La Germania ha decretato la fine dell'Unione Europea.

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Messaggio Da Aginulfo il Sab Mar 15, 2014 7:48 am

Riporto da altro forum un articolo tanto interessante quanto catastrofico. Mi interessa conoscere il parere di Erasmus e di altri europeisti convinti sui contenuti. Grazie.

Partecipando alla Conferenza “La crisi infinita. Exit strategy a confronto” oggi alla Camera dei Deputati, Lidia Undiemi ha sostenuto come la Germania di fatto ha già decretato la fine dell'Unione Europea: “gli ultimi provvedimenti non sono stati fatti tramite il diritto comunitario, ma attraverso trattati internazionali intergovernativi”, ha sostenuto l'economista.
L'Ue è cambiata, ha proseguito Lidia Undiemi. Dal paradigma della crescita e delle liberalizzazioni, infatti, dal 2008 si è assistito ad una metamorfosi di un'idea d'Europa di gestione della crisi. I trattati prevedevano solo con l'art. 122 del TFUE un intervento, in caso di straordinaria eccezionalità, la possibilità di aiuti di Consiglio e Commissione. Gli Stati non dovevano essere aiuati secondo la logica dell'Ue. 
In questo quadro giuridico di riferimento, nel momento di crisi sono state create delle strutture giuridiche parallele in cui lo Stato ha un doppio ruolo. Il Mes – erroneamente definito  anche fondo salva Stati – è stato istituito attraverso una modifica dell'art.136 del TFUE che ha permesso la creazione di un meccanismo di stabilità permanente della zona euro. Ed ha un valore politico enorme come meccasnimo di risoluzione della crisi. Si tratta di un'organizzazione finanziaria internazionale con una struttura molto simile al Fmi. 
Quale scopo e funzione ha e avrà? Secondo Lidia Undiemi gestire le crisi e attraverso l'erogazione di stati in difficoltà dettare la politica economica dei vari paesi attraverso le rigorsose “condizionalità”. In cambio di aiuti economici, queste organizzazioni internazionali - dominate dalla Germania - impongono l'agenda politica e quindi il passaggio fondamentale politico da comprendere è questo: il Parlamento e le parti sociali hanno come punto di riferimento non l'Ue ma queste organizzazioni internazionali, dove partecipano gli stati della zona euro in modo non paritario ma in base ai fondi versati, con la Germania che ha il maggior peso all'interno.
Attraverso questa nuova governance economica, i rischi per la democrazia dei paesi membri sono enormi. Emblematico il prelievo forzoso nel caso di Cipro avvenuto nell'ambito di una contrattazione di un aiuto da 10 miliardi di euro al paese. L'assistenza al governo è stata inviata il 25 giugno, diversi mesi prima che il Mes si esprimesse, perchè si attendeva il giudizio del Parlamento di Nicosia sul prelievo forzoso che non l'aveva garantito, anzi aveva votato contro. Si sono poi scatenati i mercati e la Bce e alla fine l'organo sovrano di Nicosia ha ceduto. In Grecia recentemente l'interruzione dei negoziati da parte della troika è avvenuto perchè Samaras non ha rispettato tutti i 135 punti che aveva indicato. Non è una lotta semplicemente tra stato e mercato, afferma Lidia Undiemi, ma vi è una nuova governance sovranzionale pubblica che non persegue interessi delle popolazione ma di grandi corporazioni finanziarie. 
Non dobbiamo pensare che le stesse cose non possano accadere in Italia. Nasce un braccio di ferro tra stati e mercati – la quota di 500 miliardi di euro erogabili del Mes non possono far fronte in modo permanente e quindi partecipatori esterni privati entreranno nel salvataggio dei paesi. In tutto questo ambito, la Commssione e Bce hanno un ruolo di mero supporto: se il consiglio dei governatori decide il prestito loro fanno da portacarte per negoziare le “condizionalità”.
Il Parlamento nazionale, conclude Lidia Undiemi, ha oggi un ruolo fondamentale: rispetto al Fmi che detta la modifica dell'art.18 e l'Ue che impone la politica economica, l'organo sovrano nazionale e le parti sociali devono comprendere come gli interlocutori – questa nuova governance internazionale – sono cambiati e le rivendicazioni devono essere fatte a loro.

http://www.ilnord.it/c-2650_LA_GERMANIA_HA_DECRETATO_LA_FINE_DELLUNIONE_EUROPEA_HA_IMPOSTO_IL_POTERE_DI_COMMISSIONI_CONTRO_STATI_LIDIA_UNDIEMI

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Il coordinatore La Germania ha decretato la fine dell'Unione Europea. Erasmusname
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Messaggio Da Erasmus il Mer Mar 19, 2014 10:19 am

Aginulfo ha scritto:Riporto da altro forum un articolo tanto interessante quanto catastrofico. Mi interessa conoscere il parere di Erasmus e di altri europeisti convinti sui contenuti. Grazie.
E dove stanno gli "altri europeisti"?
Come vedi, il nostro "forumino" è pressoché deserto.
Perfino ART, federalista europeo indefettibile,  che una volta navigava in cerca di forum dove si  parlasse dell'Unione Europea per rintuzzare eventuali corbellerie sparse a piene mani da presunti euroscettici (spesso in buona fede, a volte per viscerale antieuropeismo congenito, ma altre volte in mala fede!)  si è stufato dei forum.

Quanto a me ... ormai sono invecchiato, mi è difficile tenermi aggiornato, mi pare che siamo ormai in una babele completa.
E poi – questa non è una novità! – non sono certo io l'esperto delle singole numerosissime cosette di questa Unione Europea che, così come continua ad evolversi, mi piace sempre meno.

Mi è difficile accontentarti, Aginulfo!
Questo articolo – secondo me – non vale niente.
Oddio: non è che – sempre secondo me – gli articoli che parlano di cose europee brillino generalmente per intelligenza politica.

Reputo abbastanza sterile continuare a disquisire su "questa" UE che è il frutto di un eterno compromesso che dura ormai da [quasi] cinquant'anni (cioè dalla caduta della CED, estate 1954).

Quello che i federalisti continuano a ripetere è arcinoto: senza un salto di qualità netto – ossia il passaggio dal sistema confederale a quello federale, con la creazione di una autentica nuova statualità – diciamo pure "Stati Uniti d'Europa", che inizialmente potrebbero essere costituiti da un solo nucleo si Srati-pionieri – l'UE si arrabatta di continuo nel "funzionalismo", inventandosi di volta in volta qualcosa per arginare nuove falle; ma sempre con lentezza, sempre con la tendenza al ribasso, sempre col metodo "intergovernativo" che poi non è altro che un insieme di mercanteggiamenti tra questo e quel governo. E naturalmente, fin che dura un tale sistema intergovernativo, il governo dello stato più forte mercanteggia meglio in suo favore e a scapito del più debole.
[Per esempio: nella stessa Germania i Länder più ricchi soccorrono quelli più poveri (e questo c'è già nella Costituzione tedesca); in USA, se uno stato va in crisi, il governo locale viene "commissariato" ma il debito passa a carico dell'Amministrazione Federale.
Qui, originariamente, (cioè: secondo i trattati), al di là di belle parole (come il "destino condiviso" dei popoli europei  richiamato in qualche "preambolo"), ciascuno stato si dovrebbe arrangiare. Ma poi, visto che la banca-rotta di uno stato nuocerebbe anche agli altri,  è stato inventato il MES (Meccanismo Europeo di Stabilità – che non assomiglia per niente al FMI, come invece dichiara esplicitamente la Undiemi)].

Ma si continua a girare attorno al vero problema! L'UE è un coacervo intergovernativo. Sono i leader dei singoli governi a decidere (e possono farlo solo all'unanimità sulle cose importanti, ossia: sulle cose importanti c'è ancora il diritto di veto). Allora: un certo anno i governi decidono in un certo modo. [Per esempio: l'accesso alla zona Euro è consentito agli stati con debito pubblico non superiore al 60% del PIL annuo, così prescrive il trattato di Maastricht]. Qualche anno dopo, altri governi (occasionali quanto i primi) decidono diversamente: e accettano l'Italia nell'Euro anche se ha un debito sovrano doppio del minimo consentito. L'accesso dell'Italia alla moneta comune è consentito col solenne impegno (dello Stato che gode di tale eccezione) di ridurre di anno in anno tale debito. Ma chi si impegna? Un governo ... che magari l'anno dopo è sostituito da un altro di colore opposto! 
– Sempre sull'esempio "Italia", mi par di ricordare che eravamo col primo governo Prodi o, forse, con quello D'Alema–.
Ma ecco che un successivo governo invece di ridurre il debito lo aumenta . E quel che è successo con i governi Berlusconi, ossia tranne il biennio con Padoa-Schioppa ministro delle Finanze, che si riprometteva di ridurre il sdebito con la lotta all'evasione fiscale ... e ci stava riuscendo se solo avesse potuto perdurare quel governo.

Visto che ci sono, vorrei anche ricordare che i trattati CEE e EURATOM sono scaduti, ma che questo è avvenuto proprio per continuità della crescita del sistema comunitario europeo. E' per questo che  la maggior parte delle regolamentazioni introdotte all'epoca della CEE è passata automaticamente all'UE. Quel TFUE al quale la Undiemi dà tanta importanza (come se fosse un trattato a sé stante) è, in fondo, un annesso al Trattato di Riforma (più noto come "Trattato di Lisbona"). Questo è sì entrato in vigore solo il 1° dicembre 2009: ma recepisce appunto gran parte dei trattati precedenti, e in modo specifico tutto quello che, stando prima nei trattati CEE ed EURATOM, è parso utile conservare (sempre ai governi nazionali – col loro peso in caso di votazione a maggioranza qualificata ... e in caso di mercanteggiamento preventivo!).

Insomma: citare articoli del TFUE come fossero "capestri" istituiti da poco quando il contenuto è in vigore magari da 30 anni e più mi pare  "disinformazione", benchè sottile (e io direi anche subdola, ... sempreché la Undiemi sia davvero competente in materia ... speriamo almeno più del povero cristo che è Erasmus).

Scusami Aginulfo se la mia risposta non è quella che ti aspettavi.

Ciao
Ciao a tutti
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Ultima modifica di Erasmus il Sab Mar 22, 2014 9:57 pm, modificato 1 volta

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Messaggio Da Aginulfo il Sab Mar 22, 2014 6:56 pm

Certo che, per le sigle l'UE non è seconda all'Italia. Mi sono guardato il significato di TFUE ed ho scoperto che significa "Trattato sul Funzionamento dell'Unione Europea". Non solo, ma che deriva dal "Trattato che istituisce l'Unione Europea", ovvero il TUE che è noto anche come "Trattato di Roma". Il MES è il Meccanismo Europeo di Stabilità, una specie di fondo salva-stati. leggo da qualche parte che l'obiettivo del MES è il seguente:

ARTICOLO 3 Obiettivo

L’obiettivo del MES è quello di mobilizzare risorse finanziarie e fornire un sostegno alla stabilità, secondo condizioni rigorose commisurate allo strumento di assistenza finanziaria scelto, a beneficio dei membri del MES che già si trovino o rischino di trovarsi in gravi problemi finanziari, se indispensabile per salvaguardare la stabilità finanziaria della zona euro nel suo complesso e quella dei suoi Stati membri. A questo scopo è conferito al MES il potere di raccogliere fondi con l’emissione di strumenti finanziari o la conclusione di intese o accordi finanziari o di altro tipo con i propri membri, istituzioni finanziarie o terzi.

Quello che la Undiemi rileva è che in questo modo i rischi per la democrazia dei paesi membri sono enormi. Anch'io ricordo ancora (e con molto stupore) la richiesta di prelievo forzoso dai conti correnti bancari di Cipro come condizione per ricevere un aiuto da 10 miliardi di euro dalla BCE. Se la stessa situazione dovesse presentarsi anche in Italia (anche se tutto sembra tranquillo come prima dello scatenarsi di una battaglia) succederebbe davvero la rivoluzione e la stessa UE rischierebbe di saltare.

C'è reale pericolo che ciò possa avvenire?

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Messaggio Da Condor il Dom Mar 23, 2014 8:37 pm

Aginulfo ha scritto:Certo che, per le sigle l'UE non è seconda all'Italia. Mi sono guardato il significato di TFUE ed ho scoperto che significa "Trattato sul Funzionamento dell'Unione Europea". Non solo, ma che deriva dal "Trattato che istituisce l'Unione Europea", ovvero il TUE che è noto anche come "Trattato di Roma". Il MES è il Meccanismo Europeo di Stabilità, una specie di fondo salva-stati. leggo da qualche parte che l'obiettivo del MES è il seguente:

ARTICOLO 3 Obiettivo

L’obiettivo del MES è quello di mobilizzare risorse finanziarie e fornire un sostegno alla stabilità, secondo condizioni rigorose commisurate allo strumento di assistenza finanziaria scelto, a beneficio dei membri del MES che già si trovino o rischino di trovarsi in gravi problemi finanziari, se indispensabile per salvaguardare la stabilità finanziaria della zona euro nel suo complesso e quella dei suoi Stati membri. A questo scopo è conferito al MES il potere di raccogliere fondi con l’emissione di strumenti finanziari o la conclusione di intese o accordi finanziari o di altro tipo con i propri membri, istituzioni finanziarie o terzi.

Quello che la Undiemi rileva è che in questo modo i rischi per la democrazia dei paesi membri sono enormi. Anch'io ricordo ancora (e con molto stupore) la richiesta di prelievo forzoso dai conti correnti bancari di Cipro come condizione per ricevere un aiuto da 10 miliardi di euro dalla BCE. Se la stessa situazione dovesse presentarsi anche in Italia (anche se tutto sembra tranquillo come prima dello scatenarsi di una battaglia) succederebbe davvero la rivoluzione e la stessa UE rischierebbe di saltare.

C'è reale pericolo che ciò possa avvenire?
Per quanto concerne il titolo del thread, ritengo che la Germania non abbia decretato alcuna fine dell'Unione Europea, ma se proprio ciò dovesse – con molta improbabilità – verificarsi, ritengo che la fine potrebbero averla decretata quei paesi che hanno ritenuto l'Unione Europea un balzello col quale ci si potesse concedere una perenne ricreazione; uno degli irresponsabili a pensare ciò è stato Romano Prodi.
Per il MES, io avrei utilizzato un'altra sigla: FME (Fondo Monetario Europeo), non solo per equipararlo al cugino FMI, ma soprattutto perché di Meccanismo di Stabilità, il MES, ne ha ben poco, anzi, al contrario, è una vera bomba ad orologeria per la stabilità della democrazia europea.
Diventa sempre più ricorrente il pensiero che a qualcuno in Europa la stabilità dei conti economici interessi più della tenuta della democrazia, e con ciò rispondo in modo affermativo alla tua domanda se ci sia reale pericolo di un prelievo forzoso sui conti di deposito bancario e di conseguenza un probabile innesco di rivoluzione, a mio avviso già programmata nelle alte sfere.
Il grande Albert Einstein asseriva che:
Il mondo è quel disastro che vedete, non tanto per i guai combinati dai malfattori, ma per l'inerzia dei giusti che se ne accorgono e stanno lì a guardare.
Se oggi l'Italia si trova nella situazione economica in cui versa, la colpa principale, a mio avviso, è della sinistra italiana in quanto rappresentata da uomini che già nel 1978 avevano profetizzato l'odierno disastro, ma poco hanno fatto per evitarlo, secondo il consolidato principio radicato negli uomini della sinistra italiana, del: tanto peggio tanto meglio.

Il profeta Napolitano nel 1978: "L'euro che vuole la Germania ci porterà alla rovina"


Read more: http://it.ibtimes.com/articles/47177/20130423/napolitano-euro.htm#ixzz2wof1E71D


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Messaggio Da ART- il Mar Mar 25, 2014 9:44 pm

...per chi si fosse dimenticato ricordiamo che il problema non è l'Euro ma il modo in cui è gestito: da una banca centrale con le mani legate da regolamenti insulsi approvati di comune accordo da stati sovrani, i quali stabiliscono anche come le istituzioni europee devono funzionare (compresi i famosi parametri di Maastricht e tutto il resto) e che si rifiutano per i loro presunti interessi nazionali di stabilire una politica economica e di bilancio europea comune, che faccia funzionare decentemente il sistema ed eviti veti incrociati e disastri. Giusto per ricordare che questa Europa che abbiamo oggi è proprio quella per cui ha lottato la Thatcher, quella divisa negli stati sovrani che pretendono di campare alla grande facendosi i cazzi loro a discapito di quelli della comunità.

Aginulfo ha scritto:
Quello che la Undiemi rileva è che in questo modo i rischi per la democrazia dei paesi membri sono enormi. Anch'io ricordo ancora (e con molto stupore) la richiesta di prelievo forzoso dai conti correnti bancari di Cipro come condizione per ricevere un aiuto da 10 miliardi di euro dalla BCE. Se la stessa situazione dovesse presentarsi anche in Italia (anche se tutto sembra tranquillo come prima dello scatenarsi di una battaglia) succederebbe davvero la rivoluzione e la stessa UE rischierebbe di saltare.

C'è reale pericolo che ciò possa avvenire?

No, in quanto non esiste nessuna istituzione che può costringere uno stato a fare prelievi forzosi sui conti correnti: al massimo la si può porre come condizione nell'ambito della gestione da mentecatti dell'Europa tipica dei gloriosi stati nazionali sovrani ma non certo imporla in base a trattati.

La Undiemi non capisce o finge di non capire un concetto fondamentale: il FMI, la BCE e l'UE non sono indefinite istituzioni in mano a chissà chi, ma fanno capo a soggetti che hanno "nomi e cognomi". Il FMI è una specie di "ONU economico" e il suo direttore viene messo in carica di comune accordo dai suoi stati membri, la BCE è un'istituzione comunitaria europea il cui governatore viene messo in carica di comune accordo dai capi di governo degli stati dell'unione monetaria, l'UE è una specie di confederazione governata dal Consiglio europeo, cioè dall'assemblea dei capi di governo dei suoi stati, che su tutte le questioni fondamentali decidono all'unanimità.

Quindi la sig.ra Undiemi, come molti altri, non sanno o si guardano volutamente dal far presente che il problema vero non è il MES o il "FME" o il CIP e CIOP ma come i capi di governo degli stati europei hanno intenzione di gestire l'UE: se hanno intenzione di mantenere l'assetto attuale sentiremo ancora parlare di CIP e CIOP, se invece capiranno che serve un cambiamento radicale del sistema allora le cose miglioreranno nettamente. Ma si sa che i capi di governo non sono tutti concordi sul da farsi e che spesso hanno le mani legate da interessi elettorali, presunti interessi nazionali, interessi dei cazzi loro personali o pressione di lobbies varie, quindi se vogliamo che qualcosa cambi siamo NOI che dobbiamo farci sentire. E non certo per pretendere la fine dell'Euro o qualche altra bestialità da malati di mente nazistalinisti ma per pretendere una RIFORMA RADICALE DEL SISTEMA POLITICO EUROPEO, in senso di unità politica vera e democratica.

Dobbiamo stamparci bene in mente questa frase: RIFORMA RADICALE DEL SISTEMA POLITICO EUROPEO, intendendoci bene sul fatto per RIFORMA RADICALE DEL SISTEMA POLITICO EUROPEO non s'intende certo quel regresso del sistema agli anni '30-'40 che ha in mente la feccia Le Peniana in giro per l'Europa.


Ultima modifica di ART- il Mar Mar 25, 2014 10:19 pm, modificato 1 volta (Motivazione : correzione ortografica)
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Messaggio Da afam il Mar Mar 25, 2014 10:08 pm

Perfettamente d'accordo, Art! La Germania ha decretato la fine dell'Unione Europea. 1326021764

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Messaggio Da ART- il Mer Mar 26, 2014 12:15 am

Condor ha scritto:
Il profeta Napolitano nel 1978: "L'euro che vuole la Germania ci porterà alla rovina"[/size]

Read more: http://it.ibtimes.com/articles/47177/20130423/napolitano-euro.htm#ixzz2wof1E71D

Dimenticavo di commentare questo articolo che cerca di creare un collegamento inesistente fra l'Euro e Napolitano nel 1978.
Napolitano infatti parlava delle sue opinioni sul costituendo SME, che non era certo un'unione monetaria e venne messo in piedi quando ancora non si sapeva in che periodo e neanche in quale forma precisa sarebbe stata effettivamente avviata la futura unione monetaria. Erano i tempi in cui l'Europa stava uscendo lentamente dallo sconquasso provocato dalla grande crisi del 1974-1975, che aveva portato al crollo del vecchio "serpente monetario europeo" e le valute europee nel caos, i tempi in cui la "cara vecchia lira" affogava nella spirale inflattiva fino a punte del 15-20%. Fino a che si dovette ricorrere a valuta d'emergenza improvvisata per dare i resti, come miniassegni, gettoni del telefono, francobolli, caramelle e scatole di cerini. La necessità di riprendersi facendo ripartire il processo d'integrazione europea era sentita anche nel campo dell'unione monetaria, dopo l'interruzione del programma del rapporto Werner del 1970 a causa della crisi.

L'articolo è (volutamente?) molto ambiguo: pur specificando che la situazione odierna non va bene, cosa di cui c'eravamo accorti anche senza citare Napolitano trent'anni fa, e che sarebbe una follia uscire dall'Euro sembra voler far passare per inconsapevoli eroici preconizzatori della situazione odierna gli "euroscettici" di oggi, che all'epoca in maggioranza non avevano neanche idea di cosa fosse la Comunità europea. Già da molto prima del 1978 gli "europeisti convinti", e Jean Monnet stesso, avvertivano che l'unione monetaria doveva essere per forza sorretta da un'unione politica o quantomeno una gestione comune dell'economia per funzionare come si deve. E la stessa cosa ripetevano nel 1999 (anno di nascita dell'Euro) e nel 2002 (anno della circolazione dell'Euro sotto forma del contante attuale) cioè l'anno in cui molti "euroscettici" che oggi fanno i sapientoni della serie "Ve-l'avevamo-detto-noi!" hanno scoperto che c'era un'unione monetaria in programma, pur non avendo ancora capito che l'Euro esisteva già da tre anni, e che la Comunità europea era qualcosina in più che un accenno al "mercato comune".

Un'ultima considerazione: avete notato di che date parliamo? 1970... 1974... 1978. Ma l'unione monetaria secondo il martellamento continuo di coglioni dei più autorevoli "euroscettici" detti anche "Ve-l'avevamo-detto-noi-che-l'Euro-ci-rovinava-e-BLABLABLA-CIUCIUCIU" non era stata inventata nel 1989 per imbrigliare la Germania? Mah...  scratch La Germania ha decretato la fine dell'Unione Europea. Icon_rolleyes
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Messaggio Da Condor il Mer Mar 26, 2014 4:04 am

ART- ha scritto:
Dimenticavo di commentare questo articolo che cerca di creare un collegamento inesistente fra l'Euro e Napolitano nel 1978...
 

di Giorgio Napolitano

Signor Presidente, onorevoli colleghi, siamo tutti consapevoli, credo, del significato e della difficoltà di questo dibattito. E’ in gioco una decisione  importante, rispetto alla quale i pareri sono discordi, mentre vengono alla luce modi diversi di concepire lo sviluppo della Comunità europea e di intendere la presenza e il ruolo dell’Italia in seno alla Comunità.
Ma, se c’è un paese in cui la discussione attorno a questi problemi, attorno ai problemi suscitati dalla proposta di accordo monetario europeo, avrebbe potuto svolgersi in termini del tutto obiettivi, senza essere alterata e deviata da contrapposizioni ideologiche e da manovre politiche, questo paese, onorevoli colleghi, è il nostro.
In Italia, infatti, tra i partiti democratici, tra le forze fondamentali della nostra società e nello spirito pubblico non circolano pregiudizi antieuropeistici; non operano né tradizioni di isolamento, più o meno splendido, dal resto dell’Europa, né presunzioni di grandezza nazionale. Le tendenze nazionalistiche, sfruttate ed esasperate dal fascismo, e quindi travolte nel suo disastro, non sono risorte, neppure come vaghe correnti di opinione, anche grazie alla linea cui si sono ispirate tutte le forze democratiche italiane.
Non è meno importante il fatto che, pur muovendo da posizioni diverse, tutte le forze politiche e sociali che si riconoscono nei valori della Costituzione, si siano via via riconosciute anche nei valori dell’europeismo democratico, liberati dalle distorsioni e dagli strumentalismi del periodo della guerra fredda; si siano riconosciute nel difficile sforzo di costruzione di un’Europa comunitaria realmente ancorata a principi di solidarietà, di progresso sociale, di cooperazione internazionale e di pace.
Che in questo sforzo si considerino pienamente impegnati tutta la sinistra e il movimento operaio – come dimostra la loro adesione senza riserve alla scelta dell’elezione diretta del Parlamento europeo – è un fatto che differenzia in non lieve misura la situazione italiana da quella inglese o francese. E’ un punto di forza per il nostro paese sul piano internazionale, un punto di forza che solo polemiche pretestuose ,ed irresponsabili possono oggi tendere ad oscurare.
Nello stesso tempo, non può non considerarsi una naturale manifestazione di vitalità democratica e di ricchezza politica e culturale la dialettica di posizioni che si esprime – nell’ambito di una comune scelta europeistica – tra diverse valutazioni dell’esperienza comunitaria e diverse concezioni dell’azione – da condurre in seno alla Comunità. La discussione attorno al progetto di sistema monetario europeo avrebbe dunque, onorevoli colleghi, potuto svolgersi in Italia in termini del tutto obiettivi. E così è stato, nel complesso, sino ad alcune settimane fa: nonostante le disparità di opinioni, si è discusso a lungo, e a più riprese, nel Parlamento e sulla stampa, tra i rappresentanti dei partiti di maggioranza ed il Governo, tra gli specialisti di ogni tendenza, all’interno del mondo economico e sindacale, entrando nel merito dei problemi, nel concreto delle proposte avanzate e delle loro implicazioni, della trattativa in corso e della linea da seguire in tale trattativa e dei risultati che via via si ottenevano.
Oggi, nella fase finale, sono affiorate e prevalse forzature di varia natura. Su di esse tornerò più avanti. Mi limito ora a rillevare che queste forzature sono venute da una parte sola, cioè da coloro che hanno premuto per l’ingresso immediato dell’Italia nel sistema monetario.
Il Presidente del Consiglio ha dato atto, nel suo discorso di ieri mattina che né prima né dopo il vertitce di Bruxelles sono state fatte verso il sistema monetario di cui stiamo discutendo eccezioni mosse da riserve europeiste o da contrarietà alla creazione di un sistema monetario come tale. Non si può, invece, negare ,che le pessioni in senso opposto le la scelta conclusiva siano state viziate da schemi e da calcoli che prescindevano da una valutazione obiettiva dei termini del problema.
Ma mi si permetta, onorevoli colleghi, signor Presidente, di ripartire dalla posizione assunta da noi comunisti di fronte al vertice di Brema, di fronte alle indicazioni scaturite nel luglio scorso da quella riunione dei capi di Governo della CEE. Guardammo allora con interesse ai propositi di rilancio del processo di integrazione e di maggiore solidarietà, per far fronte ad una crisi di portata mondiale, per accelerare lo sviluppo delle economie europe e combattere la disoccupazione e, insieme, ridurre l’inflazione. Non negamno l’esigenza di realizzare, a questo fine, anche una maggiore stabilità nei cambi, non esprimemmo alcuna pregiudiziale negativa nei confronti dell’idea di un nuovo sistema monetario europeo.
Ponemmo invece il problema della relazione tra uno sforzo inteso a conseguire una maggiore stabilità nei rapporti tra le monete e lo sforzo inteso ad avvicinare le situazioni e le politiche economiche e finanziarie dei paesi della Comunità in funzione di obiettivi chiari di crescita, di riequilibrio, di progresso sociale. Ponemmo in questo senso il problema delle condizioni in cui il nuovo sistema monetario europeo avrebbe potuto nascere come strumento valido e vitale, al quale l’Italia avrebbe potuto aderire fiin dall’iniizio.
E’ un fatto, signor Presidente del Consiglio, che quindi ci riconoscemmo nelle condizioni formulate dal Governo italiano e illustrate alla Camera dal ministro del tesoro nella seduta del 10 ottobre, e valutammo via via l’andamento del negoziato in rapporto a quelle condizioni. Su di esse sembrarono concordare tutti i partiti della maggioranza; ma mentre alcuni hanno poi finito per discostarsene nei loro giudizi, è ancora ad esse che noi ciriferiamo nel valutare le conclusioni raggiunte a Bruxelles e la decisione a cui ieri è pervenuto il Presidente del Consiglio.
Consideriamo non seria – mi si consenta di dirlo – la tendenza a liquidare come problema tecnico irrilevante quello di una attenta verifica dei contenuti della risoluzione di Bruxelles del 5 dicembre per valutarne la rispondenza alle concrete esigenze poste da parte italiana. Quello delle garanzie da conseguire affinché il nuovo sistema monetario possa avere successo, favorire un sostanziale riequilibrio all’interno della Comunità europea (e non sortire un effetto contrario), contribuire a una maggiore stabilità monetaria e ad un maggiore sviluppo su scala mondiale, è un rilevante problema politico.
Le esigenze poste da parte italiana non riflettevano solo il nostro interesse nazionale: la preoccupazione espressa dai nostri negoziatori fu innanzitutto quella di dar vita a un sistema realistico e duraturo, in quanto – cito parole e concetti del ministro del tesoro e del governatore della Banca d’Italia – “Un suo insuccesso comporterebbe gravi ripercussioni sul funzionamento del sistema monetario internazionale, sull’avvenire e sulle possibilità di avanzamento della costruzione economica europea e sulle condizioni dei singoli paesi”.
E come condizione perché il nuovo sistema risultasse realistico e duraturo si indicò uno sforzo volto a contemperare le esigenze di rigore che un sistema di cambi deve necessariamente avere con la realtà della Comunità, che presenta situazioni fortemente differenziate; e in modo particolare si sollecitò una flessibilità del sistema tale da accompagnare senza sussulti il cammino del rientro dell’Italia verso condizioni economiche generali e, più in particolare, verso condizioni di inflazione prossime a quelle dei paesi più forti.
Gli interessi della costruzione comunitaria e gli interessi dell’Italia si sono cioè presentati come strettamente intrecciati tra loro.
Ma, ciononostante, le condizioni poste da parte itaiiana sono state in notevole misura disattese, e i rischi paventati e indicati dai nostri negoziatori e da tanti osservatori obiettivi, da tanti studiosi ed esperti, rimangono sostanzialmente in piedi.
Ella, onorevole Andreotti, ha dato invece nel suo discorso di ieri un apprezzamento largamente positivo dei risultati ottenuti, e non ha parlato più dei rischi. Ma l’apprezzamento positivo, punto per punto, strideva, me lo consenta, con il suo stesso giudizio complessivo, secondo cui la riunione di Bruxelles ha solo in parte soddisfatto le aspettative, dando l’impressione che si dimensionassero sia la suggestiva cornice di Brema, sia taluni propositi di concreta solidarietà che erano apparsi realistici nella fase preparatoria.
Inoltre, mentre su alcuni punti è apparsa corretta la valorizzazione, che noi non contestiamo, dei risultati conseguiti (la possibilità per la lira di oscillare nella misura del 6 per cento anziché del 2,25 per cento; le disponibilità di quello che poi diventerà il Fondo monetario europeo; alcuni aspetti del funzionamento dei meccanismi di credito), nella sua esposizione, onorevole Andreotti, non sono stati però presentati nella loro effettiva e cruda realtà i punti più negativi delle conclusioni di Bruxelles.
Così, per quel che riguarda gli accordi di cambio in senso stretto, si è teso quasi a far credere che si sia ottenuta una equilibrata distribuzione degli oneri di aggiustamento o, come si dice, una simmetria degli obblighi di intervento, tra paesi a moneta forte e paesi a moneta debole, in caso di allontanamento dai tassi di cambio iniziali e di avvicinamento al margine estremo di oscillazione consentito.
Ma l’ulteriore alterazione nell’ultimo vertice di Bruxelles nella formula relativa a questo aspetto essenziale dell’accordo di cambio, quella sostituzione – che può apparire innocuamente bizantina dell’avverbio “eccezionalmente” con l’espressione “in presenza di circostanze speciali”, è stata solo la conferma di una sostanziale resistenza dei paesi a moneta più forte, della Repubblica federale di Germania, e in modo particolare della banca centrale tedesca, ad assumere impegni effettivi ed a sostenere oneri adeguati per un maggiore equilibrio tra gli andamenti delle monete e delle economie di paesi della Comunità.
E così venuto alla luce un equivoco di fondo, di cui le enunciazioni del consiglio di Brema sembravano promettere lo scioglimento in senso positivo e di cui, invece, l’accordo di Bruxelles ha ribadito la gravità: se cioè il nuovo sistema monetario debba contribuire a garantire un più intenso sviluppo dei paesi più deboli della Comunità, delle economie europee e dell’economia mondiale, o debba servire a garantire il paese a moneta più forte, ferma restando la politica non espansiva della Germania federale e spingendosi un paese come l’Italia alla deflazione.
E ben strano, mi si consenta, che di questo rischio, così presente nelle dichiarazioni del rappresentante del Governo il 10 ottobre alla Camera e il 26 ottobre al Senato, non si parli più nel momento in cui si propone l’adesione immediata, alle attuali condizioni, dell’Italia al sistema monetario europeo.
Non voglio ripetere le considerazioni già svolte puntualmente dal collega Spaventa sui motivi che giustificano e impongono un particolare sforzo del nostro paese per conseguire un più alto tasso di crescita, e sul rischio che invece i vincoli del sistema monetario, quale è stato congegnato, producano effetti opposti.
Ma desidero sottolineare che nulla ci è stato detto per confutare analisi come quella citata dal collega Spaventa secondo cui, di fronte ad una tendenza alla rapida svalutazione della lira rispetto al marco, che discende dallo scarto attualmente così forte tra tasso di inflazione italiano e tedesco, le regole dello SME ci possano portare ad intaccare le nostre riserve e a perdere di competitività, ovvero a richiedere di frequente una modifica del cambio, una svalutazione ufficiale e brusca della lira fino a trovarci nella necessità di adottare drastiche politiche restrittive. Il rischio è comunque quello di dissipare i risultati conseguiti negli ultimi due anni in materia di attivo della bilancia dei pagamenti e delle riserve, quei risultati di cui anche il cancelliere Schmidt, con un giudizio politicamente significativo, ha nei giorni scorsi messo in luce il valore. I1 rischio è quello di veder ristagnare la produzione, gli investimenti e l’occupazione invece di conseguire un più alto tasso di crescita; di vedere allontanarsi, invece di avvicinarsi, la soluzione dei problemi del Mezzogiorno.
Questi rischi erano tanto presenti al Governo e ai suoi rappresentanti nel negoziato per il sistema monetario che essi non solo avevano richiesto garanzie – in materia di accordi di cambio – ben più consistenti di quelle che si sono ottenute, ma avevano posto, come una delle condizioni non scambiabili con altre, quella del trasferimento di risorse e dalla revisione delle politiche comunitarie in funzione dello sviluppo delle, economie meno prospere.
Si disse che andava così compensata la più rigida disciplina economica, comunque implicita nel sistema monetario, e che occorreva procedere simultaneamente nelle diverse direzioni.
Mi pare che si tentasse di evitare che quella che il Presidente dal Consiglio ha ieri definito , restasse solo una cornice e per di più ridimensionata. Da questo punto di vista, le cose sono andate purtroppo nel modo più deludente – non è giusto nascondercelo – per i limiti posti sia all’ammontare dei nuovi prestiti disponibili per l’Italia e l’Irlanda, sia alla misura (non più dd 3 per cento) degli abbuoni di interesse, sia all’utilizzazione dei prestiti stessi, con l’esclusione di qualsiasi progetto per lo sviluppo industriale (per quel ci riguarda nel Mezzogiorno) e addirittura di qualsiasi progetto che alteri i termini della <>.
Il problema non era per altro solo questo, ma quello del concreto avvio alla revisione e allo sviluppo di determinate politiche comunitarie; anche se ovviamente nessuno si illudeva che tale revisione potesse essere conclusa entro il 4 o il 5 dicembre. Ma contano, a questo proposito, i segni negativi che si sono avuti.
Il primo vi è stato con il rifiuto francese di aumento del fondo regionale; rifiuto che significa molte cose: negazione dell’autorità del Parlamento europeo; negazione, al limite, della necessità di una politica di riequilibrio nell’ambito della comunità, di cui il mezzogiorno d’Italia sia tra i principali beneficiari; tendenza, comunque, della Francia a sottrarsi ad un maggior impegno in questo senso.
L’altro segno negativo è costituito dal fatto che a Brema non si sia niusciti ad avviare seriamente alcun processo di revisione della politica agricola comunitaria; che non si sia preso in esame neppure il memorandum a questo scopo predisposto e preannunoiato dal presidente della Commissione Jenkins. Non si sono nemmeno avuti chiarimenti esaurienti rispetto alle preoccupazioni esposte di recente nella Commissione agricoltura del Senato da esponenti di diversi gruppi, del partito repubblicano, della democrazia cristiana, e dallo stesso ministro dell’agricoltura, per quel che riguarda le ripercussioni di un’entrata immediata dell’Italia nello SME sul sistema dei prezzi agricoli, mentre non si sono definiti finora i correttivi di cui a questo proposito si è parlato, e le ipotesi pure ventilate di svalutazione della sollevano intanto seri interrogativi sugli effetti inflazionistici che ne potrebbero derivare.
Il tema della politica agricola comunitaria, onorevoli colleghi, è un tema centrale; e quando si compie il bilancio di questa politica, come di tutta l’esperienzacomunitaria, non si deve indulgere a semplificazioni retoriche di stampo idilliaco.
Non si può parlare di politica agricola comunitaria solo per ricordarne il fine dichiarato di migliorare le condizioni di vita delle popolazioni rurali, e tacere sulle grandissime distorsioni che essa ha prodotto a beneficio dei paesi più ricchi a svantaggio di paesi come l’Italia, alla quale – se si calcola la differenza tra i prezzi dei prodotti CEE importati dall’Italia e quelli vigenti sul mercato internazionale – è stata addossata una tassa che da qualcuno viene calcolata (si tratta di calcoli probabilmente discutibili, ma non possediamo stime ufficiali) in 2 mila miliardi di lire.
Tornando, Signor Presidente, alle conclusioni raggiunte a Bruxelles, non c‘è dubbio che esse autorizzassero largamente la decisione, presa il 5 dicembre dal Presidente del Consiglio, non di aderire entro otto giorni, ma di riservarsi ancora sostanzialm,ente la scelta dell’adesione immediata e a tutti gli effetti oppure no.
E le valutazioni espresse nel merito dei risultati ottenuti dal ministro degli esteri e dal ministro del commercio con l’estero pubblicamente, dal ministro del tesoro in Parlamento, ed in sede tecnica dalla autorità monetaria (senza che questa per altro travalicasse i limiti della propria competenza ed invadesse il campo della autorità politica, senza che si prestasse a strumentalizzazioni né in un senso né nell’altro), queste valutazioni sono a noi apparse tali da giustificare pienamente una scelta che si limitasse ad una dichiarazione di principio favorevole e alla partecipazione a talune dellle operazioni previste dalla risoluzione di Bruxelles, e che escludesse l’accettazione dal 1° gennaio dei vincoli di cambio, del meccanismo del tasso di cambio, tanto più in presenza di una analoga decisione della Gran Bretagna, con tutto ciò che questa decisione comportava e comporta.
Una scelta che infine esprimesse un impegno positivo e incisivo- dell’Italia per l’ulteriore confronto su tutti gli aspetti del nuovo sistema monetario e della politica complessiva di sviluppo della Comunità.
Perché non si è seguita questa strada ?
Perché non si sono raccolte le preoccupazioni e gli avvisi di prudenza che venivano da diversi settori della maggioranza e dall’interno dello stesso Governo ?
Queste preoccupazioni nascevano anche dall’esigenza finora non sodisfatta di collocare la creazione di un’area di stabilità monetaria in Europa nel più vasto quadro – ne ha parlato il collega Spaventa – di una ridefinizione dei rapporti con l’area del dollaro e di uno sforzo per giungere ad un nuovo ordine monetario internazionale e per contribuire ad una accelerazione, non ad un rallentamento, dello sviluppo economico mondiale.
Perché non si sono ascoltate abbastanza nei giorni scorsi queste voci e si è giunti ad una decisione precipitata ed arrischiata ? Onorevoli collleghi, su questo punto noi non possiamo ritenere che si sia fatta sufficiente chiarezza finora e ci si permetterà di contribuire alla ricerca di risposte sodisfacenti.
Parto dalle sollecitazioni e motivazioni davvero più nobili, quelle dei più ardenti fautori dell’unità europea, tra i quali il collega ed amico Altiero Spinelli. Questi amici si sono preoccupati di non contribuire, con una decisione di non ingresso immediato dell’Italia nello SME, a un parziale insuccesso di quello che appare il primo rilevante tentativo di rilancio del processo di integrazione europea dopo anni ed anni di involuzione e di crisi. Ma quello che non ci ha persuaso in tale motivazione è la tendenza ad attribuire ad un tentativo del genere, così come è concepito e congegnato, la virtù di mettere in moto una reale ripresa su basi nuove e solide dell’integrazione europea.
No, onorevoli colleghi, noi siamo dinanzi ad una risoluzione, quella di Bruxelles, che assume i limiti ristretti della creazione di un meccanismo del tasso di cambio le cui caratteristiche rischiano per di più di creare gravi problemi ai partecipanti.
Naturalmente non sottovalutiamo la importanza degli sforzi rivolti a creare un’area di stabilità monetaria. Ma se è vero che le frequenti fluttuazioni dei cambi costituiscono una causa di instabilità e un fattore negativo per lo sviluppo del commercio intracomunitario (la crisi di questo commercio non può per altro essere ricondotta soltanto alle fluttuazioni nei cambi) è vero anche che esse sono il riflesso di squilibri profondi all’interno dei singoli paesi, all’interno della Comunità europea e nelle relazioni economiche internazionali.
La verità è che forse – come si è scritto fuori d’Italia – si è finito per mettere il << carro >> di un accordo monetario davanti ai <> di un accordo per le economie. Ed è invece proprio su questo terreno, oltre che su quello della revisione del meccanismo dei cambi in quanto tale, che occorreva continuare a premere, a discutere, a negoziare.
Ma – ci si chiede – come: stando dentro o stando fuori?
Francamente di fronte ad una domanda di questo genere noi sentiamo il bisogno di osservare – e mi scuso per l’ovvietà – che il 5 dicembre non si è creata a Bruxelles una nuova Comunità europea al posto della vecchia.
Noi continuiamo, evidentemente, qualunque sia la decisione relativa allo SME, a stare dentro tutte le istituzioni e le sedi di confronto comunitarie; possiamo anche partecipare, pur non aderendo nell’immediato al sistema monetario, a consultazioni specificamente previste dalla risoluzione di Bruxelles in materia di politiche monetarie.
Il documento approvato il 5 dicembre – e questo è un suo aspetto indubbiamente positivo – non scava alcun solco fra chi aderisce subito e chi si riserva di aderire successivamente; né credo che il nostro  ingresso immediato avrebbe avuto un effetto traumatico, quasi che dipendesse da ciB che lo SME nascesse, come ha detto ieri l’onorevole Andreotti, a sei invece che ad otto e mezzo (tanto per restare nel gergo monetario, non riesco a capire quale unità di conto abbia adoperato l’onorevole Andreotti per attribuire un peso del due e mezzo all’ingresso immediato dell’Italia nel sistema monetario).
E nostra convinzione che avremmo potuto esercitare una maggiore forza contrattuale mantenendo la nostra riserva, la nostra posizione di non ingresso immediato.
Onorevoli colleghi, in quest’aula si è parlato (vi si è riferito poco fa anche il collega Cicchitto)delle sollecitazioni e delle assicurazioni pervenuteci negli ultimi giorni da governi amici; sembra anche che esse abbiano avuto un notevole peso nella scelta finale del Governo.
Per la verità voglio ricordare che anche qualche altra volta abbiamo ricevuto telegrammi. Ricevemmo – non è vero, ministro Marcora? – un telegramma pieno di assicurazioni dal cancelliere Schmidt anche nel maggio scorso, per invitarci a sciogliere la riserva sul negoziato per i prezzi agricoli e sul << pacchetto >> mediterraneo.
Quale seguito han. no avuto quelle assicurazioni telegrafiche ?
Anche in questa occasione più dei messaggi a fuochi spenti sarebbe valso l’accoglimento concreto di determinate istanze e proposte.
Queste sollecitazioni, comunque, confermano l’esistenza di un reale e forte interesse degli altri paesi membri della Comunità ad avere l’Italia al più presto presente nel sistema monetario. Si sarebbe, dunque, potuto far leva su questo interesse, non dando la adesione immediata allo SME, per portare avanti un serio negoziato, utilizzando le stesse scadenze previste dalla risoluzione di Bruxelles, in particolare la scadenza della revisione di determinate misure dopo sei mesi, nonché altre occasioni e scadenze, soprattutto quella della annuale trattativa di marzo sui prezzi agricoli, che va trasformata in un ben più ampio ed impegnativo negoziato sulla politica agricola nel suo complesso, partendo da proposte già elaborate in Italia dai partiti, dal Parlamento e dal Governo, per le modifiche da realizzare sia nell’immediato, sia nel medio periodo.
Si tratta, in definitiva, di muoversi in modo conseguente per una trasformazione della Comunità – a cui ci auguriamo possa contribuire anche quell’importante, primo elemento di democratizzazione che è costituito dall’elezione diretta del Parlamento europeo – che punti all’affermarsi di un nuovo modo di guardare allo sviluppo dell’economia europea, non concependo più – siamo d’accordo su questo punto fondamentale con il collega Spinelli – questo sviluppo come consolidamento delle economie più forti e come ulteriore elevamento del livello di benessere nei paesi più ricchi, ma come impegno di espansione verso le regioni più arretrate della stessa Comunità e verso i paesi di quello che veniva definito terzo mondo.
Ma se ci si vuole, onorevoli calleghi, confrontare con questi che sono i problemi di fondo, i problemi delle politiche economiche, del ritmo e della qualità dello sviluppo, bisogna sbasrazzarsi di ogni residuo di europeismo retorico e di maniera dando ben altra organicità, forza e coerenza alla presenza dell’Italia nella Comunità.
Sappiamo che passa qui una linea discriminante fra diversi modi di concepire e di praticare l’impegno europeista, ma sappiamo anche che su questo punto esistono posizioni convergenti fra diversi partiti; in primo luogo, come hanno dimostrato le vicende di queste settimime e questo dibattito, tra il partito comunista ed il partito socialista, ma non salo tra essi.
Nella nostra visione – desidero ribadirlo – tutela degli interessi nazionali e impegno per il rilancio dell’integrazione europea fanno tutt’uno.
Nessuno di noi ha commentato il vertice di Bruxelles ponendo i problemi come li ha posti il primo ministro Callaghan ai Comuni, senza essere per questo accusato di golpismo.
“La semplice verità” – ha dichiarato Callaghan – “è che noi a Bruxelles abbiamo valutato i nostri interessi nazionali esattamente come altri paesi hanno valutato i loro”.
Noi non poniamo i problemi in questi termini, proprio perché siamo convinti che l’interesse ,del nostro paese, e specificamente l’interesse del nostro Mezzogiorno, coincida con la causa di uno sviluppo della Comunità su base di maggior coordinamento e integrazione delle politiche economiche e in direzione delle regioni più arretrate. Ma quella che non possiamo accettare è una posizione di rinunci a battersi per la trasformazione della Comunità e ‘dei suoi indirizzi, di sfiducia radicale nel ruolo ,del nostro paese e di utilizzazione strumentale dei nostri impegni comunitari a fini interni, quali che siano.
Da parte di alcuni esponenti del partito repubblicano si è giunti a sostenere che << l’Italia non dovesse scegliere in questi giorni se appartenere o meno ad un meccanismo valutario o ad un’area di stabilità dei cambi, ma se recidere >> – dico recidere – << o meno i suoi legami con i paesi dell’Europa occidentale, sul terreno economico e sul terreno politico.
Ma questa è una tesi che non trova alcun riscontro obiettivo, che non poggia su atcun argomemto razionale e si colloca, invece, nel quadro di una drammatizzazione gratuita ed esasperata della scelta che era davanti al nostro paese.
Si è giunti anche a dire che, d’altra parte, noi saremmo nell’imbarazzo, perché l’europeismo dei comunisti deve ancora tradursi in atti pratici.
Ma atti pratici, coatributi pratici sul terreno europeistico ne abbiamo dati assai più di altri, in dieci anni di lavoro altamente qualificato nel Parlamento europeo, che qualunque osservatore obiettivo ha riconosciuto ed apprezzato.
Al di là di ciò già un mese fa non è mancata in qualche discorso da me personalmente ascoltato l’affermazione che il nostro paese non fosse in grado di porre alcuna condizione e che la sola speranza di salvare l’Italia da sviluppi catastrofici della crisi attuale fosse il vincolo esterno di un rigoroso meccanlsmo di cambio.
Chi sostiente questo fa un grave torto a tutte le forze democratiche italiane dimenticando prove come quella dell’autunno 1976, quando, di fronte ad una drammatica caduta della lira i partiti dell’attuale maggioranza, i partiti democratici, con la collaborazione delle forze sociali, con la collaborazione del movimento sindacale, seppero assumere impegni severi, che valsero ad evitare il peggio e permisero di conseguire quei risultati, per quanto parziali, su cui oggi possiamo fare affidamento per fronteggiare le difficoltà che ci stanno davanti.
Noi non attenuiamo minimamente – ella lo sa, onorevole Ugo La Malfa, ma io tengo a ribadirlo – il nostro giudizio sulla persistente e per certi aspetti crescente gravità degli squilibri di fondo che minano lo sviluppo economico e sociale del nostro paese. Noi non ci nascondiamo l’acutezza di problemi come quelli della produttività, del costo del lavoro, della competitività.
Concordo con le considerazioni che sono state svolte a questo proposito da altri colleghi. Non può reggere a lungo – è questa la nostra persuasione – una << via italiana >> alla competitività, basata su una svalutazione strisciante, su un alto tasso di inflazione, sull’economia sommersa e sul lavoro nero.
E – voglio aggiungere – non ci nascondiamo le difficoltà che incontra lo sforzo per trovare consensi nelle parti sociali attorno a comportamenti coerenti con le esigenze del rilancio degli investimenti, di sviluppo del Mezzogiorno e dell’occupazione e, insieme, di lotta all’inflazione.
Ma queste difficoltà non vengono solo dall’interno del movimento sindacale e lì, comunque, siamo noi che con più chiarezza e coraggio reagiamo a posizioni che consideriamo sbagliate. La si smetta, però, onorevoli colleghi, di guardare da una parte sola, senza vedere le responsabilità che altre forze si stanno assumendo (parlo di forze imprenditoriali) con i loro atteggiamenti negativi nei confronti di ogni prospettiva di programmazione e nei confronti proprio delle più qualificate proposte del movimento sindacale.
Comunque, proprio per rispondere a queste  difficoltà fu concepito il << docunento Pandolfi>>  e si assunse l’impegno del piano triennale il cui obbiettivo – non si dimentichi – deve essere la riduzione graduale del tasso di inflazione ma, insieme, il rilancio degli investimenti e della occupazione, in un contesto di rinnovata solidarietà europea.
E’ sul piano triennale che si deve realizzare il necessario severo confronto fra tutte le parti investite di responsabilità nella vita politica, economica e sociale.
Ma in quale rapporto con questo impegno così importante andava posta la questione dell’ingresso immediato o meno dell’Italia nel sistema monetario europeo ?
Condividiamo l’opinione che è stata espressa, secondo cui il confronto sul piano triennale previsto per le prossime settimane andava assunto come la necessaria preparazione ad una entrata credibile dell’Italia nel nuovo sistema, piuttosto che come insostenibile conseguenza di una entrata prematura.
Se oggi, comunque, tra i fautori dell’ingresso immediato circolasse il calcolo di far leva su gravi difficoltà che possono derivare dalla disciplina del nuovo meccanismo di cambio europeo per porre la sinistra ed il movimento operaio – eludendo la difficile strada della ricerca del consenso – dinanzi ad una sostanziale distorsione della linea ispiratrice del programma concordato tra le forze dell’attuale maggioranza, dinanzi alla proposta di una politica di deflazione e di rigore a senso unico, diciamo subito che si tratta di un calcolo irresponsabile e velleitario, non meno di quelli che hanno spinto determinate componenti della democrazia cristiana a premere per l’ingresso immediato dell’Italia nello SME in funzione di meschine manovre anticomuniste, destinate a sgonfiarsi rapidamente ma non senza aver prodotto il danno di una irresponsabile mescolanza tra fatti di corrente e di partito e scelte altamente impegnative, sul piano internazionale e sul piano interno, per il nostro paese.
Noi attendiamo, onorevoli colleghi, le risposte del Governo – dando già ora ed essendo pronti a dare il nostro contributo costruttivo – sui problemi aperti acutamente e posti con forza dal movimento sindacale per Napoli, la Calabria ed il Mezzogiorno, problemi ormai non più prorogabili, sui temi di una politica di seria lotta all’inflazione ed alla disoccupazione sui contenuti e gli strumenti del piano triennale per la finanza pubblica e per la economia che dovrà essere presentato entro il 31 dicembre.
Anche in questo momento difficile, che vede una divisione non certo irrilevante in seno alla maggioranza, il nostro obbiettivo, la nostra scelta non è una crisi di Governo, ma il superamento delle debolezze e delle ambiguità che hanno finora caratterizzato l’azione di Governo, il rilancio della solidarietà tra i partiti della maggioranza per superare l’emergenza, per risanare l’economia italiana rinnovandola nelle sue strutture, per risanare la finanza pubblica attraverso una pratica di effettivo rigore in tutte le direzioni e garantendo una effettiva giustizia – dalla quale si continua a restare molto lontani – nella ripartizione dei sacrifici.
Dicevo all’inizio, onorevole Andreotti, che condividiamo oggi un dibattito difficile; ma nella vita di un’ampia maggioranza come quella che oggi sorregge il Governo vi sono momenti in cui si impongono la chiarezza delle rispettive posizioni e la distinzione delle responsabilità.
Questa distinzione, onorevole Presidente del Consiglio, noi non l’abbiamo ricercata. Ella ha ritenuto di dover compiere una scelta, che consideriamo rischiosa e da cui dissentiamo, e di doversi assumere una responsabilità che non ci sentiamo di condividere.
Ci auguriamo che le prossime scadenze vedano una seria ripresa dell’impegno comune dei partiti dell’attuale maggioranza a fare uscire il paese dalla crisi.
Ci guida comunque la serena coscienza di aver operato lealmente nell’interesse dell’Italia e dell’Europa

(Vivi applausi dell’estrema sinistra - congratulazioni).

Fonte: http://www.camera.it/_dati/leg07/lavori/stenografici/sed0383/sed0383.pdf
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Messaggio Da Condor il Mer Mar 26, 2014 10:33 am

@ART scrive
Quindi la sig.ra Undiemi, come molti altri, non sanno o si guardano volutamente dal far presente che il problema vero non è il MES o il "FME" o il CIP e CIOP ma come i capi di governo degli stati europei hanno intenzione di gestire l'UE: se hanno intenzione di mantenere l'assetto attuale sentiremo ancora parlare di CIP e CIOP, se invece capiranno che serve un cambiamento radicale del sistema allora le cose miglioreranno nettamente. Ma si sa che i capi di governo non sono tutti concordi sul da farsi e che spesso hanno le mani legate da interessi elettorali, presunti interessi nazionali, interessi dei cazzi loro personali o pressione di lobbies varie, quindi se vogliamo che qualcosa cambi siamo NOI che dobbiamo farci sentire. E non certo per pretendere la fine dell'Euro o qualche altra bestialità da malati di mente nazistalinisti ma per pretendere una RIFORMA RADICALE DEL SISTEMA POLITICO EUROPEO, in senso di unità politica vera e democratica.

Dobbiamo stamparci bene in mente questa frase: RIFORMA RADICALE DEL SISTEMA POLITICO EUROPEO, intendendoci bene sul fatto per RIFORMA RADICALE DEL SISTEMA POLITICO EUROPEO non s'intende certo quel regresso del sistema agli anni '30-'40 che ha in mente la feccia Le Peniana in giro per l'Europa.
___________________________________________________________________________________________________

Perfettamente d'accordo ART!
La domanda che ti pongo è: - come facciamo a far sentire che il desiderio nostro è di una RIFORMA RADICALE DEL SISTEMA EUROPEO?
Lanciamo qualche molotov contro la sede del Parlamento Europeo? Strappiamo la bandiera dell'Europa ovunque ne vediamo una?
Se ricordi, qualche tempo fa, ho scritto: "benvengano gli euroscettici."
Perché sarà grazie a loro che qualcosa si muoverà verso quella RIFORMA RADICALE DEL SISTEMA EUROPEO, che i pro- Europa auspicano. Infatti solamente ora che gli euroscettici sembra possano entrare oltre ogni previsione nel Parlamento Europeo - e mettere in luce loschi interessi precostituiti-, si sta prendendo coscienza che occorre iniziare a parlare di riforma politica dell'UE. 
Possiamo scrivere fiumi di parole di desiderio di riforma dell'Europa, ma se non ci sono fatti concreti che sostengono quelle parole, continueremo ancora per decenni a vedere politiche di messa a punto del sistema monetario per indebolire le economie scomode a questo o a quello stato membro dell'Eurozona.

Senza che alcuna riforma di costituzione federale dell'Europa sia stata scritta ed adottata, vediamo sempre più spesso che il riferimento europeo, per chiunque nel mondo, è la Merkel.
Ma la Merkel è forse stata eletta dal popolo italiano, francese, spagnolo o altro?
E allora dico che è giunta l'ora di mettere ORDINE a questa Europa confusa ed egoista, con una scadenza precisa sulla nascita di una vera Costituzione degli Stati Uniti d'Europa, altrimenti, a mio avviso, meglio ritornare a schemi pre-Europa anni '50 e ridiscutere tutto quando saremo più maturi e meno confusionari. 
 

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