3. Carmen saeculare di Orazio. Commento e fine

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Messaggio Da tessa il Lun Giu 09, 2014 9:42 pm

A Roma, che amo da morire.


                                                               "Teque adeo decus hoc aevi, te consule inibit
                                                           Pollio et incipient magni procedere menses"...
                                                                      
                                                                             Virgilio,ecloga IV, vv11-12

Orazio compose per il princeps Augustus il Carmen saeculare,il carme ufficiale della festa,  da recitarsi a conclusione dei Ludi saeculares.

Metrica originale : Saffico minore endecasillabo.

Voglio far notare come questo grande poeta cosi' riflessivo ed equilibrato abbia prediletto i metri di poeti tanto piu' immediati ed impulsivi come i grandi poeti di Lesbo, e Orazio  pur disprezzando i neoteroi e l'eredità alessandrina ha riprodotto con eleganza la grande poesia melica dell'età classica.

IL Carmen saeculare è un inno in 19 strofe saffiche che fu cantato da un coro di 27 fanciulli e 27 fanciulle:

la notte del 31 marzo in Campo Marzio
il 1° giugno in Campidoglio
il 2 giugno in Campidoglio
il 3 giugno sul  Palatino e in Campidoglio 

L'inno ha uno stile solenne con invocazioni ad Apollo, a Diana, a Ilizia, alle Parche e alla Terra.
Il componimento termina con l'encomio ad Augusto, considerato discendente di Venere. Si celebra la potenza di Roma sul mondo, si augura che essa non possa mai morire. E' una preghiera perfetta, apoteosi della cultura pagana e il culmine stilistico piu alto della poesia di Orazio.
Immagino i 27 fanciulli e le 27 fanciulle con tuniche bianche drappeggiate come i pepli delle kore, e chiedo all'esperto come fossero coronati questi fanciulli, consultando i sacri testi e codici vari non ho trovato nulla in materia. Forse erano coronati di viole perchè l'inno è scritto in metro saffico e l'ardente e nobile cavaliere di Lesbo, Alceo, che si rammaricava di aver dovuto abbandonare il suo scudo in battaglia (contrariamente ad Archiloco che l'aveva abbandonato , ma non se ne curava piu' di tanto), e che si batteva per il suo partito contro i vari "tiranni" che volevano spadroneggiare nell'isola, quali Mirsilo, Pittaco, etc cosi' ci descrive Saffo in un celebre frammento:

" O coronata di viole, divina, dolce, ridente Saffo"

Regalità : corona di viole
Sacralità :divina
Tenerezza : dolce
Gioventu', vita, nostalgia, : ridente

Presuppongo che forse i fanciulli fossero coronati di viole, in tutti i modi attendo il parere dell'esperto, ma essendo un inno dedicato a Venere ed essendo il mirto la pianta sacra a Venere, forse i fanciulli avevano corone di mirto.

Riporto qui la terza strofe dell'inno:

Metrica originale : saffico minore endecasillabo.

 Alme Sol, curru nitido diem qui
promis et celas aliusque et idem
nasceris, possit nihil urbe Roma
visere maius!

Traduzione:

O Sole divino che dai la vita, che col carro lucente
mostri e celi il giorno e che vecchio e
nuovo risorgi,
possa tu mai vedere nulla
piu' grande della città di Roma.


Qui termina il mio commento al Carmen di Orazio.

Essendo innamorata di Roma aggiungo questi celebri versi:

Quanto sei bella Roma quann'è sera
Quando la luna se specchia dentro ar fontanone
E le coppiette se ne vanno via
Quanto sei bella Roma quando piove.

Quanto sei bella Roma quann'è er tramonto,
Quando l'arancia rosseggia ancora sui sette colli
E le finestre  so' tanti occhi
Che te sembrano di' : quanto sei bella;
........

Vedo la maestà der Colosseo,
Vedo la santità der Cuppolone,
E sò piu' vivo, e sò piu' bono, no, nun te lasso mai,
Roma capoccia der monno infame
Roma capoccia der monno infame.


     FINE
tessa
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