Una spinta per la ripresa (QE e poltica monetaria di Draghi)

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Messaggio Da Erasmus il Ven Mar 06, 2015 2:42 pm

Trascrivo un articolo di Donato Masciandaro su Il Sole 24 Ore di oggi ven. 6 marzo 2015,

––>Una spinta per la ripresa
––>http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2015-03-06/una-spinta-la-ripresa-083428.shtml?uuid=ABU5M54C
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Una spinta per la ripresa
di Donato Masciandaro


Mario Draghi ha definito il quadro delle regole che caratterizzeranno l'azione della nostra Banca centrale europea almeno fino al 2016, se non ci saranno sostanziali novità. Sono regole che possono essere una buona benzina per una ripresa economica in fasce.
Purché i politici, europei e nazionali, facciano partire i motori della macchina europea: riforme strutturali che siano profonde e politiche fiscali che siano efficienti. Altrimenti, troppa benzina può anche nuocere.
Il presidente Draghi ha colto l'occasione dell'inizio della nuova fase di politica monetaria per ribadire come la Bce sia una banca centrale che disegna le sue strategie avendo come perni un insieme di regole, che partono dall'assetto istituzionale, passano dalla individuazione dell'obiettivo della azione monetaria, ed arrivano alla definizione degli strumenti. Ribadire le regole che la Banca centrale europea si impegna a seguire è stato quando mai opportuno, per almeno due ragioni. Sul piano interno, sono continue le pressioni, politiche e non, perché le regole vengano trascurate, o addirittura violate. Sul piano esterno, la carenza di regole nella condotta della banca centrale americana (Fed) è un potenziale focolaio di instabilità.

Sul piano delle regole istituzionali, è necessario ricordare sempre che la Bce ha un obiettivo primario, che è quello di garantire la stabilità monetaria. È una banca centrale con un mandato specializzato, focalizzato sulle variabili economiche più vicine al suo controllo: la liquidità ed i tassi interesse. Più un mandato è specializzato, minori sono i rischi che l'azione della banca centrale diventi un volano di redistribuzione del reddito. Infatti più una banca centrale ha nel suo mandato altri obiettivi – come quello di stimolare l'occupazione e il reddito, oppure di occuparsi del finanziamento pubblico, ovvero di badare alla stabilità finanziaria – più le sue scelte avranno effetti redistributivi sul reddito tra categorie diverse di cittadini. Ma le scelte distributive non sono tecniche, sono politiche.
Se una banca centrale si fa carico dei problemi occupazionali – come la Federal Reserve – fa politica. Se una banca centrale decide o meno di salvare una banca – come sembra voler fare sempre di più la Banca d'Inghilterra – fa politica. Se la banca centrale deve occuparsi dei problemi di sostenibilità del deficit o del debito pubblico – come qualcuno, anche ieri, vorrebbe che la Bce facesse con la Grecia – fa politica. Ora una banca centrale che fa politica può essere ammissibile quando il suo interlocutore è una sola classe politica, come nella maggioranza dei casi esistenti. Ma quando si parla della Bce, mai dimenticare che gli interlocutori politici, con le relative esigenze distributive dei propri elettori, sono almeno diciotto. Il mandato specializzato è ancora quello che garantisce maggior stabilità all'istituzione che governa l'euro, e mai come in questi anni, anche a venire, ci occorre stabilità.
Il mandato istituzionale viene declinato – e Draghi non manca occasioni per ricordarlo – definendo un obiettivo in termini di crescita dell'inflazione, vicino al due per cento. Avere un tale obiettivo non significa – come tanti pensano – non preoccuparsi della crescita economica. Ogni allontanamento da tale obiettivo – incluso il rischio deflazione – significa che occorre reagire a shock negativi che arrivano da anomalie nell'offerta e nella domanda aggregata. E la politica monetaria può e deve reagire, come ha dimostrato l'azione della Banca centrale europea in questi mesi di stagnazione della crescita e dei prezzi. Piuttosto ci si può interrogare sui tempi ed i modi di tale reazione. Ma questo non vale per tutte le banche centrali nel post Grande Crisi Finanziaria.
L'inerzia delle decisioni è stata ed è una delle caratteristiche – nonché fonte di aspre critiche – che ha contraddistinto, in fasi diverse, sia le maggiori banche centrali – come la Fed, la Bce e la Banca del Giappone – che anche altri protagonisti dello scacchiere monetario, dalla Banca centrale svizzera a quella svedese. Nel caso della Bce, la presunta inerzia ha almeno due facili spiegazioni: la trappola della liquidità che ha bloccato l'economia europea e la trappola politica che può rallentare le decisioni della Bce, sempre alla luce della eterogeneità dei cittadini dei 18 Paesi che tale istituzione rappresenta. La sfida è superare le due trappole.
Per sciogliere la trappola politica, occorre l'Unione politica dell'Europa. Concentrandoci su un orizzonte più vicino, vale a dire sulla trappola della liquidità, Draghi ha dato questa volta notizie migliori del solito: il meccanismo che va dalla liquidità all'economia reale mostra segnali di normalizzazione. Dunque la scelta sulle regole relative agli strumenti – unire a tassi virtualmente nulli delle massicce e regolari operazioni di immissione mensile di liquidità attraverso l'acquisto di titoli – può dare all'economia europea quella benzina che a un motore che sembra riaccendersi può far comodo. A una condizione: che chi deve riaccendere il motore con le politiche giuste – vere politiche strutturali e politiche fiscali serie – faccia la sua parte. Altrimenti, l'eccesso di benzina non serve a niente. Anzi può far male, ingolfando un economia in cui gli eccessi di finanza hanno già fatto danni, così come dall'altra parte dell'oceano.
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Messaggio Da Erasmus il Ven Mar 06, 2015 3:00 pm

Cito un passo del precedente articolo.


«Nel caso della Bce, la presunta inerzia ha almeno due facili spiegazioni: la trappola della liquidità che ha bloccato l'economia europea e la trappola politica che può rallentare le decisioni della Bce, sempre alla luce della eterogeneità dei cittadini dei 18 Paesi che tale istituzione rappresenta. La sfida è superare le due trappole.
Per sciogliere la trappola politica, occorre l'Unione politica dell'Europa.[...]»



Siamo sempre lì: occorre l'Unione politica dell'Europa [che ancora non c'è e – speriamo di no – probabilmente non ci sarà mai!]
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Messaggio Da Erasmus il Mar Giu 09, 2015 3:11 am

Trascrivo un "editoriale" francese che mi pare notevole per il fatto non solo di una manifestazione di fede "europeista" inusitata, ma anche di una visione ottimista a riguardo della ripresa economica dell'UE (con la "crisi" che sarebbe ormai alle spalle!) e – secondo l'editorialista – della ripresa della fiducia della gente nelle istituzioni europee.

Si tratta dell'editoriale di sabato scorso 6 giugno del quotidiano francese "Libération", a firma di Jean Quatremer.  ripupplicato  però domenica 7 nel blog "Coulisses de Bruxelles" (che starebbe a dire "I retroscena di Bruxelles")  dedicato all'Unione Europea e messo in rete da Bruxelles in pagine web separate dal resto del sito di Libération.

Il succo dell'articolo sta nel rilancio d'una politica comunitaria da parte dei paesi dell'eurozona, se non altro a sostegno dell'euro (visto come moneta non solo utile, ma anche necessaria ed irreversibile): politica che sarebbe non solo urgente, ma anche quasi di facile attuazione in questi tempi ormai maturi per la vera svolta politica.

C'è, nell'articolo, una "verfe" tutta francese! Lo stile divertente tipico del "polemista" che sa sfottere l'avversario.
Per carità: da federalista europeo condivido le sottolineature della assenza di dinamismo dei governi in merito al da farsi a livello europeo (ed in particolare l'immobilismo di Hollande).  Ma ormai sono molto meno fiducioso di questo "editorialista" che possa avvenire un cambiamento ... "salvifico" nel comportamento dei governi europei. Col che non intendo dire che l'UE è con un piede nella fossa!
Intendo dire che, probabilmente, continuerà così, con una lenta ma inesorabile perdita di importanza sulla scena mondiale accompagnata da lento ma altrettanto  inesorabile abbassamento del livello non solo economico ma anche culturale degli europei.

Comunque, l'articolo merita senz'altro una lettura, se non altro per l'originalità (e direi l'eccezionalità) nell'andazzo generale dei commentatori della politica)
 Fonte:  http://bruxelles.blogs.liberation.fr/2015/06/07/donner-un-volet-politique-leuro-cest-maintenant/
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Donner un volet politique à l'euro, c'est maintenant ! 

Jean Quatremer

(mise à jour : 7 juin 2015) 


Depuis cinq ans, les Cassandre s’en sont données à cœur joie : l’Union et surtout l’euro ne peuvent que disparaître, c’est une question de mois, de semaines, de jours. Car l’Europe n’a pas été le bouclier promis contre la crise, les marchés se méfient de la monnaie unique et surtout les opinions publiques n’y croient plus. Partout, les partis eurosceptiques et europhobes ont prospéré sur la désespérance sociale, accusant l’Union et l’euro de tous les maux et promettant des lendemains nationaux qui chantent. Même les partis de gouvernement ont, pour la plupart, renoncé à défendre la construction communautaire, de peur d’être accusés d’être les fourriers des politiques d’austérité, voire de vouloir détruire leur nation. Proposer davantage d’intégration apparaît désormais comme suicidaire, même si c’est pour pallier les imperfections d’une construction que même ses concepteurs savaient inachevées. François Hollande, le chef de l’État français, est l’incarnation parfaite de ce fédéralisme honteux : ce pro-européen convaincu observe un silence religieux sur le sujet depuis trois ans et préfère renvoyer à des lendemains lointains tout approfondissement de la zone euro. La nouvelle pensée unique en ce début de XXIe siècle est, au pire, eurosceptique, au mieux, eurotiède.
Mais l’année 2015 pourrait constituer un tournant dans le chemin de croix de l’Union et de la zone euro. La crise économique est clairement derrière nous, même s’il faudra du temps pour que le chômage revienne à son niveau de 2008 ; l’Irlande, le Portugal, l’Espagne et bientôt Chypre se sont redressés spectaculairement ; la Banque centrale européenne, accusée d’être la continuatrice des monétaristes rigides de la Bundesbank a montré qu’elle ne s’embarrassait pas du respect des traités dès lors qu’il fallait sauver l’euro et relancer l’économie ; en dépit de leurs divergences, les États de la zone euro ont poursuivi leur intégration (notamment, avec le Mécanisme européen de stabilité et l’union bancaire qui transfère la surveillance des banques à la BCE) ; et surtout, les opinions publiques sont en train de se réconcilier avec l’idée européenne. Un sondage effectué dans les six grands pays de l’Union, dont la France, par le Pew research center, un organisme américain qui scrute les opinions publiques du monde entier, et publié mardi, montre un redressement spectaculaire du sentiment pro-européen après un plus bas atteint en 2013, juste après le pic de la crise de la zone euro (de 52 % à 61 %, y compris en Grande-Bretagne). L’attachement à la monnaie unique n’a jamais été aussi fort (sauf en Italie, mais là aussi le rebond est impressionnant). « Pour paraphraser Mark Twain (…), les récents rapports annonçant la mort de l’UE étaient grandement exagérés » s’amuse l’auteur de l’étude, Bruce Stokes.


Ce n’est sans doute pas un hasard si des politiques osent à nouveau sortir du bois. C’est le cas des ministres de l’économie français, Emmanuel Macron, et allemand, Sigmar Gabriel, qui, dans une tribune publiée jeudi, proposent de réformer les traités afin de doter la zone euro d’un budget propre, de créer un Trésor européen, d’instaurer un contrôle démocratique (inexistant aujourd’hui comme le montrent les négociations avec la Grèce) de la Commission et de l’Eurogroupe, d’harmoniser le salaire minimum et l’impôt sur les sociétés, etc.. Macron veut même aller plus loin et mutualiser une partie de l’assurance chômage. Si la chancelière Angela Merkel est prête à suivre, reste l’inconnu François Hollande qui ne s’est toujours remis du référendum de 2005. C’est pourtant le moment d’achever la construction d’une Europe monétaire bancale afin de réconcilier durablement les peuples avec leur monnaie.
N.B.: version longue de mon éditorial paru dans Libération de samedi
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Messaggio Da Erasmus il Mar Giu 09, 2015 11:37 am

Erasmus ha scritto:[...]
Donner un volet politique à l'euro, c'est maintenant ! 

 Un sondage [...] publié mardi, [...]

[...] E. Macron, et [...] S. Gabriel, qui, dans une tribune publiée jeudi, proposent [...]
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Nel testo del precedente "editoriale" di Libération ci sono due link (che ho riportato nella citazione qui sopra) che meritano una visita.
Il primo è un sondaggio fatto da un ente americano secondo il quale la fiducia ndegli Europei nell'UE è in netta ripresa.
Il secondo ... è molto importante perché mostra che all'interno dei governi francese e tedesco ci sono personaggi di sicura fede europeista.
Quinìdi: perdete un po' del vostro tempo e andate a leggere le proposte dei due ministri dell'economia (uno francese, l'altro tedesco) di rilancio dell'integrazione europea, a partire dai paesi dell'Eurozona.
[Non più vaghe parole su Europa a due velocità, ma concrete proposte.]

Jean Quatremer. autore dell'editoriale si sbilancia nel dire che il ministro tedesco Sigmar Gabriel è d'accordo con la Merkel, mentre Hollande ... "rimanda sempre a domani" una chiarificazione del suo europeismo.

ART: vedi,dunque, che non tutti sono d'accordo  con te (e sai bene che non sono d'accordo nemmeno io) nell'attribuire alla Merkel le maggiori responsabilità della brutta politica dell'UE di questi anni.

Col che non sono qua a tessere gli elogi della Merkel!
Ma, vedi ART: come tra i ladri c'è una scala di furfanteria (e qualcuno è molto più ladrone di qualcun altro), così tra i governi dei paesi dell'UE c'è pure una scala in merito alla politica comunitaria. E secondo me, la Merkel è molto meno nociva di tanti altri.
[In particolare, molti impedimenti e ritardi tedeschi sono dovuti alle centinaia di ricorsi fatti da parlamentari treschi, sia di destra che di sinistra, e persino di centro (della stessa coalizione "cristiano-popolare" della Merkel) alla Corte Suprema tedesca. Per fortuna la Corte Suprema li respinge quasi tutti da subito (senza accoglierli). Ma quei pochi che ha accolto sono costati spesso mesi e anche anni di ritardo sulle decisioni del governo tedesco (e dello stesso Bundestag)].
Insomma: non facciamo il diavolo più malvagio di quello che è!
In Germania va meglio che in Italia (e in moltissimi paesi-membri dell'UE) perché in Germania, per decenni e decenni ci sono stati governanti più intelligenti, più bravi (e più onesti!) ... e anche più europeisti dei nostri. E su questo non ci piove!

Di conseguenza, la Germania ha un peso in UE maggiore di quello che deriverebbe dalle proporzioni geografiche e demografiche (già massimo in senso relativo).

E quando il Consiglio opera molto poco in senso pro-europeo, è ovvio che il peso della Germania è maggiore di quello di un altro paese-membro.

Da qui a condensare nel governo tedesco la politica europea sbagliata ci manca parecchio.
Tanto per incominciare, ciascun europeo farebbe meglio a cercare i difetti del proprio governo (sull'emendamento dei quali può avere peso democratico) prima di sottolineare quelli degli altri (la cui critica può ridursi a sterile e controproducente nazionalismo).
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