Qualcosa sul destino.

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Messaggio Da Samael il Ven Set 21, 2018 4:18 pm

Esistono approcci diversi all'interpretazione del destino. Secondo un tipo di approccio il destino è un fato, qualcosa di prestabilito prima. Gira e rigira, dal destino non si scappa. Da una parte questa impostazione deprime per la sua irreparabilità. Ne deriva che se ad un individuo è toccata in sorte una vita di seconda qualità, egli non ha nessuna possibilità di sperare in un miglioramento. D'altra parte, però, ci sono tante persone che accettano di buon grado un tale stato di cose. Infatti, infonde sicurezza ed è comodo sapere che il destino è più o meno prevedibile e non può spaventare con le sue incognite.
Il carattere di inevitabilità fatale del destino emergente da questa interpretazione suscita però comunque un senso di frustrazione e di protesta interiore. L'uomo, privato della fortuna, si lamenta della propria sorte: perché la vita è così ingiusta? Perchè qualcuno ha tutto in eccedenza e un altro si trova sempre in ristrettezze? Perchè a uno tutto riesce facilmente mentre l'altro gira come una trottola e sempre senza risultato? Perchè uno è stato dotato da madre natura di bellezza, intelligenza e forza ed un altro, non si capisce bene a fronte di quali peccati, si porta addosso per tutta la vita l'etichetta di prodotto di seconda scelta? Da dove trae origine questa disuguaglianza? Perchè la vita, che non conosce confini nella sua multiformità, impone un certo tipo di limiti a determinate categorie di persone? Di quale colpa si sono macchiati i meno fortunati? (Perdonatemi la sequela di interrogativi).
L'individuo deprivato si sente offeso, se non addirittura indignato, e cerca per se stesso un motivo che giustifichi un tale stato di cose. E allora si fanno strada le varie dottrine, tipo quella del "Karma" per i peccati accumulati nelle vite precedenti. Come se il Signore Iddio non avesse altro da fare che educare i suoi figli negligenti e, nonostante la sua onnipotenza, incontrasse difficoltà nel processo educativo. Così, in luogo di punire i peccati commessi in vita, Egli per qualche motivo rimanda la nemesi a dopo, anche se non si capisce che senso abbia punire una persona per un fatto di cui non ha certamente memoria.
Un'altra spiegazione di tale disuguaglianza offre per contro ai bisognosi e ai sofferenti speranze di riscossione di una generosa ricompensa. Ma, ancora una volta, non in vita: nei cieli o in qualche altra vita successiva.
Qualunque cosa offrano, tali spiegazioni non possono soddisfare pienamente. Di fatto, che queste vite passate o future esistano o meno non ha importanza, perchè l'uomo ricorda e riconosce solo una vita, quella che sta vivendo e che in questo senso per lui è l'unica.
Se si crede alla predeterminazione del destino, allora il mezzo migliore per combattere l'angoscia è la rassegnazione. E anche qui si trovano nuove interpretazioni, espresse in formule del tipo :- Se vuoi essere felice, puoi esserlo! -. Ovvero: resta ottimista comunque sia e accontentati di quello che hai.
E' un modo per far capire ad un individuo che è infelice perchè è eternamente insoddisfatto e vuole troppo. E invece soddisfatti bisogna esserlo a priori. Bisogna godere della vita che si ha. Se da una parte la persona sembra accettare questa posizione, dall'altra, però, non le va proprio a genio di affrontare con gioia i grigiori della realtà. Ma possibile che le venga negato il diritto di volere qualcosa di più? E perchè poi deve costringersi a gioire? E' come costringersi ad amare.
Nel mondo si trovano anche tante personalità "illuminate" che incitano al perdono ed all'amore universale. Anche con questo tipo di illusione ci si può coprire, come si fa con una coperta, per evitare di scontrarsi con la dura realtà. Così tutto diventa veramente più facile. Ma nel profondo dell'anima, però, l'uomo non può comunque arrivare a comprendere perchè deve costringere se stesso a perdonare coloro che odia e amare coloro verso cui prova indifferenza. Che gliene viene? Ne risulta una felicità non naturale ma estorta. Come se la felicità dovesse arrivare non spontaneamente, ma solo per effetto di una pressione esercitata su se stessi come su un tubo di dentifricio.
Esistono sicuramente persone che non credono che la vita sia così noiosa e primitiva da poter essere ridotta  ad un destino predeterminato. Costoro non si vogliono accontentare di quello che hanno e preferiscono gioire dei successi raggiunti piuttosto di quello che avevano già. Per questa categoria di persone vale un'altra concezione della sorte :- L'uomo è fabbro del proprio destino-. Ma, si sa, per il destino bisogna lottare. E come può essere diversamente? "Coloro che sanno" diranno che non si ottiene nulla senza fatica. E questo, a quanto pare, è un fatto indiscutibile: se non vuoi accettare la felicità così come ti viene data vuol dire che devi lavorare di gomito per raggiungere quello che vuoi.
In tante storie edificanti si narrano le gesta degli eroi, delle loro lotte impavide e dei loro continui sforzi per superare ostacoli impensabili. In questi racconti i vincitori arrivano agli allori del successo solo dopo essere passati attraverso tutte le privazioni e le sofferenze di una lotta incessante. Anche qui, però non tutto quadra: come si spiega che milioni di persone lottano e lavorano ma il vero successo l'ottengono solo in pochi? Si può spendere tutta la propria vita in una lotta disperata per un posto al sole senza però raggiungere nulla. Ma che vita è mai questa, così crudele e impietosa? E che necessità penosa lottare con il mondo per ottenere quello che si vuole. E se poi il mondo non cede, allora bisogna lottare contro se stessi. Se sei povero, malato, brutto e sfortunato vuol dire che è colpa tua. Sei tu a essere imperfetto, perciò sei obbligato a cambiare te stesso. L'uomo viene posto di fronte al fatto che, innanzitutto, egli è un coacervo di difetti e vizi su cui occorre alacremente lavorare.
Ne risulta che se l'uomo non ha avuto subito la fortuna di nascere ricco e prospero, allora ha solo due prospettive: o portare la sua croce con rassegnazione, o dedicare la sua vita alla lotta. Nel profondo dell'anima si fa fatica a provare gioia per queste alternative di vita.
Un quadro un pò sconfortante, che ne dite?
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Messaggio Da tessa il Ven Set 21, 2018 6:27 pm

Caro Samael, innanzi tutto tu ci hai posto un quadro sconfortante.
Vorrei dirti che trovo pleonastico dire "predeterminazione del destino", certo che il destino è gia' predeterminato, in greco è dikè, concetto ripreso da Lutero. Io, cattolica, non credo nel destino  ma nel libero arbitrio, capisco che il discorso si fa lungo.
Dici inoltre che se un individuo nasce brutto, deforme e cretino insomma è davvero sfortunato, puo' essere ma so che vi sono casi di persone paralizzate, sempre immobilizzate a letto, che hanno fondato innumerevoli missioni cattoliche in Africa, certo, sorrette dalla fede.

Mi pare strano poi che Dio dia ad uno solo bellezza, forza, intelligenza, e a un altrosolo bruttezza, debolezza, idiozia, casomai ad uno dà bellezza e forza, ad un altro bruttezza e intelligenza.
Comunque sia siamo figli dei geni e del DNA, e poi dei cromosomi, vi sono malattie genetiche e cromosomiche, ad es, nel M.di Down, o trisomia del cromosoma 21, la non disgiunzione del cromosoma 21, fa sì che questo sia in triplice copia in una cellula, anche se i geni sono normali. Mi dirai, perchè Dio permette queste malattie? Perchè Dio lascia tutti liberi, tutta la naturta è libera, la libertà è il più grande dono che ci ha fatto. Il discorso è molto lungo.
Poi vi sono persone che si scocciano di tanta ricchezza e benessere e si gettano dal viadotto come fece 20 anni fa Edoardo Agnelli, altri che pur non vedendo ed essendo poverissimi continuano a lottare.
La dikè esiste, certo, gli antiche dicevano che neanche gli dei potevano nulla contro di essa, noi sappiamo che con la forza di volontà possiamo modificare la nostra vita, nei limiti del possibile.
Ciao.
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