Il valore europeo del "25 aprile" (Virginio Rognoni)

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Il valore europeo del "25 aprile" (Virginio Rognoni)

Messaggio Da Erasmus il Mar Apr 25, 2017 10:39 am

Vrginio Rognoni [← clicca sul nome per leggere di lui in Wikipedia] compirà 93 anni il prossimo 5 agosto. Ma è ancora di una sorprendente lucidità mentale.
Nell'articolo scritto per il Corriere della sera di ieri (24 aprile 2017) – che trascrivo più sotto – coglie l'occasione del ricorrere della festa nazionale della Liberazione (di oggi 25 aprile) per sottolineare che il "nazionalismo" del '900 è scivolato nel "nazionalismo sovrano" –sovrano siulle altre nazioni! – della potenza militare più forte. Quella scivolata (con le annesse guerre mondiali e i relativi massacri di decine di milioni di persone) non è stata certo accidentale! E' invece lo sbocco logico del nazionalismo esasperato che poggiando dapprima sul protezionismo, abbattendo poi ponti ed erigendo invece muri verso l'esterno, sfocia conseguentemente prima nell'assimilare il forestiero ad un potenziale nemico e poi nella bellicosità.
Rognoni (che in gioventù ha fatto tempo ad essere un attivista segreto antifascista), nell'esordio insiste sulla "memoria storica" della "Resistenza" per poi estenderne i valori (che egli vede nella Resistenza non solo come lotta contro il nazi-fascismo ma anche come ripudio assoluto della guerra) a tutta l'Europa democratica, ormai quasi coincidente con l'Unione europea.

Mi permetto di scostarmi dal pensiero che emerge dalla prima parte dell'articolo di Rognoni.
Voglio dire: non c'è bisogno di rievocare e "glorificare" la Resistenza (e tanto meno la "Liberazione") per rimarcare la "bontà" intrinseca dello sbocco europeo avvenuto nel pensiero dei grandi statisti del primo dopo-guerra (Schuman e Monnet in Francia, De Gasperi in Italia, Adenauer e Brandt in Germania, Spaak in Belgio. ...).
Anzi: mi permetto di ricordare che se è vero che militanti nella Resistenza hanno combattuto onestamente fascismo e nazismo – sto pensando in particolare al "Partito d'Aziione"– è anche vero che altri l'hanno fatto disonestamente (scendendo anche allo stesso livello di criminalità nazi-fascista) e con spirito partigiano per una causa non meno ignobile di di quella nazi-fascista, quale era allora il comunismo (ormai tutto e solo stalinista).
Vorrei, a proposito, ricordare che in Francia la festa nazionale corrispondente al nostra "Festa della Liberazione" è ancora la "Festa della Vittoria" (vittoria alla fine e nonostante tutto – débâcle del '40, invasione, collaborazionismo del governo Pétain– della Francia sulla Germania), che la uerra con la Germania non è finita il 25 aprile ma l'8 maggio (data appunto della festa nazionale in Francia), che la [ii]Resistenza[/i] (sia in Italia cher in Francia) ha avuto un peso del tutto irrilevante sulle sorti della guerra, e infine che non si trattò affatto di "Liberazione da parte degli "Alleati" (UK, USA e URSS), bensì di "conquista" (e completo dominio) dei territori tedeschi e di quelli occupati dai tedeschi.

[A badare poi al significato delle parola "resistenza", la vera resistenza in Italia è stata quella dell'esercito tedesco all'avanzata del più numeroso e molto meglio rifornito ed equipaggiato esercito anglo-americano! Il fronte era ancora ben a sud del Po quando Berlino era già assediata dai russi e gli anglo-americani stavano per congiungersi con i russi].

Sono invece pienamente d'accordo con il pensiero di Rognoni successivo alla prima parte: il rifiuto netto non solo della "guerra" tra europei (che era stata una macraba costante degli ultimi 4 secoli, diventando nella prima metà del '900 un macello di dimensioni precedentemente inimmaginabili), ma anche di quel "nazionalismo" che delle guerre catastrofiche del '900 era stato il fertile terreno. Questo è indubbiamente vero: da Spinelli a Monnet (sepppure con proposte diverse sul come inibire il bellicismo), da De Gasperi e Shuman a Spaak, la condanna della storica continua bellicosità europea coincide con l'identificarne le cause ultime nel "nazionalismo" che è il naturale sbocco del moderno "Stato Nazionale sovrano ed indipendente". Insooma: per Rognoni, come per i "padri fondatori dell'unità europea e ancora per noi "federalisti europei", l'idea dell'uniità politica derll'Europa (che non potrà essere che federale se si vuole conservare la ricchezza delle diversiità culturali europee) ha fondamento nel pricipio: "Mai più guerre tra noi europei". A questo si aggiunge da sempre (specie nel pensiero di A. Spinelli ... ma ancor prima in quello dei federalisti britannici (quali Philip Kerr e Lionel Robbins) – ma oggi evidente come non mai in precedenza – l'illusorietà di una effettiva "sovranità ed indipendenza" di ogni storico Stato Nazionale europeo (UK compreso).

Trascrivo il detto articolo del vecchio Virginio Rognoni.

Corriere della Sera, 24 aprile 2017

Il valore del 25 aprile è democratico e universale
di Virginio Rognoni

Il 25 aprile, con il suo carico di storia, si propone come festa per tutti gli italiani. Non è una forzatura; il 25 aprile non è arrogante; fa memoria, richiamandosi alla Resistenza e agli uomini che l’hanno guidata, di quegli eventi dove ci sono le radici della Repubblica e della Costituzione. L’arroganza sta altrove; sta nel rifiuto rancoroso di questa memoria; sta in coloro che, con parole e gesti di tipo squadrista, vorrebbero far regredire la storia, rovesciarla. Ma le insidie non mancano. In passato c’è stata una furia revisionista impressionante; si è voluto, addirittura, rimarcare il ruolo marginale dell’apporto partigiano alla guerra di liberazione rispetto a quello soverchiante delle Forze alleate. Questo rilievo banale, e ridicolo nella sua ovvietà, dimentica — ed è quello che conta — che la lotta partigiana ha avuto uno straordinario significato morale e politico.

Ma il tentativo più insidioso parte dalla considerazione dell’8 settembre: la cultura civile l’ha sempre visto come il giorno del riscatto della Patria, della rivolta morale contro il regime e i lunghi, colpevoli silenzi che l’hanno reso possibile. Altri, indulgendo su una espressione nata in campo letterario, all’opposto, hanno visto in quel giorno la morte della Patria, collassata nelle sue istituzioni e, sùbito, ne hanno tratto motivo per colpire la Resistenza. Dall’8 settembre in poi — sempre secondo questa vulgata — l’Italia sarebbe stata un Paese fermo, attraversato da eserciti stranieri, con gli italiani alla finestra o a fare la guerra tra loro sul fronte fascismo-antifascismo. Uno scenario del genere, di provincialistico rendimento di conti, simulacro di guerra civile, avulsa da tutto, anche dal grande conflitto mondiale, è falso; annulla la storia, cancella d’un colpo la Resistenza e i suoi indubbi e significativi collegamenti con i Comandi alleati e le loro missioni.

Forse noi ci siamo attardati troppo a contrastare questo per davvero indifendibile scenario o a discutere, e anche a dividerci, sulla tesi — per tanti versi fuorviante — della «guerra civile», come uno degli aspetti della guerra partigiana: più guerra di liberazione o più guerra civile? Domanda inutile e anche fastidiosa, futile addirittura di fronte ai grandi avvenimenti del tempo.

Attardati a questo modo, abbiamo trascurato, riflettendo sul 25 aprile, che dovunque nello scenario europeo è arrivata la guerra di Hitler, con la sua atrocità e l’aberrazione del suo disegno politico, lì c’è la Resistenza. I giorni a scavalco fra la fine di aprile e i primi di maggio del 1945 sono decisivi. Il grande conflitto mondiale è finito; ciascun Paese europeo, in tempi diversi, con la fine della guerra sul proprio territorio, ha avuto il suo 25 aprile. Alla unità forzosa dell’Europa sotto il dominio nazifascista, di cui si è corso veramente il rischio e l’immane tragedia, c’è stata, contrapposta, l’unità dell’Europa che lo ha combattuto.

L’esteso reticolo della Resistenza europea, che nella lotta ha superato ogni confine di Stato, ha dato legittimità popolare a questa unità e ha esaltato i valori e gli ideali che l’hanno resa possibile: il ripudio della guerra innanzitutto.

Ma quali sono stati i séguiti politici di questa realtà, di questo patrimonio ideale della Resistenza contro ogni nazionalismo, di questa cultura universalistica e democratica? Mentre la guerra fredda segna già i destini dei Paesi al di qua e al di là della «cortina di ferro», una classe politica di grande levatura — quella di De Gasperi, Schuman, Adenauer, Monnet, Spaak — non lascia cadere questa realtà, l’afferra e le dà concretezza politica decidendo per prima cosa — ed è un atto significativamente contro la guerra — di mettere in comune, fra Paesi storicamente rivali, la produzione del carbone e dell’acciaio, all’epoca la base dell’industria militare; e poi decidendo di avviare un processo graduale di integrazione con un preciso progetto: una Europa in pace, unita e federale, libera e democratica nelle sue istituzioni.

D’allora in poi il processo di integrazione è andato avanti; è approdato all’Unione Europea e, dopo il crollo del muro di Berlino, ha avuto l’adesione dei Paesi del patto di Varsavia. Ma questa Unione oggi è in pericolo; paga la debolezza della sua struttura istituzionale ancora priva di una compiuta dimensione politica, ma è in crisi soprattutto perché le tante sfide che essa deve affrontare in un mondo globalizzato hanno provocato un diffuso e pernicioso «nazionalismo», che non solo la blocca nel suo ulteriore sviluppo, ma rischia, addirittura, di farla cadere. Rispetto a questa deriva, il 25 aprile si pone come segno di una radicale contraddizione; ci avverte che dalla «sovranità nazionale» dei singoli Stati si può presto scivolare nel «nazionalismo sovrano» dello Stato più forte, di per sé aggressivo, bellicoso e bellicista, come ci insegna la storia europea del secolo scorso.

Ecco perché questa data ammonisce simbolicamente l’Unione Europea di non arretrare, di mantenersi ancorata al sogno della sua indispensabile costruzione politica, e ai singoli, inquieti Paesi che la compongono ripete di resistere a paurose chiusure; a un protezionismo miope ed avaro dell’interesse nazionale; chiede di opporsi a un egoismo sociale che porta ad abbattere ponti e a costruire muri; chiede soprattutto di comprendere che ormai le scelte più importanti per la vita di gruppo sfuggono alle piccole sovranità nazionali; al contrario, esse richiedono sovranità che si esercitino su vaste aree continentali; e l’Europa è certamente una di queste.

Questa, mi pare, oggi, una chiave di lettura del 25 aprile: un 25 aprile europeo.

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