Blackfish: dalla parte dell’orca che ha ucciso

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Messaggio Da Verci il Sab Ago 10, 2013 10:07 am


Catturato al largo delle coste islandesi quando aveva appena tre anni nel novembre 1983, Tilikum pesa cinque tonnellate e mezzo, è lungo quasi sette metri ed è la più grande orca marina che viva in cattività. Nel corso della sua lunga prigionia ha causato la morte di tre persone, e la sua storia è ora un film che mette a nudo l’intollerabile realtà di acquari e circhi acquatici. 

Blackfish della documentarista Gabriela Cowperthwaite, selezionato all’ultimo Sundance Film Festival e appena uscito negli USA, ha colpito al cuore spettatori e critici. Ricostruendo, come un’indagine, la vicenda di Tilikum, il film documenta la mostruosità di prigionia e addestramenti, propone le spietate immagini della cattura in acque aperte di piccoli cetacei dinnanzi alle madri che gridano disperate. A detta di alcuni studiosi, questi animali hanno sfere e profondità emotive assenti nell’uomo. Vivono in gruppi familiari unitissimi, che si spostano come tribù nomadi.
Certo è che Tilikum, pur possente nel corpo e nella voce, preso assieme a due femmine poi morte, ha trascorso i primi anni di reclusione in uno zoo marino canadese assieme a un’altra coppia di orche. A lungo, trovandosi in fondo alla gerarchia sociale, ha subito pesanti attacchi e ferite dalle sue compagne di acquario: comportamenti esacerbati dallo stress e che in libertà non recano alcuna conseguenza, poiché si è liberi di allontanarsi recuperando le giuste distanze.

La prima volta che Tilikum – ovviamente soprannominato dai media “orca killer”-  uccide, è nel 1991. Le sue compagne Haida II and Nootka IV sono gravide, ma nessuno se n’è accorto. L’addestratrice Keltie Byrne entra in acqua benché nella struttura Sealand of the Pacific, in seguito chiusa, nessuno abbia mai nuotato con le orche. Sono le femmine ad attaccare la donna e Tilikum partecipa. Nel gennaio 1992 Tilikum viene trasferito in Florida, negli USA, al SeaWorld Orlando. Qui, nel 1999, il corpo di un visitatore di ventisette anni viene ritrovato nella sua vasca: il giovane vi si è introdotto di nascosto, nottetempo, e l’orca ha reagito. Ma è nel 2010 che Tilikum diventa tristemente famoso. Al termine di uno spettacolo massacra in pubblico e con deliberata furia l’esperta addestratrice Dawn Brancheau.

Benché la società che gestisce SeaWorld abbia rifiutato di farsi intervistare dalla Cowperthwaite – salvo poi, uscito il film, rivendicare l’utilizzo, da anni, di orche nate in cattività – Blackfish raccoglie le testimonianze di scienziati, esperti, operatori del settore, addestratori e inservienti non di rado pentiti. Stritolati a loro volta dall’industria miliardarie dei parchi marini, capace di sacrificare, assieme ai più elementari diritti degli animali, la sicurezza delle persone.

“Spesso aziende e addestratori, a modo loro, sono in buona fede. Ritengono di amare i cetacei e ne sono ricambiati: questi animali non hanno altra opportunità di scambio” osserva la regista. “Nessuno però si domanda se le orche siano d’accordo a vivere prigioniere in una vasca, a saltare e scuotere la testa a comando. I progetti umani non possono sostituirsi alla vita naturale e libera di altri individui, ed è certamente ora che questa sorta di esperimento abbia fine”.
Per la liberazione di Tilikum, che ha ripreso a esibirsi suscitando curiosità morbosa che incrementa gli affari del SeaWorld (lecito immaginare che sull’orca vengano messe in pratica azioni dissuasive affinché non si verifichino nuovi incidenti) un gruppo animalista ha lanciato una raccolta firme. Intanto che la critica anglosassone ha accolto il film con emozione, concorde nel definire i parchi acquatici di tutto il mondo ormai ingiustificabili.



 
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