E' in Europa la leva per ripartire (Il Sole 24 Ore, ven, 22.08.2014)

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Messaggio Da Erasmus il Ven Ago 22, 2014 12:50 pm

Che può fare l'UE col suo miserabile budget dell'1% del PIL?
Ben poco!
Le politiche per  promuovere la ripresa hanno bisogno di investimenti in settori mirati.
Ma i governi degli stati-membri insistono nel tentativo di far credere che il problema sia risolubile in ambito nazionale ... contro ogni evidenza.

Il cancro europeo resta dunque la presunta sovranità nazionale.
I federalisti europei lo gridano da 70 anni.
Finalmente anche qualcuno che federalista non è riconosce che occorre una visione d'insieme e che per agire davvero l'UE ha bisogno di un budget adeguto e di essere autorevole al di sopra dei singoli governi.
Ma da come si muove il nostro governo pare che Renzi, europeista a parole, ma anche all'occorrenza sfrontatamente nazionalista, non abbia ancora imparato la lezione ...
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Da  "Il Sole 24 ore", venerdì 22 agosto 2014.
––> E' in Europa la leva per ripartire
––> http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2014-08-22/e-europa-leva-ripartire-063606.shtml?uuid=AB1NFNmB
Luigi Guiso

Questa primavera insegnando agli studenti di Mba dell'università di Northwestern ho fatto fatica a convincerli che la gestione americana della Grande recessione è stata un successo.

Negli Stati Uniti infatti è diffuso il sentimento che la crisi ha lasciato un'eredità permanente sul potenziale di crescita degli Stati Uniti valutato da Bob Hall dell'Università di Stanford in 13% del suo potenziale. Ma quando ho mostrato loro il confronto con la performance dei paesi dell'aera Euro e con quelli del sud Europa in particolare, non hanno impiegato molto a rivalutare le politiche messe in campo dai governi degli Stati Uniti. Pochi giorni fa il New York Times ha pubblicato un grafico di raffronto tra l'andamento del Pil negli Usa e in Italia durante la Grande Recessione. Lo scopo era mostrare agli americani che c'è qualcuno che, con la sua tripla recessione, sta molto peggio.

Se gli americani si sono con questo consolati, gli Italiani si sono depressi, salvo, almeno i governanti, trovare consolazione pochi giorni dopo quando i dati trimestrali hanno mostrato un cedimento del Pil anche in Germania. «Non c'è un caso Italia, è una questione europea» è stata la conclusione. Ma questa distinzione - quanto la stasi dell'Italia è un problema nazionale e quanto un problema europeo - non può essere liquidata sic et simpliciter perché è al centro dei nostri problemi e delle soluzioni per venirne a capo. Il confronto dell'evoluzione del Pil europeo (anche al netto dell'Italia) con quello degli Stati Uniti mostra che esiste una questione europea. Gli Stati Uniti recuperano il livello di reddito del 2008 già nel 2011. L'Europa anche senza l'Italia, recupererà verosimilmente il reddito del 2008 solo il prossimo anno: quattro anni più tardi degli Stati Uniti.

Ma c'è una questione italiana. Ancora oggi il Pil italiano è 8 punti sotto il livello del 2008. Secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale, il recupero del Pil del 2008, avverrà non prima del 2019, quattro anni più tardi del resto dell'Europa. Usando questa metrica l'Europa sta agli Stati Uniti come l'Italia sta all'Europa. 
Da dove originano queste differenze? In parte sono il risultato delle differenze nella crescita media già prima della crisi. Un paese che in media cresce più rapidamente (gli Usa) recuperano una caduta del Pil prima di uno che cresce meno (l'Europa e l'Italia). Ma in buona parte sono il riflesso delle diverse politiche adottate.

Gli Stati Uniti hanno reagito alla crisi in modo perentorio e su vari fronti: con una fortissima iniezione di liquidità da parte delle Fed prima e con le politiche di quantitative easing poi, assieme a una corposa espansione del budget federale. Hanno rapidamente ricapitalizzato le banche e fatto si che il mercato del credito recuperasse condizioni di normale funzionamento in tempi rapidi. Le autorità monetarie hanno capito che una crisi finanziaria lascia tracce persistenti e per questo non hanno mutato la stance, mantenendo tassi estremamente bassi fino ad oggi, nonostante il Pil ecceda il livello pre-crisi di quasi il 10% e la disoccupazione sia prossima al 6%. 
L'Europa ha reagito alla crisi in ordine sparso prigioniera dei vincoli che derivano dal suo imperfetto disegno istituzionale. La Bce, dopo aver offerto tanta liquidità all'inizio della crisi, non ha usato tutto il margine di riduzione dei tassi, contrariamente alla Fed. 
Ma i limiti delle istituzioni europee sono emersi nella loro drammaticità nella gestione della crisi greca e della sua estensione agli altri paesi dell'area dell'Euro.

La mancanza di un'autorità fiscale federale si è tradotta in timidezza e lentezza degli interventi consentendo alla crisi di propagarsi. Lo statuto della Bce (e le sue rigide interpretazioni) hanno impedito a quest'ultima di intervenire per sedare la crisi di panico, salvo farlo solo quando la crisi ha minacciato la ragion d'essere della stessa Banca centrale europea, l'esistenza dell'Euro. Le difficoltà cicliche di oggi e le differenze con gli Stati Uniti sono il riflesso di questi difetti nel disegno istituzionale. L'Europa non ha un budget federale da usare per gestire una recessione che attraversa l'area. Il budget europeo è di appena 958 miliardi su 7 anni. È dello stesso ordine di grandezza dell'incremento del budget deciso dall'amministrazione americana per affrontare la grande recessione. Pensare di fare leva su questo strumento per affrontare la crisi europea è come pretendere di grattare la schiena di un elefante con uno spazzolino da denti.

Senza un corposo bilancio federale europeo è difficile disegnare una politica di rilancio della domanda; senza un bilancio federale europeo alcune delle proposte avanzate in questi giorni (finanziamento monetario di un programma di spesa pubblica, o di riduzione generalizzata delle imposte) sono di difficilissima implementazione. Senza un bilancio federale europeo manca un'autorità che guardi all'economia dell'area nel suo complesso. E senza questa l'Europa continuerà ad essere bloccata nell'inazione dei suoi infiniti tira molla.
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Messaggio Da animalo il Mer Ago 27, 2014 9:15 am

Interessante e parzialmente vero.
Parzialmente perchè troppi aspetti del confronto sono dimenticati, come ad esempio il "dispotismo idraulico" esercitato da mezzo secolo da parte dello usa sul flusso della moneta; questo dispotismo permette allo usa di stampare in tre anni una quantità di denaro (tramite i quantitative easing) superiore all'intero debito pubblico italiano senza influenzare minimamente i rapporti di cambio della loro moneta.
E' vero che il cancro della ue è la disperata necessità dei singoli governi di riaffermare la loro (dei governi) sovranità nazionale ma, ovviamente, il discorso si allarga: ogni organismo, vegetale animale od umano, tende istintivamente alla sopravvivenza e, di nuovo ovviamente, se i singoli governi cedessero sulla loro sovranità cadrebbe automaticamente il significato della loro esistenza (e spiegatemi se ne siete in grado chi è disposto a suicidarsi per il bene degli altri).

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Messaggio Da afam il Mer Ago 27, 2014 8:52 pm

Interessantissimo quello che avete scritto. Grazie! E' in Europa la leva per ripartire (Il Sole 24 Ore, ven, 22.08.2014) 1326021764

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Messaggio Da Epoch il Gio Ago 28, 2014 10:05 pm

Mah...
A me viene sempre più voglia di espatriare, magari in Provenza.
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Messaggio Da ART- il Dom Ago 31, 2014 4:34 pm

animalo ha scritto:
E' vero che il cancro della ue è la disperata necessità dei singoli governi di riaffermare la loro (dei governi) sovranità nazionale ma, ovviamente, il discorso si allarga: ogni organismo, vegetale animale od umano, tende istintivamente alla sopravvivenza e, di nuovo ovviamente, se i singoli governi cedessero sulla loro sovranità cadrebbe automaticamente il significato della loro esistenza (e spiegatemi se ne siete in grado chi è disposto a suicidarsi per il bene degli altri).

E' nella frase fra parentesi l'errore del tuo ragionamento.

Ogni organismo tende alla sopravvivenza ma l'unico modo per l'Europa di sopravvivere è unirsi. Il problema che abbiamo noi è proprio questo: pensando istintivamente di fare tutto quanto possono per sopravvivere i governi attuano quello che in realtà è il loro stesso suicidio (non parliamo di teorie, non è certo la prima volta nella storia). Diventando stati federati, parte di un nuovo organismo comune, sarebbero invece destinati a sopravvivere anche se in una forma diversa da prima.
La paura del cambiamento, dell'evoluzione, è questa la nostra disgrazia.
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Messaggio Da afam il Dom Ago 31, 2014 8:54 pm

Hai perfettamente ragione, Art! E' in Europa la leva per ripartire (Il Sole 24 Ore, ven, 22.08.2014) 1326021764

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Messaggio Da Erasmus il Lun Set 01, 2014 1:03 am

Epoch ha scritto:Mah...
A me viene sempre più voglia di espatriare, magari in Provenza.
Perché proprio in Provenza?  E' in Europa la leva per ripartire (Il Sole 24 Ore, ven, 22.08.2014) 3288108709
Guarda che la "recessione" comincia a far male seriamente anche alla Francia, in barba alle demagogiche promesse di Hollande (non mantenute  ... per l'impossibilità effettiva di essere mantenute!) il quale, in campagna elettorale, per battere Sarkozy quasi quasi lo superava nel dire che la "sovranità francese" non si tocca!

Leggi un po' qua:
French government in turmoil over economic policies - 26/08/2014 07:51:49
----------------------------------------------------------------------------
The French PM has tendered the resignation of his cabinet to quell internal 
criticism of what is being seen as German-imposed austerity.


http://euobserver.com/political/125341

E dà pure un'occhiata agli articoli "RELATED" (i cui link stanno in testa e in calce all'articolo qui linkato)

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Messaggio Da animalo il Gio Set 04, 2014 10:12 am

Riscontro che, anche grazie alle notizie diffuse da giornalisti ed opinionisti, la situazione economica francese è spesso ritenuta, a torto, uguale se non simile a quella italiana.
Qualche dato per sottolineare le differenze:
- negli ultimi venti anni l'italia ha pagato 1.650 miliardi di interessi sul debito pubblico, pari al 6% del pil; la francia ha pagato 850 miliardi pari al 2,6% del pil.
- il differenziale del rapporto debito/pil tra italia e francia è di 40 punti, a sfavore dell'italia ovviamente.
- le serie storiche dell'andamento del pil dal 2000 in poi dimostrano che nelle fasi di crescita il pil francese è cresciuto del doppio di quello italiano, nelle recessioni il pil francese è diminuito della metà di quello italiano.
- nel 2013 in italia sono state costruite poco più di 400.000 autovetture, mentre in francia ne sono state costruite 1.710.000.
- benchè le percentuali relative alla disoccupazione sembrino simili in francia non esistono istituti come cig e la mobilità che permettono all'italia di "occultare" numeri enormi di lavoratori inattivi per anni, anche 7 od 8, che non figurano tra i disoccupati.
- la più grande multinazionale europea ne campo del software, Amadeus, ha la testa in francia (per la precisione metà a parigi e metà in provenza).
- Thales, la multinazionale che opera anche nel settore della difesa, ha la testa in francia.
- Areva, la più grande società europea nel campo dei reattori nucleari, è francese.

Non mi stupisco comunque per la faciloneria con cui in italia si affrontano certi problemi: un tizio, tal Ignazi piero, che si definisce o è definito un politologo, mette sullo stesso piano, vuoi per ignoranza, vuoi per la pigrizia mentale di informarsi, vuoi per mistificare, la lega lumbard ed il font national.

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Messaggio Da Erasmus il Gio Set 04, 2014 1:39 pm

Circa il confronto tra situazione francese e situazione italiana (al di là del singolo specifico dato) sono d'accordo con te, animalo.

Non intendevo dire che le situazioni italiana e francese sono equivalenti.
Intendevo, invece, precisare che la crisi si fa sentire "anche in Francia".
[E ricordare pure quanto imprudenti e velleitarie – motivate da spicciola demagogia, e quindi con una buona dose di malafede – fossero le promesse di Hollande in campagna elettorale presidenziale].

Insisto sul messaggio di fondo che vorrei giungesse ai lettori (in accordo anche con i miei ultimi interventi).
• La crisi è globale. Ovviamente, quando c'è una epidemia, si ammalano prima, più numerosamente e più gravemente i più deboli. Fuori della parabola:  gli effetti della "crisi globale" sono più perniciosi per i paesi ad economia e sistema politico più gracili (ed il sistema politico è spesso gracile più per inettitudine e corruzione che per altro); segnatamente: Grecia, Italia, Portogallo, Spagna e Irlanda. Ciò non toglie che le cause ultime siano nella "crisi globale"; e quindi che, alla lunga, l'epidemia colpisca anche i meno deboli (ossia: Francia e, alla fin fine, anche Germania e paesi nordici).
• Insisto nel valutare risibili i tentativi [da parte dei singoli governi dei paesi-membri dell'UE] di "governare la crisi" (e quindi di ovviare ai suoi effetti perniciosi) a livello nazionale. Ormai – come dicevo altrove – da una miriade di fonti (non sospette di essere a priori "partigiane" del federalismo europeo) viene la considerazione che in UE (ed in particolare in Eurozona) la "crisi globale" va affrontata dall'UE (o almeno dall'Eurozona) a livello unitario: cosa impossibile però se non si opera il salto di qualità da "Europa confederale" (con la pretesa di sovranità garantita per ciascun membro, e quindi con la ricerca di politica comune solo volontaria) a "Europa federale" (con la cessione definitiva delle competenze inefficaci a livello nazionale ed efficaci invece a livello federale, come – per esempio – strategie macro-economiche, politica estera, difesa e sicurezza). 
Voglio dire: l'esigenza eternamente strombazzata che «l'Europa parli con una voce sola» sarà soddisfatta solo se, effettivamente, l'UE avrà una sola bocca, ossia non avrà altra possibilità che parlare a livello federale. Ovviamente, per arrivare a ciò occorre riformare in profondità (adeguatamente!) le istituzioni comunitarie.

Ciao, ciao a tutti
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