«Unire la finanza per unire l'Europa» (Il Sole 24h, 06.12.14)

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Messaggio Da Erasmus il Dom Dic 07, 2014 11:02 am

Fonte: ––> "Il Sole 24 ore", dom 06.12.2014)
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Domenica 6 dicembre 2014
Unire la finanza, per unire l'Europa
di Giuseppe Vegas

Mai come in questo periodo, il concetto stesso di Unione europea è stato in crisi. In realtà, prima non lo era. Lo è diventato da quando, alla prima unione, quella politica, si è affiancata la seconda, quella monetaria. Ci si potrebbe domandare se due unioni siano peggio di una. In realtà si tratterebbe di una domanda mal posta. 
Infatti, con il passaggio da una a tre unioni (istituzionale, monetaria e bancaria) la situazione è sembrata migliorare e la matassa ha iniziato a dipanarsi. La strada è dunque quella di creare una pluralità di unioni che servano, come pilastri, a sostenere l'unione politica? Sembrerebbe di si.
Una unione di Unioni potrebbe dunque offrire una prospettiva interessante. Ha ragione il presidente della Bce, Mario Draghi, quando afferma che la moneta unica, da sola, non può risolvere tutti i problemi: i problemi possono essere risolti solo dalle riforme strutturali. Si tratta di un'affermazione che mette a nudo la criticità di base dell'euro. I romani avevano diffuso la loro moneta in tutto l'impero e, in tempi più recenti, il regno sabaudo l'aveva diffusa in tutta Italia. Ma prima, entrambi, avevano imposto la propria legge su tutto il territorio. Se si regola allo stesso modo il “dare” e l'”avere” di tutti i sudditi o i cittadini, allora la moneta unica costituisce lo strumento più efficiente per l'allocazione delle risorse. Se, invece, i diritti e i doveri sono diversi, la moneta diventa elemento di deflagrazione delle criticità.
Come abbiamo visto in questi anni, l'inseguire l'omogeneizzazione con regole di bilancio unificate e meramente quantitative, si è dimostrato una pura illusione. Infatti ogni paese può vantare i motivi per i quali le differenze del proprio ordinamento non consentono di realizzare l'obiettivo quantitativo di bilancio - prefissato in via generale - e magari anche che il suo perseguimento può determinare effetti negativi sull'andamento dell'economia. Tra l'altro, ogni paese sarebbe titolato a criticare il comportamento altrui. In buona sostanza, utilizzare la stessa moneta in due paesi dove, ad esempio, in uno l'età di pensionamento è fissata a 67 anni e, nell'altro, le figlie nubili hanno diritto alla pensione di reversibilità, rischia solo di produrre rivolte sociali. Per evitare queste conseguenze si sarebbe dovuto adottare prima, e per tutti, la medesima legge pensionistica.
Questo approccio non è stato seguito ed ora sarebbe assai arduo tornare indietro.
Per recuperare il terreno perduto, si può adottare un approccio gradualistico che, senza risolvere contemporaneamente tutti i problemi, si concentri nei settori-chiave, che possono costituire la base del cambiamento. A partire dai mercati finanziari. L'auspicata unificazione dei mercati finanziari - e, non a caso, al nuovo Commissario europeo preposto al settore è stato affidato il compito della Capital Markets Union - costituisce la frontiera sulla quale si vince o si perde la battaglia della moneta unica. In mancanza dell'unificazione dei “codici”, la sola strada realistica per affermare e mantenere il valore di una moneta comune, non può essere dunque che quella di dettare le medesime regole per il suo utilizzo.
È la strada che è stata seguita nel caso della Banking Union. Definendo regole uniche per il funzionamento del mercato bancario e un meccanismo di controlli uguale in tutta Europa, si è ottenuto il duplice risultato di consentire a tutti i cittadini europei di disporre di un mercato del credito omogeneo - e quindi di non creare posizioni asimmetriche nell'accesso al credito a secondo delle diverse zone geografiche - e contemporaneamente dare ai risparmiatori un segnale di solidità del sistema bancario dopo gli eventi traumatici della crisi degli ultimi anni.
È una strada che va seguita anche per i mercati finanziari. Per una serie di motivi. Innanzitutto per non discriminarli rispetto al sistema bancario. Se quest'ultimo, a seguito degli interventi Bce ha ottenuto il “bollino blu”, non consentire anche alle imprese finanziarie che lo meritino di ottenere il medesimo attestato di qualità avrà il solo effetto di rendere queste imprese meno sicure agli occhi di risparmiatori e investitori. Con la conseguenza di ostacolare lo sviluppo di un mercato competitivo, tanto più necessario in una fase in cui il credito bancario difficilmente potrà espandersi – in conseguenza dei maggiori requisiti di solidità patrimoniale imposti alle banche – in misura adeguata a sostenere l'auspicato sviluppo del prodotto interno lordo europeo.
In secondo luogo, l'unione finanziaria serve a scongiurare possibili episodi di concorrenza sleale. Se, infatti, l'applicazione e il controllo delle pur esistenti regole comuni del mercato finanziario europeo non risulteranno omogenei e centralizzati, l'effetto sarà quello di incentivare comportamenti di sostanziale “concorrenza sleale” da parte di alcuni paesi a danno di quelli dove possono esportare i propri prodotti. Un caso non dissimile da quello del codice della strada, che è il medesimo in tutta Italia, ma non dappertutto viene applicato con eguale rigore. Una situazione non molto dissimile da quella già descritta delle pensioni.
All'obiezione che si tratterebbe di un fine nobile, ma molto difficile da raggiungersi in concreto, si può replicare che è traguardo realistico. Infatti, nel settore dei mercati finanziari, la legislazione europea vincolante (attuata mediante lo strumento del regolamento e non più con quello della direttiva) sta ormai regolamentando quasi tutti i campi. Disponiamo quindi di una base comune già esistente, che potrà certo essere ampliata e migliorata, ma che costituisce un solido punto di partenza. 
Non solo. L'unione dei mercati finanziari potrà costituire il fondamentale punto di passaggio verso la “madre di tutte le unioni”: quella economica. Vediamo perché. 
Per far funzionare un mercato finanziario europeo veramente unificato, non si può trascurare la questione della tassazione delle rendite finanziarie. Se esse resteranno, come è oggi, troppo diversificate da paese a paese, il mercato non sarà mai “unico” e l'Europa non si potrà presentare come un continente omogeneo ed “attrattivo” rispetto alle altre realtà continentali mondiali. 
Inoltre, una volta definito un livello di tassazione per il mondo della finanza, non si potrà nascondere la testa sotto la sabbia e non affrontare il tema del livello di tassazione per tutti gli altri tipi di reddito. Sarebbe difficile giustificare trattamenti disomogenei da paese a paese. Con la conseguenza che, ad analogo livello di tassazione, dovrà corrispondere un analogo livello di spesa pubblica. E, dunque, la sostanziale unificazione della legislazione. E qui torniamo al discorso iniziale, però questa volta con la soluzione del problema.

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