Fallimento del "metodo intergovernativo". L'UE alla resa dei conti!

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Messaggio Da Erasmus il Ven Set 12, 2014 11:13 am

Si chiama "Unione Europea", ma Barbara Spinelli, nelle sue prime esternazioni come nuova parlamentare europea, lamentava che di unione europea ce n'è molto meno che di "disunione".

Veniamo alla sostanza, benché quel che c'è da dire sia lapalissiano.
Gli Stati europei hanno messo in piedi la più avanzata delle "Confederazioni" che si sia mai vista. Ma si tratta sempre di "confederazione", ossia di una alleanza tenuta in piedi da trattati intergovernativi, nella quale il muoversi davvero insieme e con obiettivo comune (quello del bene dell'intera comunità) è affidato ai buoni propositi dei governi "nazionali" i quali non rinunciano affatto alla esclusiva rappresentatività del proprio Stato che essi pretendono di mantenere "sovrano ed indipendente".
Si sa che "sovranità" significa «non riconoscere alcuna autorità superiore alla propria». Con questa preliminare categoria il  muoversi insieme e con obiettivi comuni può avvenire solo per decisione volontaria dei "confederati". La collaborazione da parte del singolo Stato (cioè da parte del suo governo "nazionale") cesserà non appena il governo ... cambierà idea!

Più tempo passa e più numerosi sono i "confederati", più aumenta la probabilità che avvenga un regresso di quei buoni propositi necessari alla effettiva solidarietà per il bene comune. In momenti di gravi difficoltà (come certamente sono quelli che sta vivendo l'UE ... ma non solo l'UE) è praticamente impossibile che il coacervo di governi "nazionali" proceda sulla strada di obiettivi comuni e condivisi. Proprio perché "nazionale", il governo (anche nelle migliori ipotesi) darà priorità ai problemi nazionali; e se mai si occuperà di politica comune europea lo farà cercando di modificare lo statu-quo a vantaggio del proprio Stato. Insomma: la conflittualità di interessi è in pratica inevitabile in momenti di difficoltà in un sistema di stati formalmente rimasti sovrani.

Allora i casi sono due: o si fa quel salto di qualità che è il mettere in piedi istituzioni che davvero siano "super partes" ed abbiano l'autorità di svolgere una politica davvero comune (e finalizzata al bene dell'intera comunità) o il rischio di dissoluzione della "confederazione" sarà sempre più grave.
Nel primo caso, inevitabilmente gli stati dovranno rinunciare alla totale "sovranità": le istituzioni "federali" dovranno pur essere autorevoli al di sopra dei singoli governi nazionali.
Nel secondo caso ... aspettiamoci il crollo del bel castello che, con tutti i suoi difetti, ha dato prosperità all'Europa e l'ha mantenuta in pace.

In barba ai vari patti di stabilità, la stabilità dell'UE (e in particolare dell'Eurozona) da alcuni anni non c'è affatto (anzi: una vera stabilità non c'è mai stata in alcuni paesi dell'UE, tra i quali in nostro "Bel Paese").

I sintomi d'una sindrome opposta a quella della solidarietà e della ricerca del bene comune stanno terribilmente aumentando!
[Per esempio: il governo francese ha annunciato a sorpresa che non rispetterà l'impegno di non superare il 3% di deficit nel bilancio annuo. L'ha fatto come se fosse una cosa normale, una informazione tra le tante!
E naturalmente il governo tedesco  ha reagito con estrema durezza. Appunto: addio alla solidarietà!]

––––––––
Ieri, il presidente della BCE Mario Draghi ha tenuto un discorso a Milano. Implicitamente ha rimproverato alcuni governi di non attuare le riforme necessarie (secondo lui). Ma anche la BCE è sotto il fuoco di critiche pesanti da parte dei governi (ultimamente specie da quello tedesco). Un altro esempio, dunque, del passaggio dalla collaborazione (e comunanza di intenti) alla conflittualità delle posizioni dei singoli stati e delle stesse istituzioni europee.

Anche la nuova Commissione (presieduta da Juncker) rischia di riflettere questo clima di pericolosissima conflittualità.
-------------
Qui sotto metto il link all'intervento di Draghi al convegno dell'Eurofi (ieri a Milano).

––> Discorso di Mario Draghi,presidente della BCE, 11.09.14
http://www.ecb.europa.eu/press/key/date/2014/html/sp140911_1.it.html

Faccio seguire un articolo di Carlo Bastasin (da Il Sole 24 Ore di oggi) che, tra l'altro, fa riferimento al discorso tenuto ieri da Draghi a Milano.
––––––––––––––––––––––––––––
Il Sole 24 Ore, 12 settembre 2014
–––> http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2014-09-12/se-europa-rischia-resa-conti-063555.shtml

Se l'Europa rischia la resa dei conti
di Carlo Bastasin

Raramente il confronto tra i governi europei è stato aspro quanto 
negli ultimi giorni. Il ritorno dell'economia in recessione ha reso più 
mordente la diffidenza reciproca e più tagliente il linguaggio. Si 
sentono vicine soglie oltre le quali l'economia si ferma, la deflazione 
si avvita e il pessimismo degli uni si rispecchia in quello degli 
altri. Tutto questo dovrebbe spingere i governi, i banchieri centrali, 
le nuove istituzioni europee a collaborare, tendersi la mano, 
distribuirsi i compiti. Invece accade il contrario.

L'annuncio unilaterale del governo francese di non rispettare i vincoli 
di bilancio ha sfiorato l'irrisione; i toni con cui Berlino rimprovera 
gli altri paesi sono diventati acrimoniosi; la Bce chiede all'Italia 
sforzi fiscali ancora maggiori, ma è finita essa stessa nel mirino del 
governo tedesco. Tutti sembrano prepararsi a un regolamento di conti.

In fondo è proprio quello che sta per succedere: nelle prossime 
settimane si decideranno le sorti del dibattito su austerità e 
flessibilità. Un dibattito che ha usurpato la centralità della politica 
economica europea. Entro novembre infatti la nuova Commissione europea, 
guidata da Jean-Claude Juncker dovrà esprimere una valutazione sulle 
bozze dei programmi di bilancio dei governi nazionali. Quella 
valutazione darà tono e personalità al coordinamento europeo delle 
finanze pubbliche per i prossimi cinque anni di vita del nuovo 
esecutivo europeo. Per questo è tanto critico lo scontro in corso.
In un contesto economicamente difficile e politicamente confuso, la 
direzione della politica economica di Bruxelles è però ancora dubbia.

Perfino la composizione della nuova Commissione ha richiesto la 
convivenza di colombe fiscali francesi e falchi baltici. L'inizio non 
promette molto di buono: Parigi ha sfruttato il vuoto di potere per 
annunciare lo sfondamento dei conti, senza però presentare il dettaglio 
del bilancio che sarà noto solo tra un mese. Ha messo cioè la 
Commissione di fronte al fatto compiuto prima di vedersi opporre le 
contromisure previste dai nuovi regolamenti (il cosiddetto Two-Pack). 
Berlino ha reagito con durezza e a ragione: in base ai dati attuali, 
con una crescita potenziale che secondo la Banca di Francia è ben sotto 
l'1%, il debito di Parigi non smetterà mai di aumentare. La divergenza 
tra Francia e Germania metterà a rischio l'unione monetaria in un clima 
di crescente sfiducia.

Lo schiaffo francese rende difficile anche la posizione italiana, ma 
ancor più quella del presidente della Bce. Tra altre proposte, Mario 
Draghi suggerisce di sfruttare i margini fiscali ancora disponibili 
nell'Eurozona. A Jackson Hole aveva chiesto indirettamente a Berlino di 
aumentare la propria spesa pubblica, almeno quella in investimenti. La 
risposta di Schaeuble è stata brutale: ha respinto ogni progetto di 
spesa e ha insinuato che la Bce - attraverso l'acquisto di titoli 
sovrani - si renda complice dei governi che hanno politiche economiche 
irresponsabili.

Bisogna che questa assurda escalation dei toni rientri nei ranghi 
ragionevoli. È indispensabile che si torni a discutere costruttivamente 
e oltre i totem della politica fiscale, perché la soluzione della crisi 
richiede compromessi da parte di tutti e da realizzare insieme. In 
fondo si tratta di riconoscere che l'economia dell'euro si trova in 
circostanze così "eccezionali" da essere diventate croniche. Tali 
circostanze richiedono anche stimoli dal lato della domanda e i margini 
fiscali possono essere destinati alla realizzazione delle riforme. Ma 
bisogna subito riaccendere il motore, con un piano di investimenti. Non 
solo perché gli investimenti sono "la domanda di oggi e l'offerta di 
domani", non solo cioè perché quando si fermano gli investimenti si 
nega la crescita futura, ma per dare subito almeno un segnale di 
iniziativa comune che possa testimoniare la fiducia dei governi nel 
progetto europeo. Quale altro investitore potrebbe aver fiducia 
nell'Europa se proprio i governi non ne hanno? 

Il pacchetto dei tre motori - domanda, riforme, investimenti - è 
realizzabile all'interno del Patto di stabilità. Attraverso forme di 
coordinamento che preservino la credibilità fiscale dell'unione 
monetaria: una politica fiscale per l'euro area, così come una politica 
monetaria e un coordinamento delle riforme strutturali. Sono proposte 
che tutti conoscono, ma che hanno smarrito un contesto politico che ne 
garantisca la realizzazione. Alla fine, infatti, la vera debolezza 
strutturale dell'euro area non è dal lato né dell'offerta né della 
domanda, ma nel vuoto di volontà politica e di cooperazione solidale. 
Per questo è tanto deprimente l'estremismo dialettico di Parigi e 
Berlino. 

In un intervento tenuto a Milano ieri sera, Mario Draghi ha ribadito lo 
schema dei tre motori, invocando un insieme di politiche - monetaria, 
fiscale e riforme strutturali - concertate da parte di tutti gli attori 
politici, sia nazionali sia europei: «Bassa crescita e bassa 
inflazione; alti debiti e alta disoccupazione; possono essere 
affrontati solo con un'azione concertata». Solo così e con il rilancio 
degli investimenti, sostiene Draghi, si può riavviare il motore 
dell'economia. Il vero nodo è chi avrà l'abilità politica di mettere in 
piedi un nuovo credibile esercizio di coordinamento. Berlino e Parigi 
stanno dimostrando che la leadership dei governi, che ha dominato la 
politica europea durante la crisi, è sopravvissuta alla propria 
utilità. Ora la palla è in mano a Juncker e ai suoi vicepresidenti. 
Hanno solo poche settimane di tempo per vincere una sfida formidabile e 
cambiare il tono della cooperazione europea.

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Messaggio Da Condor il Dom Set 21, 2014 8:08 pm

Dove va l'Euro ?

Finance & Development, marzo 2014 , vol . 51 , No. 1

di Kevin O'Rourke Hjortshøj


La prima cosa che gli storici si chiederanno è come mai sia stato introdotto

L' economia dell'area dell'euro si trova in un tremendo pasticcio.

Nel dicembre 2013 il PIL dell'area dell'euro era ancora sotto del 3 per cento rispetto al primo trimestre del 2008, in netto contrasto con gli Stati Uniti, dove il PIL è invece aumentato del 6 per cento. Il PIL era dell'8 per cento al di sotto del livello pre-crisi in Irlanda, del 9 per cento in Italia, e del 12 per cento in Grecia. La disoccupazione nell'area dell'euro supera il 12 per cento, ed è circa il 16 per cento in Portogallo, il 17 per cento a Cipro, e il 27 per cento in Spagna e Grecia.
Gli Europei sono così abituati a questi numeri che nemmeno più li trovano scioccanti, cosa questa profondamente inquietante. Questi non sono dettagli, piccoli inestetismi in un quadro altrimenti impeccabile, sono la prova di un triste fallimento politico.
L'euro è una cattiva idea, come è stato sottolineato già due decenni fa, quando la moneta fu ideata. L'area monetaria è troppo grande e diversificata - e data la necessità di periodici aggiustamenti dei tassi di cambio reali, il mandato anti-inflazione della Banca Centrale Europea (BCE ) è troppo restrittivo. La mobilità del lavoro tra i paesi membri è troppo limitata per rendere la migrazione dalle regioni in crisi a quelle in espansione un'opzione valida di riequilibrio. E non ci sono praticamente meccanismi fiscali per il trasferimento di risorse tra le regioni, in caso di shock che colpiscano alcune aree dell'area monetaria più duramente di altre.

Problemi già previsti
Tutte queste difficoltà erano state correttamente individuate dalla tradizionale teoria dell'area valutaria ottimale. Nel 1998 l'Irlanda stava vivendo un boom senza precedenti, ed i prezzi delle case erano in rapido aumento. Sarebbero stati opportuni dei tassi di interesse elevati, ma quando, nel gennaio 1999, l'Irlanda è entrata nell'unione monetaria, il tasso di sconto della banca centrale è stato abbassato dal 6,75 per cento di metà del 1998 ad appena il 3,5 per cento dell'anno dopo. Con l'Irlanda così in crescita, la nuova BCE stava alacremente gettando benzina sul fuoco.
Nella periferia dell'eurozona si sono ripetute storie simili, con l'afflusso dei capitali che ha spinto verso l'alto i salari e i prezzi. Ma ciò che sale non scende così facilmente quando non c'è una moneta indipendente. La mobilità del lavoro nell'area dell'euro rimane limitata: i giovani lavoratori irlandesi emigrano in Australia o in Canada, i portoghesi in Angola o in Brasile. E senza un bilancio federale per attenuare gli shock asimmetrici, l'austerità prociclica, che aggrava piuttosto che migliorare le recessioni, è stata l'arma politica prescelta durante questa crisi – sia che sia stata imposta dai mercati, che dai politici e dai banchieri centrali della zona euro. La disoccupazione di massa in periferia è esattamente ciò che prevede la teoria in circostanze simili.

In effetti, dal 2008 abbiamo imparato che la teoria dell'area valutaria ottimale tradizionale era fin troppo ottimistica sull'unione monetaria europea. In comune con gran parte della macroeconomia mainstream, ha ignorato il ruolo degli intermediari finanziari come le banche, che mettono in contatto i risparmiatori con i debitori. Molti dei problemi più difficili da trattare della zona euro derivano dal flusso di capitali dal centro alla periferia tramite i prestiti interbancari. Quando i capitali hanno smesso di scorrere, o sono stati ritirati, le crisi bancarie che ne sono derivate hanno messo a dura prova le finanze dei governi periferici. E questo ha causato l'ulteriore peggioramento dei bilanci delle banche e della creazione del credito, che a sua volta ha portato al peggioramento delle condizioni economiche e all'aumento del deficit – e al circolo vizioso tra banche e debiti sovrani.

Ramificazioni politiche

Le crisi bancarie hanno avuto conseguenze politiche venefiche, dato il loro impatto transfrontaliero. Il processo decisionale guidato dal panico è stato di breve respiro e incoerente – si noti la differenza tra il trattamento dei creditori delle banche in Irlanda nel 2010, che sono stati in gran parte rimborsati, con quelli di Cipro nel 2013, dove hanno subito un duro colpo. Questo avrà conseguenze politiche di lungo termine. Nonostante il comprensibile desiderio dei burocrati europei di considerare queste questioni acqua passata, l'ipocrisia e il bullismo sono impopolari per gli elettori ordinari. Nella realpolitik europea i paesi piccoli e vulnerabili hanno pagato un costo molto pesante, che non dimenticheranno presto.

E partendo da qui, quale direzione prendiamo? Dal 2010 l'attenzione della maggior parte degli economisti si è concentrata su come rendere più funzionale l'unione monetaria. Anche coloro che erano scettici sull' Unione economica e monetaria (UEM ), erano abbastanza preoccupati per le conseguenze di una rottura da voler evitare di sostenere l'uscita di un paese. Il risultato è stato una serie di suggerimenti su come prevenire un crollo dell'euro nel breve e nel medio termine, e su come migliorarne il funzionamento nel lungo periodo.
Nel breve periodo, quello che serve è una politica monetaria più flessibile e, ove possibile, anche una politica fiscale accomodante. Se gli storici dell'economia hanno imparato qualcosa dalla Grande Depressione, è che l'aggiustamento basato su austerità e svalutazione interna (come è definita oggi la deflazione nei singoli Stati membri dell'area dell'euro) è pericoloso. In primo luogo, i salari nominali sono rigidi verso il basso, il che implica che la deflazione, quando si raggiunge, causa l'aumento dei salari reali e maggiore disoccupazione. In secondo luogo, la deflazione aumenta il valore reale del debito pubblico e privato, alza i tassi di interesse reali, e conduce i consumatori e le imprese a rinviare gli acquisti costosi in previsione di prezzi più bassi in futuro. La Gran Bretagna ebbe ampi avanzi primari nel corso degli anni '20, ma il suo rapporto debito-PIL crebbe notevolmente grazie al contesto deflazionistico, di bassa crescita, di allora.
In terzo luogo, i moltiplicatori fiscali sono più elevati quando i tassi di interesse sono vicini allo zero, così le riduzioni di spesa provocano un pesante calo del reddito nazionale. Il FMI ha scoperto che nella crisi attuale i moltiplicatori fiscali sono più vicini a 2 che a 1, come tra le due guerre mondiali. La conclusione inevitabile è che la BCE deve agire in modo aggressivo, non solo allo scopo di evitare la deflazione, ma fissando un obiettivo di inflazione superiore al 2 per cento per un periodo transitorio, per agevolare l'aggiustamento dei tassi di cambio reali e promuovere la solvibilità dei suoi Stati membri. Sarebbe d'aiuto anche una maggiore spesa per investimenti da parte dei paesi con adeguate capacità fiscali, o della Banca europea per gli investimenti.
Per il lungo periodo, vi è un ampio consenso, al di fuori della Germania, che l'area dell'euro ha bisogno di una unione bancaria che promuova la stabilità finanziaria e che sostituisca le decisioni ad hoc dei momenti di crisi con un processo più regolamentato e politicamente legittimo (vedi “Tectonic Shifts” in questo numero di F&D). Questo processo dovrebbe includere una supervisione comune per l'area dell'euro, un quadro unico di risoluzione per le banche in crisi con un sostegno fiscale che comprenda tutta l'area dell'euro, e un quadro comune di assicurazione dei depositi. Il gruppo Euro-nomics, composto da noti economisti europei, ha proposto un asset "sicuro" dell'area dell'euro che le banche nazionali potrebbero detenere. Ciò contribuirebbe a rompere il circolo vizioso banche-debito sovrano descritto in precedenza e a rendere più facile per i governi nazionali ristrutturare il loro debito quando necessario (riducendo i danni collaterali al sistema bancario del loro paese). L' esempio degli Stati Uniti suggerisce che un elemento di unione fiscale, oltre a ciò che è necessario per una unione bancaria significativa, sarebbe un importante meccanismo di stabilizzazione. Un sistema di assicurazione contro la disoccupazione in tutta l'area dell'euro sarebbe un piccolo passo in questa direzione.


Meno Europa
Questi sono tutti argomenti per il "Più Europa", piuttosto che per il Meno Europa. Io e molti altri abbiamo portato avanti questi argomenti nel corso degli ultimi cinque anni. Ma col passare del tempo, diventa più difficile farlo con convinzione.

In primo luogo, la gestione delle crisi dal 2010 è stata incredibilmente deludente, il che solleva la questione se sia ragionevole per qualsiasi paese, soprattutto se piccolo, porsi alla mercé dei decisori di Bruxelles, Francoforte o Berlino. Non è solo una questione di ideologia della moneta forte da parte dei giocatori chiave, anche se è abbastanza distruttiva. E' una questione di incompetenza assoluta. Il "salvataggio" di Cipro così pasticciato è stato per molti osservatori un momento di svolta in questo senso, anche se i rialzi dei tassi di interesse della BCE del 2011 sono stati così vergognosi da meritare una menzione particolare.
Ci sono domande serie da porre, giuridiche, politiche ed etiche, su come la BCE si è comportata in questa crisi - per esempio, la minaccia fatta nel 2010, che se Dublino non avesse rimborsato i creditori privati delle banche private, la BCE avrebbe effettivamente fatto saltare in aria il sistema bancario irlandese (o, in alternativa, costretto l'Irlanda ad uscire dall'euro). Un argomento frequente è che la BCE non può allentare la politica monetaria perché questo diminuirebbe la pressione sui governi a continuare le riforme strutturali che Frankfurt ritiene auspicabili. A parte il fatto che c'è meno evidenza dell'opportunità di queste riforme di quanto non ammettano gli economisti, mantenere volutamente le persone in uno stato di disoccupazione involontaria per portare avanti una particolare agenda politica è sbagliato. E non è legittimo per un banchiere centrale non eletto di Francoforte cercare di influenzare il dibattito politico in paesi come l'Italia o la Spagna, sia perché il banchiere centrale è non eletto, e sia perché è di Francoforte.
In secondo luogo, sta diventando sempre più chiaro che un'unione bancaria significativa, per non parlare di un'unione fiscale o di un solido asset dell'area dell'euro, non è all'orizzonte. Per anni gli economisti hanno sostenuto che l'Europa deve decidersi: o muoversi in una direzione più federale, come sembra richiesto dalla logica di una moneta unica, o tornare indietro.Siamo al 2014: a che punto dobbiamo arrivare per concludere che l'Europa ha preso la sua decisione, e che un'unione più profonda è fuori questione? Più a lungo la crisi va avanti, e maggiore sarà la reazione politica anti-europea, ed è comprensibile: l'attesa non aiuterà i federalisti. Dovremmo dare al nuovo governo tedesco un paio di mesi per poterci sorprendere, ma quando non lo farà, trarre la logica conclusione. Se il procedere in avanti è escluso, il ritiro dall'UEM diventa sia inevitabile che desiderabile.
L'Europa ha vissuto un periodo d'oro, in gran parte come risultato della integrazione europea. Questo ha contribuito a favorire la crescita negli anni '50 e '60 e ha dato agli europei la libertà di studiare, lavorare e andare in pensione all'estero, cosa che ora viene data per scontata. La UEM nella sua forma attuale minaccia l'intero progetto. Durante il periodo tra le due guerre, gli elettori si riversarono sui partiti politici che promettevano di domare il mercato e fargli servire gli interessi della gente comune, piuttosto che il contrario. Laddove i partiti democratici, come i socialdemocratici svedesi, hanno attuato queste politiche, hanno riscosso il successo elettorale. Laddove i democratici si sono lasciati stringere da catene dorate e dall'ideologia dell'austerità, come in Germania, gli elettori alla fine li hanno abbandonati.

Strade Divergenti
L'Europa ora è identificata dai vincoli che essa impone ai governi, non dalle possibilità che offre loro per migliorare la vita del loro popolo. Questo è politicamente insostenibile. Ci sono due soluzioni: fare un passo in avanti verso un'Europa politica federale, in cui sinistra e destra siano in grado di competere ad armi pari, o tornare a un'Unione europea senza moneta unica e lasciare che i singoli paesi decidano per se stessi. Quest'ultima opzione richiederà controlli sui capitali, default in diversi paesi, misure per affrontare la crisi finanziaria conseguente, e un accordo su come affrontare le conseguenze del debito e dei contratti.
La fine dell'euro sarebbe una grave crisi, non c'è dubbio. Non dovremmo desiderarla. Ma se la crisi è inevitabile, allora è meglio affrontarla, mentre i centristi e gli europeisti sono ancora in carica. In qualunque modo saltiamo, dobbiamo farlo democraticamente, e non c'è senso ad attendere all'infinito. Se l'euro alla fine viene abbandonato, la mia previsione è che tra 50 anni la prima cosa che gli storici si chiederanno è come mai sia stato introdotto.

Kevin O'Rourke Hjortshøj è “Chichele Professor” di Storia Economica presso All Souls College, Oxford .


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Messaggio Da ART- il Sab Ott 18, 2014 6:04 pm

No, prof. O'Rourke Hjortshøj: l'Euro, nonostante la struttura di gestione inadeguata dell'economia europea, non è una cattiva idea ma una delle migliori idee che abbiamo mai avuto, perchè ci ha costretti a guardare la realtà delle cose in faccia. Che noi fatichiamo a reagire per correggere quello che non va è tutt'altro discorso.

Condor ha scritto:
La fine dell'euro sarebbe una grave crisi, non c'è dubbio. Non dovremmo desiderarla. Ma se la crisi è inevitabile, allora è meglio affrontarla, mentre i centristi e gli europeisti sono ancora in carica. In qualunque modo saltiamo, dobbiamo farlo democraticamente, e non c'è senso ad attendere all'infinito. Se l'euro alla fine viene abbandonato, la mia previsione è che tra 50 anni la prima cosa che gli storici si chiederanno è come mai sia stato introdotto.

Kevin O'Rourke Hjortshøj è “Chichele Professor” di Storia Economica presso All Souls College, Oxford .

Questo ragionamento trascura il non indifferente particolare che la fine dell'Euro sarebbe anche la fine del processo d'integrazione europea, e questo metterebbe in ogni caso la parola FINE alle speranze di sviluppo indipendente e democratico del sistema europeo. Se salta l'Europa, "in qualunque modo saltiamo" e da qualunque settore cominciamo, Euro o altro, a vincere sarà comunque la rassegnazione alla decadenza e la rapida marcia verso l'autoritarismo di stampo fascistoide che già oggi affascina molti nella sua versione putiniana.
E' inutile illudesi che il suicidio conserverà la democrazia solo perchè è un atto volontario e comincia dall'unione monetaria piuttosto che dalla Comunità europea nel suo complesso.

Condor ha scritto:
Se l'euro alla fine viene abbandonato, la mia previsione è che tra 50 anni la prima cosa che gli storici si chiederanno è come mai sia stato introdotto.

Frasi come questa mi fanno dubitare che il nostro prof. sia in buona fede quando dice che dovremmo annullare l'unione monetaria solo perchè è rassegnato a un brutto destino per l'Europa. Infatti gli storici (che hanno studiato la storia dell'integrazione europea) sanno benissimo perchè l'Euro è stato introdotto: se il tentativo di unificare l'Europa fallirà è tutt'altro discorso, che da molti fattori dipende e non solo dall'economia.

Si vuole forse intendere con questa frase che l'Euro ha distrutto l'Europa perchè se non ci fosse stato tutto sarebbe andato bene e saremmo stati tutti felici e contenti?
Il nostro prof. è sincero quando fa il rassegnato o sta cercando di convincerci a fare quello che fin dall'inizio molti sognavano a prescindere dall'Euro e da com'è messa oggi l'Europa?
ART-
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Messaggio Da Erasmus il Dom Ott 19, 2014 3:57 am

ART- ha scritto:No, prof. O'Rourke Hjortshøj: l'Euro, nonostante la struttura di gestione inadeguata dell'economia europea, non è una cattiva idea ma una delle migliori idee che abbiamo mai avuto, perchè ci ha costretti a guardare la realtà delle cose in faccia. Che noi fatichiamo a reagire per correggere quello che non va è tutt'altro discorso.
Ben detto ART!

Ma chi è 'sto prof. O'Rourke  Hjortshøj? Fallimento del "metodo intergovernativo". L'UE alla resa dei conti! 3288108709

Mi fa venire in mente quando la Lega strombazzava citando l'antropologa Fallimento del "metodo intergovernativo". L'UE alla resa dei conti! 3697465373 Ida Magli,  che in realtà  quanto ad autorevolezza e competenza era un "nessuno".

Più che assenza di buona frde io ci vedo un misto di osservazioni giuste (ma anche lapalissiane) e scemenze enormi. 
[Esempio (di scemenza enorme): «L'euro è una cattiva idea, come è stato sottolineato già due decenni fa, quando la moneta fu ideata.» 
Da chi mai è stato sottolineato già decenni fa che l'Euro è una cattiva idea?
Occhio: decenni è plurale, vuol dire non meno di vent'anni fa ... ma l'Euro non ha ancora compiuto 14 anni!
A "sottolineare" che era una cattiva idea prima del suo arrivo non c'è stato nessuno, nemmeno la Lega (che dapprima predicava la scissione dell'Italia in tre stati  – Nord, Centro, Sud e isole – asserendo che mentre il Nord meritava di entrare nell'area Euro, il Sud non lo meritava ... ed si desse da fare per meritarlo senza sfruttare ulteriormente il Nord!). La campagna anti-euro della Lega è venuta dopo l'estromissione di Miglio (il teorico della scissione dell'Italia in tre stati).]

Altra immane fesseria di 'sto professore:«Se l'euro alla fine viene abbandonato, la mia previsione è che tra 50 anni la prima cosa che gli storici si chiederanno è come mai sia stato introdotto.»
La moneta comune è "necessaria". Anzi: è arrivata in ritardo rispetto ai bisogni della CEE/UE.
IL'Euro è un "non senso"  perché  dietro la moneta comune non c'è una autentica  "statualità"!

Si è detto – e si sente ripetere ... e anch'io sono d'accordo – che ci furono e ci sono stati senza moneta ma non si è mai vista prima dell'Euro una moneta senza stato. Allora: è la moneta comune che è sbagliata o, piuttosto, è l'assenza di statualità in un'area tanto e talmente integrata da rendere necessaria una moneta comune?
Ma  l'aspetto più comico della "fesseria" sta nel supporre di poter prevedere non solo la caduta dell'Euro ma addirittura quel che diranno gli storici del futuro (attribuendo loro in anticipo l'incapacità di spiegare non già la preistoria ma la storia di mezzo secolo prima).
Il profe dice, verso la fine: «Ci sono due soluzioni, ...» e spiega due possibilità di "eventi".
Eh no! Giustamente contrappone che o si passa a strutture davvero federali o a lungo andare crolla il bel castello che è "questa" Unione. Ma non sono mica "due soluzioni"! Il crollo delll'Euro non ci sarà affatto finché dura "questa" Unione. Ma è proprio questa Unione che rischia di crollare. Non sarà il crollo dell'Euro a far crollare l'UE. Ovviamente, se crollerà l'UE con essa crollerà anche l'Euro.
Qua non si vuol guardare in faccia la realtà! 
Non esistono "europeisti" contrari all'Euro. 
Esistono gli euro-fobi (eufemisticamente detti "euroscettici"), quelli che, magari per solo interesse demagogico-elettorale, non fanno altro che sputare sull'Unione Europea (dicendo tra l'altro un fracco di menogne ... come il menarsela con i "burocrati di Bruxelles" quando è dimostrato senza ombra di dubbio (a) che a condurre le fila della politica non sono affatto i "burocrati" bensì i governi nazionali – a cominciare dai singoli leader di governo e che (b) gli impiegati dell'intera Unione – con popolazione di oltre mezzo miliardo di persone, con oltre  venti lingue ufficialmente riconosciute [e parlate in PE], con una caterva di rapporti con i cosiddetti "paesi associati", ecc. ecc.– sono di meno degli impiegati del Comune di Roma e poco più di quelli del Comune di Milano! perché non incominciamo, invece, a ridurre la burocrazia nei nostri stati nazionali, dato che è enormemente più numerosa ed intrigante che a livello europeo?). Questa gentaglia euro-foba usa l'argomento "euro" strumentalmente per dir male dell'UE e raccogliere voti. 
La speculazione sul malcontento in caso di crisi economica non è certo una novità!
[Fascismo e bolscevismo sono arrivati al potere per questa strada ... o ce ne siamo dimenticati?]

La morale è sempre quella: L'Euro è pressoché un "non senso" anche se la moneta unica è necessaria (e lo era già dagli anni '70, dopo la denuncia degli accordi di Bretton Woods da parte degli USA, 1971, presidenza Nixon). E' pressoché un "non senso" appunto perché è "senza stato"! Quindi il difetto sta nella mancanza di integrazione politica, non nell'essere l'Euro la moneta comune di più stati (ancora ad economie e sviluppo diversificati). Per esempio, anche in USA, in Australia ... e persino in Svizzera i livelli di sviluppo e le economie locali sono diversificati. Ma là, come è stato fatto notare una infinità di volte (non sono dai federalisti europei, ma anche da Nobel per l'economia come Stiglitz, Krugman e persino l'ultimo Jean Tirole), il "default" del debito sovrano non esiste a livello dl singolo stato (o Land o Cantone) perché la macroeconomia è a livello superiore al singolo stato (o Land o Cantone che sia).

Tutto il resto, secondo il mio modesto avviso, viene dopo: prima decidere su «Federazione europea o no?». L'Euro non è un  problema a se stante. L'Euro è solo una componente, (una stanza del castello, importantissima ... che non crolla da sola, tantomeno è la causa dell'eventuale crollo del castello).

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Messaggio Da Condor il Dom Ott 19, 2014 9:01 am

Agli amici Art ed Erasmus è sfuggito di commentare questo passaggio di O'Rourke  Hjortshøj, che nel testo proposto è stato evidenzianto in grassetto: Siamo al 2014: a che punto dobbiamo arrivare per concludere che l'Europa ha preso la sua decisione, e che un'unione più profonda è fuori questione?
-A che punto dobbiamo arrivare- cari amici?
Qualcuno pensa che i sani principi intorno ai quali l'Uomo deve condurre la propria esistenza, come: la morale; i sani valori della persona (motivi sui quali si vorrebbe costruire l'UE federale), si possano creare od emulare con il rigore della finanza; con la sostenibilità dei conti pubblici; con il differenziale tra bund tedesco e btp italiano.
Cari amici, avete mai sentito qualche tecnocrate (incluso quel Mario Daraghi che nella sua tesi di laurea già scriveva che una unione di stati con la sola moneta e senza una polita comune è destinata al fallimento) che, con arringa ciceroniana, abbia mai sollecitato le istituzioni dell'UE a porre una scadenza per l'inizio dell'unità politica dell'Europa, insomma, di darsi una mossa per discutere e ratificare la Carta Costituzionale Europea?
- A che punto dobbiamo arrivare- cari amici?
Vogliamo forse continuare a produrre suicidi tra imprenditori e lavoratori europei, per continuare a sostenere l'avarizia, l'irresponsabilità, l'egoismo degli alti parassiti di Stato che abbiamo nelle istituzioni italiane ed europee?
Sono trascorsi dodici anni dall'inizio dell'introduzione dell'Euro e mai una parola spesa in favore dell'Unita politica dell'Europa che vorremmo, temo che il tempo inesorabile abbia suonato il suo "gong".
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Messaggio Da Erasmus il Dom Ott 19, 2014 3:17 pm

Ciao, carissimo Condor.
Come vedi, qui le presenze non sono certo numerose.
Ogni presenza è dunque PREZIOSA. La tua ...più delle altre. Fallimento del "metodo intergovernativo". L'UE alla resa dei conti! 1326021764

Condor ha scritto:Agli amici Art ed Erasmus è sfuggito di commentare questo passaggio di O'Rourke  Hjortshøj, che nel testo proposto è stato evidenzianto in grassetto: Siamo al 2014: a che punto dobbiamo arrivare per concludere che l'Europa ha preso la sua decisione, e che un'unione più profonda è fuori questione?
Un mio commento a questa affermazione mi pare scontato!
Ma ti accontento.
a) L'Europa quale? Chi è l'Europa che avrebbe già "preso la sua decisione" ?
Mi viene in mente quando leggevo che l'Italia, nel '40, ha aggredito alle spalle la Francia.
Eh no! Qui si dice Italia per intendere "governo Italiano" (che ha ordinato al suo esercito di invadere il Sud della Francia e di sparare su eventuale resistenza dell'esercito francese"). E si dice Francia per intendere il suo territorio abitato e difeso dal suo esercito. 
Dunque, qui "Italia" è un  traslato (o figura retorica) e Francia un altro traslato 8e nemmeno coincidente col primo).
Questo "qui pro quo" sta in piedi fino a che si accetta il "principio nazionale" (per dirla alla Spinelli) che il governo [cosiddetto] "nazionale" ha la rappresentanza esclusiva ed inalienabile del proprio Stato-comunità.
Ma è proprio questo che i federalisti contestano.
E, ad essere pignoli, qualche volta è contestato anche dai non federalisti (con palese contraddizione). Che è infatti una "rivoluzione" (o anche la sola lotta antigovernativa, quella per esempio vantata dalla Resistenza al fascismo e al nazismo) se non la contestazione del "principio nazionale"?
Venendo al dunque, l'Europa non ha preso alcuna decisione perché a decidere è il coacervo degli stati [cosiddetti] "nazionali".
I federalisti avevano proposto un referendum pan-europeo: "Federazione europea SI' o NO"?
Poi, fuori dai piedi i paesi dove vince il NO e via libera per gli altri a dar vita agli Stati Uniti d'Europa.
 Ma ovviamente i governi [cosiddetti] nazionali  questa campana non la sentono proprio.
b) Anche accettando il traslato di sostituire Europa a "Consiglio dell'UE", nessuna decisione quale questa in questione non solo è mai stata presa, ma nemmeno posta in agenda!
Mi risulta invece che le decisioncelle arrivano sempre in ritardo, con lentezza estenuante, con contrattazioni da foro boario, ed eternamente quale compromesso al ribasso, quasi sempre a chiudere la stalla quando i buoi sono già usciti!
Questa affermazione del nostro, più che tra le enormi "scemenze" io la metterei tra le "grandi mnzogne", quelle che strisciantemente modificano le categorie culturali dei popoli. dando per scontato ciò che in realtà è mito o bufala inventata da chi aveva interesse a farlo (come la bufala dello stato moderno di essere "nazionale". Ma ci pensiamo qualche volta all'origine dei vocaboli neologismi, voluti da chi li ha introdotti con preciso significato etimologico? La "nazione" è nata come mito romantico del fatto che un territorio sarebbe stato popolato da una razza "primigenia", laddove, in realtà,  è  lo stato che forgia e armonizza le caratteristiche del popolo fino a dargli il sentimento di "appartenenza" ad una "nazione").

Ciao, Condor.
Devo scappare ...
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Ultima modifica di Erasmus il Gio Ott 23, 2014 4:12 pm, modificato 1 volta

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Messaggio Da ART- il Gio Ott 23, 2014 12:53 am

Condor ha scritto: Siamo al 2014: a che punto dobbiamo arrivare per concludere che l'Europa ha preso la sua decisione, e che un'unione più profonda è fuori questione?

Condor ha scritto:A che punto dobbiamo arrivare- cari amici?
Vogliamo forse continuare a produrre suicidi tra imprenditori e lavoratori europei, per continuare a sostenere l'avarizia, l'irresponsabilità, l'egoismo degli alti parassiti di Stato che abbiamo nelle istituzioni italiane ed europee?


No, è che anche se fosse non si capisce il nesso fra questo discorso e l'esistenza dell'Euro.
In questo articolo delirante si sostiene che a causa dell'unione monetaria senza stato federale le forze antidemocratiche (quindi autoritaristi "alla Putin", neonazisti e feccia varia simile) rischierebbero di prendere il potere, quindi noi dovremmo rassegnarci e cancellare da soli l'Euro per salvare la democrazia.

Ma il professore non ci spiega come mai ad esempio la Norvegia (paese che non ha l'Euro e manco fa parte dell'UE) ha visto il partito neonazista locale aumentare sempre più i consensi ed entrare in parlamento alle elezioni del 2013.
E il caso di Victor Orban presidente in Ungheria, dove l'Euro non ce l'hanno?

Evidentemente la dinamica dei fatti è ben più complessa di come se la immagina il nostro, e di certo non si può cominciare un discorso serio sull'unità o non-unità europea a partire da balle simili, come se le difficoltà di imprenditori e lavoratori fossero colpa dell'Euro e non della crisi, delle eventuali idiozie che fanno i governanti e della condizione in cui ci si trova ad operare (nel caso italiano burocrazia asfissiante, corruzione, forte presenza della criminalità organizzata, pressione fiscale eccessiva ecc.).

Temi che il tempo inesorabile abbia suonato il suo "gong": può darsi... e allora? Per questo io mi dovrei suicidare andando a sfasciare di mia iniziativa l'unione monetaria? Stiamo scherzando o cosa?
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