Le rimembranze di un vecchio.

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Messaggio Da animalo il Sab Ago 02, 2014 7:23 am

Su "La Stampa" di oggi, sotto il titolo "1943-2013. La generazione perfetta compie settant'anni", vi sono le considerazioni di un noto cattedratico, Monssù Deaglio.
Il tutto è scritto con stile piacevole e risulterà godibile per i vecchi (forse qualcuno con maggior dimestichezza con le regole grammaticali di internet vorrà inserire il rimando), ma d'altronde avrà il sapore del pane muffito per i giovani.
La prima cosa che salta agli occhi è l'estremo provincialismo dell'italiano, anche se appartenente alle classi colte: l'autore definisce infatti la 600 fiat come la prima utilitaria al mondo, mentre è ben noto che la palma della prima utilitaria europea se la spartiscono la vw, che allora era un modello di auto e non una marca, e la citroen 2CV.
Al di là del provincialismo colpisce la conclusione di questi ricordi:
"Per i settantenni l'impressione è di essere gli ultimi di un mondo; siamo, in una certa misura, dei sopravvissuti".

Povero umano, con una visuale così miope da non rendersi conto che la storia è un continuo mutamento, un adattamento ai cambiamenti dei vari fattori che influenzano, direttamente o indirettamente, la società umana.

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Messaggio Da tessa il Sab Ago 02, 2014 8:59 pm

La Storia "dovrebbe" essere un continuo adattamento ai cambiamenti che influenzano la societa' umana, ma in realta' non è cosi', adattarsi è difficilissimo, per cio' serve intelligenza, flessibilita', è meglio irrigidirsi e rimanere ancorati a sè stessi.
Ciao
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Messaggio Da Verci il Dom Ago 03, 2014 1:13 pm

I settantenni contemporanei, come del resto tutte le generazioni di meno giovani che li hanno preceduti, sono i testimoni di un tempo che hanno vissuto e che oggi possono trovare inevitabilmente (o irrimediabilmente, dipende dal punto di vista) così trasformato da non potercisi più identificare.

Eppure è difficile ritenere che, nella loro vita, non ci siano comunque stati dei cambiamenti e il progresso non possa non aver inciso - anche in misura minima - sulle abitudini, sul modo di pensare e di considerare la società, le mode, la politica, i problemi di tutti i giorni e quant'altro si voglia aggiungere.

Sicuramente in molti ci può essere la paura del cambiamento rispetto ai valori che hanno caratterizzato la propria generazione e, più ancor di questa, la propria esistenza. Ci si può sentire psicologicamente più sicuri rimanendo ancorati ai ricordi e ai valori del passato, divenuti regola immutabile,  piuttosto che accettare pedissequamente i cambiamenti proposti dal sistema.

Possiamo compatire questo modo di pensare? Credo francamente di no. In età giovanile si formano le certezze e la coscienza di cui i ragazzi e i giovani adulti hanno bisogno per identificarsi in valori riconoscibili. Il cambiamento di quelle stesse posizioni nei lustri successivi diventa sempre più difficile e richiede capacità critiche e, soprattutto, di autocritica (che termine desueto  Le rimembranze di un vecchio. 1326021764 ) che può risultare tanto difficile nell’applicazione quanto scomodo rispetto alle certezze acquisite.

Il cambiamento di idee od opinioni, soprattutto sulle questioni più pregnanti, può talora essere visto come la rappresentazione di una propria sconfitta. Da un’ottica diversa potrebbe essere invece considerato come un punto di arrivo temporaneo di un percorso che terminerà solo con la morte, ma non per questo da ritenere concluso.
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Messaggio Da animalo il Dom Ago 03, 2014 2:33 pm

Signor Verci, considero la prima parte del'ultima frase,anche se questa opinione può essere irrilevante, come la degna epitome di un essere senziente; la seconda parte è opinabile, in quanto soggettiva.

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Messaggio Da Verci il Lun Ago 04, 2014 8:03 pm

Allego il link all'articolo citato da Animalo. 

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