Il Sud Europa farà la fine della Ddr?

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Messaggio Da Condor il Dom Mar 02, 2014 1:43 pm


Il Sud Europa farà la fine della Ddr?

 
Ancora oggi, a quasi 25 anni dal crollo del Muro, la distanza economica e sociale tra le due parti della Germania non accenna a diminuire, nonostante massicci trasferimenti di denaro pubblico dalle casse del governo federale tedesco e da quelle dell'Unione Europea. Sulla base di una ricerca scrupolosa, condotta attraverso i dati ufficiali e le testimonianze dei protagonisti, Vladimiro Giacché mostra come la riunificazione delle due Germanie abbia significato la quasi completa deindustrializzazione dell'ex Germania Est, la perdita di milioni di posti di lavoro e un'emigrazione di massa verso Ovest che perdura tuttora, spopolando intere città. La storia di questa "unione che divide" è una storia che parla direttamente al nostro presente. Essa comincia infatti con la decisione di attuare subito l'unione monetaria tra le due Germanie, prima di aver attuato la necessaria convergenza tra le economie dell'Ovest e dell'Est. L'unione monetaria ha accelerato i tempi dell'unione politica, ma al prezzo del collasso economico dell'ex Germania Est. Allo stesso modo la moneta unica europea, introdotta in assenza di una sufficiente convergenza tra le economie e di una politica economica comune, è tutt'altro che estranea alla crisi che sta investendo i paesi cosiddetti "periferici" dell'Unione Europea. Il libro di Giacché si conclude quindi con un esame approfondito delle lezioni che l'Europa di oggi può trarre dalle vicende tedesche degli anni Novanta.

Per gentile concessione dell'editore pubblichiamo alcuni estratti dal libro “Anschluss. L’annessione. L’unificazione della Germania e il futuro dell’Europa” (Imprimatur editore, 2013 (pp. 261-267 e 276-277), in libreria dal 9 ottobre.

di Vladimiro Giacché

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Dall’unità monetaria tedesca all’unità monetaria europea

La configurazione attuale del capitalismo europeo e dei rapporti di forza interni a esso è semplicemente impensabile senza l’annessione della Repubblica Democratica Tedesca. Per diversi motivi.
Il primo motivo è che grazie all’incorporazione dell’ex-RDT la Germania ha riconquistato la centralità geopolitica (e geoeconomica) nel continente europeo che aveva perduto nel 1945 con l’esito catastrofico della guerra di Hitler. E questa riconquista ha alterato gli equilibri in Europa.

Il secondo motivo è il legame tra l’unità tedesca e l’Unione Europea. Si tratta di un rapporto complesso e per certi versi contraddittorio.

Da un lato, infatti, l’unità tedesca ha rappresentato un formidabile acceleratore del processo d’integrazione europea. Il 4 ottobre 1990, non erano passate neppure 24 ore dalla solenne proclamazione dell’unità tedesca e già il consigliere del presidente francese Mitterrand, Jacques Attali, annotava sul suo diario la decisione del presidente di “stemperare” la Germania nell'Unione politica dell’Europa. Il pegno che la Germania avrebbe pagato per la propria unità riconquistata sarebbe stata l’integrazione europea, in cui la Germania stessa avrebbe potuto essere imbrigliata. La stessa moneta unica europea era concepita come un tassello di questo disegno.

D'altra parte, proprio l’unità tedesca e le sue conseguenze hanno in realtà rallentato l’integrazione europea, e in particolare l’unione monetaria. Sono infatti gli alti tassi d’interesse imposti all’Europa dalla Germania (per poter attrarre più capitali e finanziare l’unificazione) a causare, nel 1992, la brusca uscita della lira (e della sterlina inglese) dal sistema monetario europeo.

L’operazione euro è poi andata in porto, ma ha avuto effetti contrari a quelli sperati dal governo francese: la Banca Centrale Europea è diventata una sorta di Bundesbank continentale, e l’ortodossia neoliberale (e mercantilista) tedesca si è imposta in tutta l’Europa. Inoltre con l’euro la Germania ha potuto giovarsi della rigidità del cambio, che ha impedito che i paesi meno competitivi potessero recuperare competitività attraverso svalutazioni della loro moneta.

Con questo siamo arrivati a ciò che probabilmente rappresenta il motivo principale di interesse attuale delle vicende dell’unificazione tedesca: la forza del vincolo monetario, e la sua potenza fondativa anche dal punto di vista dell’unione politica. La Germania politicamente unita nasce infatti il giorno stesso della raggiunta unione monetaria. Il vero trattato che unifica la Germania è quello entrato in vigore il 1° luglio del 1990 con l’unione monetaria: il secondo trattato, quello che ha dato il via all’unione politica il 3 ottobre dello stesso anno, ne è stata una pura e semplice conseguenza, non per caso assai ravvicinata anche in termini temporali. Non è vero, insomma, che l’unione monetaria sia un’unione debole, come spesso si sente dire (“in Europa c’è solo l’euro, manca l’unione politica”). È vero il contrario.

L’euro e gli squilibri in Europa

L’unione monetaria è, tra l’altro, un legame che modifica i rapporti di forza nell’area valutaria. Nella folta letteratura apologetica sulla moneta unica si indica, tra gli effetti auspicati dell’area valutaria comune, un riequilibrio tra i diversi territori. Come abbiamo visto non è andata così né nell’Italia postunitaria né nella Germania unita. E non è andata così neppure nell’Europa dell’euro. Ciò cui abbiamo assistito negli ultimi anni in Europa è molto significativo. Perché non soltanto smentisce ogni presunta tendenza al riequilibrio all’interno di un’area valutaria, ma evidenzia in diversi paesi europei inquietanti caratteristiche comuni a quelle dell’economia della Germania Est dopo l’introduzione del marco. In quest’ultimo caso le dinamiche sono state accentuate dal cambio irragionevole, che ne ha esasperato le caratteristiche (negative per l’area interessata). Ma, se enumeriamo i diversi fenomeni che hanno interessato negli ultimi anni i paesi in crisi dell’Eurozona, ci accorgiamo che essi sono gli stessi, sia pure in forma meno parossistica: caduta del prodotto interno lordo, deindustrializzazione, elevata disoccupazione, deficit della bilancia commerciale, crescita del debito pubblico, emigrazione.

Rispetto all’ex-Germania Est manca soltanto un elemento: i trasferimenti dall’estero per riequilibrare la situazione di squilibrio della bilancia con l’estero. Essi verosimilmente continueranno a mancare, almeno se intesi nel senso di un sostegno finanziario diretto della Germania agli altri Stati. E in effetti, come è stato osservato, i trasferimenti effettuati verso l’Est della Germania “non sono la minore delle spiegazioni della forte riluttanza dei tedeschi a dar oggi prova di più solidarietà nei confronti dei paesi della zona euro che si trovano in crisi”, tanto più che il loro peso è percepito come molto maggiore di quanto sia in realtà.

È interessante invece osservare come, prima della crisi, i trasferimenti invece ci fossero eccome: sotto forma di crediti forniti dalle banche tedesche (e francesi) ai paesi oggi in crisi. Ed era precisamente questo genere di trasferimenti che rendeva tollerabile il deficit della bilancia commerciale di quei paesi. Di fatto, con questi crediti le banche di Germania e Francia finanziavano l’acquisto di merci tedesche e francesi da parte di paesi come la Grecia (non esclusi, come sappiamo, costosi armamenti). Ma tra il 2008 e 2009 le banche di Germania e Francia, severamente colpite dalla prima ondata della crisi (la sua fase americana, culminata col fallimento di Lehman Brothers), hanno cominciato a ridurre la loro esposizione verso i paesi periferici dell’eurozona, e questo ha fatto venire allo scoperto – e aggravato – le situazioni di squilibrio di questi ultimi. Per quanto riguarda in particolare la Germania, i prestiti bancari ai paesi “periferici” dell’Europa sono stati dimezzati, passando da un picco di 600 miliardi di euro nel 2008 a 300 miliardi a fine 2012.

Ma il ridursi di quei trasferimenti non ha creato gli squilibri: li ha soltanto resi evidenti. Chi ha creato, quindi, gli squilibri in Europa? La risposta è: questi squilibri erano in parte preesistenti all’unione monetaria, e in parte sono stati aggravati dalla stessa unione valutaria, che ha eliminato un elemento di flessibilità e di adattamento di cui si erano molto giovate le economie più deboli dell’eurozona. In questo caso è mancato l’elemento di abnorme sopravvalutazione della moneta più debole che si è registrato nel caso della Germania Est, anche se l’unione valutaria ha rappresentato comunque una relativa rivalutazione per i paesi che avevano monete più deboli (come l’Italia con la lira) e una relativa svalutazione per i paesi che avevano monete più forti (nel caso della Germania la svalutazione è stata del 20% circa); i negoziatori italiani ancora ricordano l’accanimento col quale l’allora presidente della Bundesbank Tietmeyer (già negoziatore dell’unione monetaria tedesca) tentò sino all’ultimo di tenere il valore di conversione della lira il più elevato possibile. In ogni caso, con riferimento all’euro, l’elemento fondamentale non è il tasso di conversione con cui si è giunti alla moneta unica, ma la creazione stessa della moneta unica.

Più sopra, in relazione ai dati drammatici dell’economia dell’ex-RDT negli anni immediatamente successivi all’unificazione, si è citato il giudizio secondo cui questi erano i logici risultati dell’“annessione non preparata di un territorio economico a bassa produttività del lavoro ad un territorio molto sviluppato”. L’evoluzione della crisi europea in questi ultimi anni costringe a chiedersi se l’unione monetaria europea non abbia replicato lo stesso meccanismo, con gli stessi risultati: su scala molto più larga (continentale), anche se in proporzioni meno estreme. La risposta purtroppo è affermativa. Questo rappresenta una smentita per tutti coloro i quali vedevano nell’unione monetaria precisamente uno strumento per ridurre gli squilibri: d’altra parte, a distanza di ormai quasi 15 anni dall’avvio di quell’esperimento, i dati sono incontrovertibili. (…)

“Modello Germania” per l’Europa?

È in questo contesto che va giudicato l’operato dell’establishment tedesco negli ultimi anni. Il giudizio in merito deve essere severo. Ma deve, prima ancora, muovere da una constatazione: il modello adottato oggi in Europa non è dissimile da quello adottato 20 anni fa nei confronti della Germania Est. Se nel 1990 Kohl e Schäuble chiedevano alla Germania Est la cessione unilaterale della sovranità politica e il conferimento del patrimonio pubblico alla Treuhandanstalt come pegno per il “dono” del marco, oggi Merkel e Schäuble chiedono ai paesi europei in crisi la stessa cosa. In primo luogo, pretendono la cessione di diritti sempre più stringenti di controllo sui bilanci pubblici, ma non appena si parla di affidare alla BCE la supervisione sulle banche - cosa che consentirebbe alle autorità europee di mettere il naso nella situazione dell’opacissimo settore bancario tedesco - è Schäuble in prima persona a intervenire (con successo) per limitare il numero delle banche sorvegliate a livello europeo e per rallentare l’intero processo. In secondo luogo, come abbiamo visto, pretendono addirittura il conferimento del patrimonio pubblico dei paesi in crisi a istanze terze, sottratte al controllo dei parlamenti come nel caso del Treuhandanstalt (l’istituzione che privatizzò l’intera economia della Germania Est) e dotate del potere di privatizzare le proprietà pubbliche come pegno per i prestiti ricevuti.

Il gioco è sempre lo stesso. E anche lo stile: “la tendenza alla totalità” in cui un Honecker in carcere ravvisava la caratteristica costante degli esponenti del capitale tedesco, o se si preferisce dell’establishment di quel paese, l’abbiamo ahimé vista davvero all’opera più volte, in questi mesi. L’utilizzo al limite del cinismo di rapporti di forza favorevoli, il rifiuto di compromessi accettabili, la convinzione integralistica dell’assoluta superiorità del proprio punto di vista, e soprattutto la difesa accanita degli interessi delle proprie banche e delle proprie grandi imprese. È l’atteggiamento tipico di chi può vincere molte battaglie ma finirà per perdere la guerra. Perché stravincere è molto più difficile che vincere.

(8 ottobre 2013)


http://temi.repubblica.it/micromega-online/il-sud-europa-fara-la-fine-della-ddr/
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Messaggio Da Erasmus il Mer Mar 05, 2014 3:28 am

Ciao Condor.
Avevo già scritto un intervento abbastanza articolato, ma poi ... mentre cercavo con Google informazioni sul famoso documento Schaüble-Lamers del 1994 (quando la moneta comune era ancora in forse e quei  due – allora "braccio destro" di Kohl – suggerivano di procedere comunque all'ultima fase  del processo di creazione della moneta unica con un "nucleo duro" – che essi pensavano di soli 5 stati, cioè D, F e BeNeLux) la finestra su cui stavo concludendo il mio intervento è scomparsa ... ed ho perso tutto!

Cerco ora di riassumere.
Ho letto solo il primo pargrafo ... e ne ho avuto abbastanza!
Mi domando se 'sto Vladimiro Giacché è mai stato in DDR, o almeno nella ex DDR subito dopo la caduta del "muro".
Mi pare che, anche se è "professore", anche se ha studiato (e/o si è perfezionato) in Germania (a Bochum), della storia della Germania post-bellica non abbia capito granché. D'altra parte questo è comprensibile, dato che ha appena due anni più di mio figlio. Non era ancora nato al tempo del "miracolo economico tedesco" ed era ancora un bambino quando l'Italia e la Francia (fine anni '60 e primi '70) erano nel casino politico massimo e con un'inflazione paurosa, mentre la Germania (che pure era sede di terrorismo analogo  quello delle BR nostrane) era al massimo della prosperità.
Tanto meno mostra di conoscere la situazione economica della DDR dove  – è vero – non c'era disoccupazione e tuttavia la popolazione era alla fame (tranne la "casta" del partito unico filosovietico).
[Per non parlare della devastazione ecologica. Ma tu, Condor, ci sei stato nella DDR, o nella ex DDR subito dopo il "crollo del muro"? Se uno ha visto e constatato con i suoi occhi – come ho fatto io – si rende conto che quel che dice Giacché non sta in piedi!]
Domandiamoci, invece, come mai il castello dei paesi satelliti dell'URSS è crollato ai primi sintomi di debolezza dell'URSS stessa (e come mai è crollata di schianto la stessa URSS).
Già nel primo paragrafo ci ho trovato un sacco di castronerie del tutto anti-storiche.
Per cui mi sono fermato senza leggere più oltre.

Tornavo, inoltre, sul  saggio "Federalismo ed Unione Europea" (scritto da due federalisti DOC tra il 1992 e la primavera del 1994 e pubblicato nel giugno del 1994 quindi ben prima del documento => Shaüble-Lamers]). In quel libello, a proposito della precarietà della CEE/UE stava scritto palesemente che l'unione monetaria senza avere alle spalle una autentica statualità federale è un non-senso. E tuttavia l'unione monetaria andava incoraggiata perché poteva portare finalmente allo scoppio delle contraddizioni, e quindi a raggiungere quella soglia di vero pericolo (di crollo del bel castello che è l'UE) senza il quale non si prendono decisioni storiche!

Questo brano l'ho trascritto più volte ma nei successivi interventi mai c'è stato da altri alcun accenno!
Eppure ... è una autentica profezia alla Cassandra!
I nodi son venuti al pettine.

Finalmente il tema di politica europea è entrato nella zucca dei politicanti. Già ci sono illustri personaggi (ed economisti) che dicono che, ormai, occorre una integrazione politica dei paesi dell'Eurozona.
E finalmente, in vista delle elezioni europee, partiti a livello europeo come i verdi/ALE e l'ALDE parlano espressamente di [bisogno di] "Europa Federale" e di "Stati Uniti d'Europa"
{Tra parentesi: ti invito a leggere quel che dice Monica Frassoni, presidente dei Verdi Europei (ed ex co-presidente al PE dei Verdi/ALE) a proposito della cosiddetta "lista Tsipras" (che si è candidato alla presidenza della Commissione, ossia a succedere a Barroso)
=> Cominque vada è un'occasione perduta. (Huffingtonpost, 03.03.14) }

Nelllo scritto che ho poi perduto rilevavo anche che la Germania federale da sempre rastrella dai Länder ricchi un sacco di soldini (una volta marchi, ora euro) da investire nei Länder meno sviluppati (per esempio, come dice anche Giacchè seppur con una visione distorta della realtà, nei 5 Länder della ex DDR), mentre invece a livello europeo la Germania è paladina del principio  che non si deve assolutamente aiutare il paese che non riesce a procedere senza aumentare il debito complessivo. Addirittura lo stesso trattato di Maastricht sancisce il divieto di aiuto economico al singolo stato-membro da parte dell'UE in quanto tale (e del resto, con un badget dell'1% del PIL globale dell'UE, questa avrebbe ben poco da aiutare stati in difficoltà). Addirittira, la Corte Suprema tedesca (di Karlsruhe) ricorre alla Corte di Giustizia dell'UE (di Lussemburgo) con l'ipotesi che la BCE di Draghi ha violato quel principio (di non-soccorso dello stato-membro nemmeno se a rischio di default) perché ha acquistato titoli di stato italiani allo scopo di contenere l'aumento dello spread rispetto ai Bund tedeschi!

Insomma: resto della mia idea!
La precarietà dell'UE (precarietà reale, ora evidente con la crisi in atto e con le divergenze enormiche a proposito del "debito sovrano") è imputabile alla mancanza di vera unione politica.
«Tout le rest est litterature»!

D'altra parte, un attento riesame di quel che dicevano Lamers e Schaüble nel 1994, conferma in pieno la mia idea. Essi, allora, intendevano (con la creazione di un "nucleo" di pochi stati pionieri, quelli che mettevano in comune la sovranità monetaria rinunciando alla sovranità nazionale) dare il via ad una progressiva unione politica, prima dei soli paesi del "nucleo duro", poi degli altri che man mano sarebbero stati "calamitati" da quel nucleo (giocando sul doppio senso della parola tedesca "Kern" che vuol dire nucleo anche nel senso di "elettromagnete", "elettrocalamita")


Se dovessi entrare nei dettagli delle affermazioni di Giacché nel solo primo paragrafo, sono numerosissime quelle sulle quali non potrei in alcun modo sentirmi d'accordo.

Ciao Condor
Ciao a tutti
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Messaggio Da animalo il Gio Mar 06, 2014 6:54 pm

Signor Erasmus, il punto fondamentale che, nella mia pochezza, ho colto del suo intervento è come la conditio sine qua non per l'esistenza di una reale comunità europea sia l'unione politica.
Mentre concordo pienamente su questo assunto, devo precisare che tale unione la ritengo possibile solo sulla base di comuni matrici socio-culturali (dal punto di vista antropologico); la realtà mostra differenze non conciliabili tra le matrici mediterranee e quelle nordiche, con particolare riferimento al paese italia, che costituisce un'anomalia unica nel panorama europeo.

Ricordo di essere stato nella DDR e di aver viaggiato su una ds19 nella unter den linden dopo aver passato il charlie point; mi colpì una domenica mattina vedere una fila ordinata davanti ad un negozio di fioraio, mi colpirono gli abiti dimessi eppure ordinati, in confronto alle persone sulla kudamm di fronte ai negozi ricolmi.

Ancora oggi ritengo che l'unificazione del marco tedesco sia stato un grande atto di coraggio.

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Messaggio Da Erasmus il Gio Mar 06, 2014 9:36 pm

lo-anima ha scritto:Signor Erasmus, ...
E daje! Non ci davamo già del "tu" senza   ... salamelecchi?
lo-anima ha scritto:Ricordo di essere stato nella DDR e di aver viaggiato su una ds19 nella unter den linden dopo aver passato il charlie point; [...]
sulla kudamm di fronte ai negozi ricolmi.[...]
Ho capito: sei stato a Berlino ai tempi della DDR.

"Unter den Linden" era il viale che da Berlino Ovest andava verso il cosiddetto "settore democratico"[Berlino Est] entandovi dalla "Brandenburger Tor" (Porta Brandeburgo").  Ci sono stato (con l'Università di Padova) nel maggio 1960. Continuando si proseguiva nella "Stalinallee" (Viale Stalin) – che penso proprio abbia cambiato nome già nel 1990 –

Il Viale (o, se vuoi, "Corso") che  chiami "kudamm" sarebbe  "Kurfürstendamm" [abbreviato spesso in "Ku'damm", il "Viale Kurfürsten" ... – "Kurfürsten", significa "Principe elettore", titolo e carica nobiliare del Sacro Romano Impero] –], nell'allora "settore libero" (Frei Secktor"), cioè a Berlino ovest, non lontano dallo zoo. [Noi alloggiavamo appunto in questo viale nell'Hotel am Zoo]

Non conosco il "checkpoint Charlie". So che è stato uno dei punti di blocco nell'attraversamento del muro che isolava Berlino Est da Berlino Ovest. Ma allora (1960) il muro non c'era ancora (costruito nel 1961). Noi entravamo in Berlino Est (se andavamo a piedi) dalla Potsdamer Platz (Piazza Potsdam). Più spesso siamo entrati con la metropolitana (la "U-bahn") uscendo direttamente nel cuore di Berlino Est.

Non capisco invece cosa intendi con  "una ds19" ... Ma forse intendi un modello di auto Citroën DS (vettura prodotta dalla casa francese per moltissimi anni, forse una ventina ... che quindi non mi dà informazioni sui tempi del tuo viaggio a Berlino).

Quando sei stato a Berlino?
Come ci sei arrivato?
[In treno? In auto? In aereo?]

Hai viaggiato anche fuori della capitale, per la DDR?
[Per uscire dalla DDR partendo da Berlino Ovest in auto c'erano solo tre possibilità, di cui una era l'autostrada in direzione di Amburgo e un'altra quella in direzione di Hannover. 
["Autostrada" ... si fa per dire, dato che era ad una sola carreggiata, senza alcuna stazione di servizio ... un deserto di cemento asfaltato da attraversare col cuore in gola ... sperando di non doversi fermare se no erano guai! Ma ufficialmente era proprio"Autobahn"].

Sono tornato a Berlino in auto nel '92: e allora ho girato pure la ex DDR in lungo e in largo ...
––––––––

Non entro a commentare quel che dici dal punto di vista "politico".
Aspetto che lo faccia prima qualcun altro.

Ciao e ... davvero "ben tornato" in questo minuscolo forum!

–––
Ciao a tutti

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Messaggio Da animalo il Mar Mar 11, 2014 11:22 am

Signor Erasmus,
perdona se sono formale (ma il formalismo aiuta ad essere "formalmente" educati (ho letto che i cinque modi giapponesi in cui si esprime ringraziamento o riconoscenza rappresentano varie gradazioni di risentimento nei confronti del "benefattore")).
Mi obblighi a svelarmi in parte (ma, al fin della mia vita ormai giunto, non mi dispiace): ero, o sono stato, il figlio di un piccolo imprenditore ed a berlino andai nel '64 o nel '65 con un viaggio dell'università.
Con altri amici noleggiammo la DS19 (la stessa auto su cui viaggiava il gen, De Gaulle quando gli fu teso l'attentato da parte dell'OAS), e girammo per qualche ora la parte della città assoggettata all'URSS. Ne ricavai una sensazione di tristezza. Di nuovo con l'U-bahn mi recai ad est: una giovane donna, una vopos, mi requisì una pubblicità di un negozio di macchine fotografiche, pagai anche un dazio in marchi occidentali che mi dava diritto ad accedere ai musei. Aggirandomi nei pressi del confine, ricco allora delle devastazioni provocate dalla guerra, giunsi al luogo ove la DDR aveva predisposto il sito dove erano indicate le stazioni della CIA e simili. Ma fui colpito, in quella devastazione, dal fatto di essere avvicinato da una donna sulla quarantina (forse una prostituta per sopravvivere?) che, grazie all'ignoranza della lingua, sfuggii in malo modo. E me ne dispiace ancora.
 Signor Erasmus, quando stuzzichi i morti puoi ricevere solo fregnacce come queste (per inciso a berlino ci ero arrivato in pulmann).
Buona giornata a lei, Signor Erasmus.

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Messaggio Da ART- il Mar Mar 25, 2014 10:04 pm

Una sola aggiunta a quanto già spiegato da Erasmus.

Condor ha scritto:
Il pegno che la Germania avrebbe pagato per la propria unità riconquistata sarebbe stata l’integrazione europea, in cui la Germania stessa avrebbe potuto essere imbrigliata. La stessa moneta unica europea era concepita come un tassello di questo disegno.

Qualcuno dovrebbe spiegare all'egregio sig. Giacché che l'integrazione europea e anche il processo che ha portato all'unione monetaria stessa sono partiti un pochino prima del 1989 (giusto 39 anni la prima e circa 29 la seconda... ma qualche decennio che sarà mai, eh?), quindi chi sostiene che l'integrazione europea e soprattutto l'integrazione monetaria europea sono stati ideati alla fine della guerra fredda per mettere in qualche modo in catene la Germania sostiene delle grandi, aberranti, inaccettabili PUTTANATE TOTALI.

E qui abbiamo uno dei tanti esempi di come a partire da queste puttanate qualcuno arriva addirittura a scrivere libri interi per sostenere teorie discutibili, sapientemente mescolate a problemi realissimi per farle sembrare più forti, il tutto evidentemente senza neanche avere idea della storia dell'integrazione comunitaria e dell'unione monetaria... o forse fingendo di non conoscere la storia?
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