Integrazione: cosa significa per voi?

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Messaggio Da animalo il Ven Ago 23, 2013 10:53 am

E' una parola molto amata dai sinistri e potrebbe essere interessante esaminare le diverse opinioni sull'argomento.
ps. il voi non è utilizzato secondo il significato fascista, e quindi la sola risposta del buon vergi non è sufficiente.

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Messaggio Da animalo il Ven Ago 23, 2013 10:58 am

errata corrige: porgo le mie scuse per l'errata digitazione del nome.

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Messaggio Da Verci il Ven Ago 23, 2013 9:29 pm

Il significato di integrazione? Preferisco sempre partire da un concetto, quello di assimilazione, che per qualcuno è sinonimo di integrazione. Anzi, di più, rappresenta la forma perfetta del concetto di integrazione.

Assimilabile, ad esempio, è l'immigrato sudamericano con antenati di origine italiana, cattolico praticante o, comunque, tollerante nei confronti della religione cattolica, che bene si adatta ai nostri costumi e alle nostre tradizioni perchè le sente come proprie, a motivo dell'origine italiana degli antenati.

Va da sè che nella persona assimilata devono esser presenti gli altri criteri comuni al concetto di integrazione, ovvero: avere un lavoro, rispettare le nostre leggi, pagare le tasse, partecipare alla vita comunitaria e così via.

A questi punto ci si potrebbe domandare quale tipologia di immigrati sia più integrata, tenendo conto dei semplici criteri prima enunciati. Ci accorgeremmo che esiste un elemento, comune a più etnìe, che incide negativamente sulla piena integrazione. Questo elemento è costituito dalla tendenza a costituire gruppo sociale a sè stante, spesso avulso dal contesto comunitario. Classico esempio, quello degli immigrati cinesi o senegalesi, anche se in realtà un po' tutte le etnìe - almeno all'origine - tendono a proporre usanze, abitudini e rapporti sociali propri dei Paesi di provenienza.

I veri integrati diventano gli immigrati di seconda e terza generazione, che hanno fin da piccoli iniziato a frequentare le nostre scuole, imparare la lingua italiana, coltivare amicizie e sviluppare il senso di appartenenza ad un gruppo eterogeneo. Ad esempio praticando attività sportiva (basket, calcio, ecc.). Integrandosi poi attivamente, attraverso il lavoro, la famiglia e l'acquisizione dei diritti politici, nel contesto del tessuto sociale.

Inutile aggiungere, a questo punto, che la figura dell'immigrato integrato coincide quasi sempre con l'immigrato regolare, così come identificato dalle leggi immigratorie in vigore.
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Messaggio Da animalo il Lun Set 02, 2013 10:34 am

(confido nella comprensione per il ritardo, visto che sto organizzando la mia di migrazione)
"Integrazione" è ovviamente un concetto opinabile, una variabile difficile da definire secondo le singole persone. Mi piace collegarlo strettamente a "cittadinanza", che non dovrebbe essere data o concessa ma riconosciuta. Quindi NO allo jus soli, NO allo jus sanguinis.
Ai minori che hanno frequentato il corso obbligatorio degli studi la cittadinanza dovrebbe essere automaticamente riconosciuta.
Ma d'altra parte a fronte del riconoscimento della cittadinanza deve sussistere il suo disconoscimento.
Una guerra è stata innescata da "no taxation without representation"; logica impone che sia valido anche il reciproco. Ad esempio dopo cinque anni registrati di residenza all'estero senza aver mai pagato imposte allo stato si dovrebbe perdere il diritto di voto.
Restringerei molto il concetto di integrazione: accettazione delle leggi dello stato e conoscenza della lingua parlata e scritta. La cittadinanza potrebbe essere concessa dopo un periodo di cinque anni durante i quali lo straniero ha dimostrato, attraverso la denuncia dei redditi, di essere in grado di mantenersi.
Considerati i cambiamenti in atto nella società occidentale e i principi fondamentali che dovrebbero ispirare uno stato NON confessionale la tua opinione mi sembra un po' provinciale.
(ovviamente, per motivi organizzativi non è accettabile che i seguaci di una religione non lavorino il sabato, altri il venerdì o magari il lunedì: nelle società occidentali la domenica ha ormai perso in larghissima misura il significato religioso).

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Messaggio Da Verci il Gio Set 05, 2013 7:29 am

lo-anima ha scritto:........Considerati i cambiamenti in atto nella società occidentale e i principi fondamentali che dovrebbero ispirare uno stato NON confessionale la tua opinione mi sembra un po' provinciale.
(ovviamente, per motivi organizzativi non è accettabile che i seguaci di una religione non lavorino il sabato, altri il venerdì o magari il lunedì: nelle società occidentali la domenica ha ormai perso in larghissima misura il significato religioso).
Siamo d'accordo sul fatto che lo Stato non sia confessionale e che, magari, dovrebbe tutelare in egual misura la professione di tutte le religioni, come afferma la Costituzione. Tuttavia sappiamo benissimo entrambi che non è così, visti i rapporti che legano Vaticano e Italia attraverso il Concordato, l'insegnamento della religione cattolica dalla scuola materna fino all'ultima classe delle superiori, la nomina degli insegnanti di religione da parte del vescovo, i crocifissi obbligatori nelle aule scolastiche e giudiziarie, e così via. 

L'assimilazione a cui facevo riferimento con tanto di esempio, rappresenta - in un concetto astratto - l'integrazione completa e sebbene l'elemento religioso non ne costituisca l'elemento fondamentale, sicuramente ne è una componente principale. Tuttavia non è da solo sufficiente, come è provato dal fatto che le colf filippine (in gran parte di religione cattolica)di fatto non sono assimilabili a motivo del loro costituire un gruppo chiuso, in cui i rapporti fra connazionali sono quasi esclusivi. Naturalmente vale anche qui il discorso generazionale esposto in precedenza. 

Sull'inaccettabilità del lavoro in determinate giornate rispetto alla fede professata, ricordo - ad esempio - che i nostri connazionali di religione ebraica hanno diritto al riposo sabatico, alternativamente a quello domenicale. Per il resto, laddove le esigenze di servizio lo richiedano indifferibilmente, non c'è sabato, domenica o venerdì che tenga.
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