o imporre la propria egemonia 
nell'Unione europea, pena la fine dell'Unione stessa.
E tra Italia e Germania c'è una profonda convergenza di interessi di 
lungo periodo, e oggi una concordanza di visioni e di posizioni in campi 
- lo ha sottolineato il Ministro Gentiloni - come la politica estera e 
le migrazioni. E' tra le nostre classi dirigenti e le nostre società in 
tutte le loro articolazioni che va sviluppata una reciproca conoscenza, 
e con essa un'atmosfera di costante scambio culturale e umano.
Concludo tornando a quello scritto del marzo 1986 di Altiero Spinelli da 
cui sono partito. Vi si trova lì il racconto vivissimo dell'incontro di 
fondazione del Movimento Federalista Europeo - incontro indetto a Milano 
da Spinelli con Rossi e Colorni il 27-28 agosto 1943, una settimana dopo 
che Altiero era tornato libero. E ne scaturisce splendida la sua 
personalità, nell'intreccio tra passione utopica e concretezza politica, 
realismo politico.
Il percorso di Spinelli e del movimento da lui ispirato è passato dunque 
attraverso sviluppi e consensi imprevedibili, come - lo abbiamo visto - 
attraverso alti e bassi, ostacoli pesanti, ricorrenti incertezze e prove 
cruciali. Raccogliendo il suo esempio, si deve - se all'Europa si crede 
- avere il senso dell'urgenza, la prontezza nell'agire volta a 
determinare scelte ormai mature e indilazionabili, e insieme il senso 
della portata storica dell'impresa da portare avanti : dall'Europa della 
sovranità assoluta degli Stati nazionali, dei veleni nazionalistici e 
delle guerre contro sé stessa, all'Europa unita, dotata di forti 
istituzioni sovranazionali, orientata in senso federale.
"Chiunque si accinge" - è l'ultimo messaggio di Altiero Spinelli - "ad 
una grande impresa lo fa per dare qualcosa ai suoi contemporanei e a sé, 
ma nessuno sa in realtà se egli lavora per loro e per sé, o per loro e 
per i suoi figli ... o per una più lontana, non ancora nata generazione 
che riscoprirà il suo lavoro incompiuto e lo farà proprio".
Altiero Spinelli ha lavorato per noi e per generazioni molto più 
giovani, non solo della sua ma anche della mia generazione. Mostrandoci 
la strada del coraggio - con giudizio -  in ogni momento critico, e, nel 
lungo periodo, dell'incrollabile tenacia. Lo ringraziamo ancora.
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Re: Dedicato a Mastro Titta (e a chi la pensa come lui in materia di politica europea)

Messaggio Da ART- il Dom Gen 31, 2016 3:28 am

Qualche parola anche da parte mia, Mastro Titta.

Dici di essere un ex-federalista europeo deluso. Deluso da come si stanno sviluppando le cose lo sono pure io, ma non smetterò di essere un federalista. Non solo e non tanto perchè sento che la mia vera patria è l'Europa, ma soprattutto perchè sono convinto che a questa via, per quanto sia complessa e nient'affatto scontata nella realizzazione, non ci siano alternative serie.
Dopo aver studiato la storia, ma non solo con questo criterio, sono giunto alla conclusione che non c'è niente da fare: non credo alla possibilità dell'Europa com'è strutturata adesso di campare sicura e prospera a lungo, per non parlare della sua autonomia nel mondo poi. Chi vuol crederci è libero di farlo, io non ci credo.

Se tutto andrà davvero definitivamente a gambe all'aria me ne farò una ragione, sarò depresso, sarò rassegnato, ma mai rinnegherò il mio passato federalista o mi pentirò di aver combattuto per un'Europa unita.
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Re: Dedicato a Mastro Titta (e a chi la pensa come lui in materia di politica europea)

Messaggio Da Mastro Titta il Dom Gen 31, 2016 9:04 pm

Rispondo brevemente perchè sono malato e scrivere al computer mi costa fatica. Non credo affatto che l'ideale federalista europeo sia sbagliato o illusorio. Al contrario. Credo invece che sia stato tradito e che l'europa sia servita a proteggere interessi estranei o addirittura opposti a quelli dei popoli europei. Mi auguro vivamente che un giorno possa invece vedere la luce una Europa unita basata principalmente sul "comune sentire" dei popoli, su valori condivisi, su sentimenti di solidarietà, sul reciproco rispetto delle storie diverse e, ultimo ma non ultimo, su una lingua e una cultura veramente comuni. Oggi la realtà è ben altra e sarebbe da folli non prenderrne atto. Il fututo tuttavia è nelle mani di Dio e nelle opere dei nostri figli e nipoti. Il loro futuro sarà migliore.
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Re: Dedicato a Mastro Titta (e a chi la pensa come lui in materia di politica europea)

Messaggio Da ART- il Sab Feb 06, 2016 8:39 am

Mastro Titta ha scritto:Non credo affatto che l'ideale federalista europeo sia sbagliato o illusorio. Al contrario. Credo invece che sia stato tradito e che l'europa sia servita a proteggere interessi estranei o addirittura opposti a quelli dei popoli europei.

L'ideale federalista non è stato "tradito": l'ideale federalista semplicemente non viene perseguito perchè gli elementi che compongono e comandano "l'Europa" , i suoi stati, non hanno con tutta evidenza intenzione di rinunciare alla propria esistenza come entità sovrane (pur se condizionate da /sottomesse a paesi più forti di loro) e di rinunciare a proteggere i loro pesunti interessi nazionali per creare un'entità federale che gestisca gli interessi di tutti al di sopra delle parti, che è il vero interesse nazionale di tutti se non vogliamo soccombere.
Ma i capi e capetti di governo e di partito neanche si degnano di parlare di faccende europee alle elezioni europee... "il silenzio è d'oro"!

Più facile ostacolare chi l'Europa unita la vuole sul serio, che ha pure l' "effetto collaterale" di mantenere ben salde le poltrone sotto il culo e quest'ultimo al sicuro dagli effetti dell'evidenza dell'incapacità totale degli stati nazionali di gestire i più seri problemi ed emergenze. I rottami nazionali cercano di sopravvivere anche se a chiunque abbia un minimo di sale in zucca è fin troppo evidente che sono incapaci di garantire la prosperità e sicurezza dei cittadini, se non a breve termine senza pensare alle conseguenze e fregandosene della condizione degli altri (il sistema nazionalista)... così tutta la colpa delle vaccate che fanno la gettiamo sulla non meglio definita "Europa" e il gioco è fatto!

Gli "interessi estranei o addirittura opposti a quelli dei popoli europei" infatti dove trovano lo spazio per essere elaborati e poi portati a livello europeo? E' il presidente della Commissione europea che comanda in "Europa"? E' il Parlamento Europeo?
No, sono i ROTTAMI NAZIONALI che creano "interessi estranei o addirittura opposti a quelli dei popoli europei" pur di non evolversi come dovrebbero fare per sopravvivere.

Mastro Titta ha scritto:Il fututo tuttavia è nelle mani di Dio e nelle opere dei nostri figli e nipoti. Il loro futuro sarà migliore.

No, io non penso proprio se continua di questo passo.
E' certo solo che i nostri figli e nipoti non li aiuteremo distruggendo anche quel poco di davvero unito che c'è nell'Europa di oggi, come da sempre bramano fascisti rossi e neri, eurofobi e pseudo-rivoluzionari di ogni risma.
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Re: Dedicato a Mastro Titta (e a chi la pensa come lui in materia di politica europea)

Messaggio Da Epoch il Lun Feb 08, 2016 3:37 pm

Chi non vuole un'Europa Federale vera è sopprattutto chi sa di sparire come una goccia nel mare, in uno stato federato.

Se conti poco, in mezzo a poca gente puoi sperare di contare qualche cosa, ma se il numero di persone aumenta, come puoi pensare di essistere ancora?
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Re: Dedicato a Mastro Titta (e a chi la pensa come lui in materia di politica europea)

Messaggio Da ART- il Mer Feb 10, 2016 4:07 am

In realtà esisti ancora, ma in una forma diversa.
Nel caso europeo col sistema attuale conti poco e fai finta di essere padrone di te stesso sfruttando le tue limitate possibilità, con l'unica eccezione dei pochi campi in cui si riesce a fare "massa critica", mentre in quello federale continui a contare poco singolarmente preso ma sei inserito all'interno di un sistema che complessivamente è forte.
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ART-

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Re: Dedicato a Mastro Titta (e a chi la pensa come lui in materia di politica europea)

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