Dall’Ocse una fotografia sconfortante dell’Italia

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Messaggio Da Verci il Dom Nov 10, 2013 7:05 am

Si è parlato molto della drammatica fotografia della situazione italiana che emerge dal rapporto Ocse sulle “capacità” lavorative e intellettuali di giovani e adulti e sulle correlazioni tra istruzione e lavoro in 24 democrazie occidentali. Sulla questione hanno fatto notizia anche le dichiarazioni del ministro del Lavoro Enrico Giovannini che ha commentato amaramente i dati riguardanti i giovani italiani e le abilità tecnologiche dei lavoratori delle aziende italiane.

Purtroppo, da un’attenta lettura del rapporto Ocse emerge come le sintesi fatte dai giornali e l’opinione poi rettificata del ministro siano perfino benevole rispetto ai dati reali. L’Italia è ultima o penultima in tutte le graduatorie stilate. Dalla capacità di comprensione di un testo nella propria lingua, alle abilità di calcolo fino alle capacità informatiche e tecnologiche. Il nostro paese risulta largamente sotto la media per diffusione di computer, per accesso a Internet, nei rapporti via web con le amministrazioni pubbliche, nell’uso delle nuove tecnologie nelle aziende private e nel cambiamento tecnologico percepito dagli stessi lavoratori del settore privato. 

L’Italia risulta penultima per numero di laureati in rapporto all’intera popolazione (ultima l’Austria), prima per numero di persone senza diploma e ancora penultima nel rapporto tra posizioni dirigenziali e titoli di studio (sintomo anche di una scarsa meritocrazia?). Sembra poi che nel nostro paese il numero di anni passati a studiare non abbia particolare incidenza sul reddito. L’Italia infatti è uno dei paesi dove la distribuzione dei salari è più “compressa”. Si tratta dell’unica classifica che ci accomuna ai paesi scandinavi, con una non trascurabile differenza: da noi la media di questi stessi stipendi è nettamente più bassa. Le cose vanno male anche per la formazione lavorativa e per l’iscrizione all’università e a corsi di studio da parte di lavoratori e pensionati. In questo caso l’Italia condivide l’ultimo posto con la Spagna. 

Non può sorprendere, quindi, che il nostro paese arranchi nelle ultime posizioni anche per spesa culturale (quindi svincolata da obblighi lavorativi e formativi) come lettura di libri, fruizione di musica, eventi e spettacoli. Le capacità di comprensione della propria lingua e le abilità di calcolo dei laureati italiani sono giudicate perfino inferiori a quelle di giapponesi e olandesi in possesso della maturità. Il background socioeconomico dei genitori risulta abbastanza rilevante per lo sviluppo di buone doti di comprensione e di calcolo, anche se non è così determinante come negli Stati Uniti e in Polonia.

Tra gli aspetti positivi: in Italia non pare ci siano grandi differenze di genere per comprensione di testi e capacità matematiche e la differenza di reddito tra uomini e donne a parità di lavoro rientri nella media Ocse complessiva.
Tra le note a margine emerge come non vi sia una diretta correlazione tra livello di istruzione e salute. In questo caso, Italia e Giappone, cioè rispettivamente il paese con le performance peggiori e quello più virtuoso, sembrano avere una curva di mortalità molto simile (tra l’altro sono due tra le nazioni i cui abitanti hanno la più alta aspettativa di vita al mondo) e non vi sono differenze sostanziali nell’aspettativa di vita di ricchi e poveri, di colti e incolti, di capaci e incapaci, anche in nome di politiche di welfare che in entrambi i casi vedono la presenza di un forte sistema sanitario pubblico. 

È difficile dire quale sia stato l’impatto delle numerose riforme scolastiche e universitarie sui pessimi risultati conseguiti dall’Italia in questo rapporto. Resta il  fatto che il nostro paese risultava sotto la media Ocse in quasi tutti i parametri anche negli analoghi rapporti Pisa del 2000, del 2003 e del 2009, anche se la situazione è andata costantemente peggiorando. Toccato il fondo, con le giuste politiche, si dovrebbe poter solo risalire.

Marco Morini
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